UN PRETE PER CHIACCHIERARE
Videogiochi e vita

Game over

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07 dicembre 2020

«Ciao, don. Hai saputo di Luca?». Sono le 8 di mattina e ricevo questo messaggio da Matteo, uno dei miei ragazzi. «No. Cosa è successo?». Un veloce scambio su Whatsapp e capisco tutto. Luca, 16 anni, trascorre tanto tempo davanti ai videogiochi, ma quello che era iniziato come un divertimento aveva finito per tenerlo sotto scacco. È tempo, ormai, che gioca fino a notte fonda, tutti i giorni e per parecchie ore al giorno. Il mondo del gioco ha assediato la sua immaginazione, ha preso in ostaggio i suoi pensieri e persino i suoi sogni. La scorsa notte infatti, si sveglia di soprassalto e si accorge che sta tentando di picconare con le mani la parete di camera sua imitando un personaggio del gioco di cui, evidentemente, è ormai dipendente a tutti gli effetti. Terrorizzato, Luca scrive a Matteo. Preoccupato per l’amico, Matteo scrive a me. E io rimango di sasso. Questa storia è proprio una di quelle che avrei potuto leggere sui giornali in qualche articolo sui rischi dei videogames. Invece, questa volta, riguarda uno dei miei ragazzi.

Purtroppo sono molti i giocatori che, come Luca, rimangono vittima di questa forma di dipendenza. Molti ragazzi giocherebbero ai videogiochi tutto il giorno, mentre i loro genitori probabilmente li brucerebbero senza pietà. Gli appassionati li definiscono una forma d’arte, i detrattori, invece, un’arma di distrazione di massa. Oggi non è affatto semplice schierarsi a favore o contro i videogames. Anzi, in realtà non ha nemmeno senso farlo, perché la questione è un’altra. I videogames sono una forma di svago e tali devono rimanere; il problema sorge quando la dedizione al gioco distoglie dall’impegno e dalla passione per la vita reale. In altre parole, il problema non sono i videogiochi in sé, ma la tipologia di rapporto che si crea fra gioco e giocatore. Evidentemente questo rapporto a Luca era sfuggito di mano. Gli scrivo: «Ciao, come va?». Ci mette un po’ a rispondermi — probabilmente si vergogna — ma poi arriva subito al dunque: «Ho bisogno di parlarti». Ci incontriamo nel pomeriggio, mi racconta tutto, si sfoga, piange. Si rende conto di essere stato ingannato dal gioco: inizialmente era stato conquistato con la promessa di un divertimento smisurato, ma alla fine è rimasto risucchiato dentro le sue dinamiche. E a quel punto non è più riuscito a uscirne. Non riusciva a fare a meno di giocare. Il tempo libero era tempo buono da occupare giocando. Il tempo per lo studio in fondo diventava più fruttuoso giocando. Il tempo per dormire in realtà era quello più tranquillo per giocare. Insomma, il mondo di gioco, per Luca, era diventato più reale di quello reale.

«Ho perso un sacco di tempo e troppe occasioni. Il gioco era diventato la mia vita e la mia vita non mi dava più alcuno stimolo per mettermi in gioco», mi confessa affranto al termine della nostra lunga chiacchierata. Lo fisso negli occhi. Lui prova a nascondersi abbassando la testa. «Ma nella vita vera non esiste il game over, Luca», gli dico. «Hai sbagliato, ma non hai perso. Anzi, oggi hai guadagnato una nuova consapevolezza: che non vuoi più giocare a vivere, ma vuoi vivere sul serio. E questa è una grande vittoria».

di Alberto Ravagnani