Le esequie di Giuseppe Dalla Torre celebrate dal cardinale Parolin

Con la «Gaudium et spes»

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
05 dicembre 2020

Un «uomo buono, umile e saggio», «fedele e devoto servitore della sede apostolica e dei sommi Pontefici», capace di vivere modernamente nel saeculum, in prima fila, da insigne giurista, senza contrapporsi al “mondo” ma applicando in pieno la vocazione e la missione di cercare il regno di Dio nella quotidianità: insomma, sempre con la Gaudium et spes in mano. È il profilo del professor Giuseppe Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto — morto giovedì 3 dicembre all’età di 77 anni — tracciato dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, che nella mattina di sabato 5 ne ha celebrato le esequie all’altare della Cattedra della basilica Vaticana. Un tipo di profilo di cui oggi, ha riconosciuto il porporato, «abbiamo estremo, urgente, bisogno nel nostro mondo».

Papa Francesco, informato della scomparsa di Dalla Torre — che dal 1997 al 2019 ha ricoperto l’incarico di presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano — il giorno stesso della morte ha inviato ai familiari (in particolare alla moglie Nicoletta Sterbini e alla figlia Paola, presenti ai funerali in San Pietro) un telegramma, a firma del cardinale Parolin, per «manifestare la sua sentita vicinanza spirituale», ricordandone la «luminosa testimonianza cristiana e la solerte dedizione» nei suoi numerosi e alti incarichi. La significativa partecipazione di ecclesiastici, di religiosi e di fedeli laici alla celebrazione esequiale, nel rispetto del distanziamento sociale, ha testimoniato e confermato la grande stima e l’affetto per la sua persona e il suo servizio.

Nell’omelia il segretario di Stato ha fatto presente che Giuseppe Dalla Torre ha continuato e prolungato «l’operosa fedeltà alla Santa Sede» della «più che centenaria tradizione della propria nobile famiglia, che per quattro generazioni — come ha scritto nel libro I Papi di famiglia — ha avuto modo di vivere, operare e collaborare, in maniera diversa, ma sempre con il medesimo impegno ideale», davvero «vocazionale». Il nonno Giuseppe ha diretto per 40 anni «L’Osservatore Romano», fino al 1967; il padre Paolo ha svolto incarichi direttivi ai Musei Vaticani; il fratello Giacomo, morto il 29 aprile, è stato «con unanime apprezzamento» gran maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta.

Lo stile dei Della Torre, rilanciato da Giuseppe, ha inteso «soprattutto contribuire — ha ricordato il cardinale Parolin — alla realizzazione, per quanto possibile, di quella animazione cristiana dell’ordine temporale che costituisce in fondo il fil rouge di una Chiesa finalmente entrata nella modernità, di cui accetta le sfide senza contrapporsi a essa. Di una Chiesa che non si oppone al mondo ma che, pur mantenendo le necessarie distinzioni, si relaziona a esso entrando nelle realtà mondane, nel saeculum, secondo quel paradigma stupendamente scolpito dal concilio Vaticano ii nella costituzione pastorale Gaudium et spes». In sostanza «una Chiesa popolo di Dio che», si legge nella Lettera a Diogneto, «nel mondo svolge la stessa funzione dell’anima del corpo». E questi, ha notato il segretario di Stato, erano pensieri particolarmente cari a Dalla Torre.

Il cardinale ha quindi confidato come risulti «arduo indicare i punti salienti del suo cursus honorum in qualità di giurista e docente». Ha saputo dare alla Lumsa, come rettore, quella centralità accademica che prima non possedeva. Eppure nel 1991, ha raccontato il cardinale, aveva tentennato ad accettare la nomina chiedendosi se non fosse da «vigliacco» o «una borghese ricerca del quieto vivere» lasciare la “superlaica” università di Bologna per un’istituzione vicina alle sue convinzioni cristiane.

E qui emerge limpidamente, ha insistito il cardinale Parolin, «la sua percezione del compito del fedele laico nel mondo, che ha come sua peculiarità il carattere secolare, cioè il vivere nel secolo, implicati in tutti i diversi doveri e lavori nel mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, cercando però all’interno di questo tessuto quotidiano il regno di Dio».

Ne ha poi ricordato il ruolo nei lavori per la revisione del Concordato e il servizio come presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. In quella veste, ha riconosciuto il segretario di Stato, «ha trattato con discrezione e grande misura processi dal grande clamore mediatico come quelli legati al cosiddetto caso Vatileaks 1 nel 2012 e Vatileaks 2 nel 2015 e 2016».

Inoltre la sua «forte e disinteressata passione civile» gli ha fatto accettare «la proposta dei superiori» di diventare consigliere comunale di Roma «tra il 1993 e il 1997, tra le file di una Dc ormai in crisi».

In conclusione, il cardinale Parolin ha voluto ricordare che accanto alla «brillante intelligenza» e al «rigore scientifico», Dalla Torre metteva in campo una fede «forte e adamantina» come hanno scritto i suoi ex colleghi del Tribunale vaticano nel necrologio.

E con questo stile si è messo a servizio di tutti, soprattutto dei più giovani nella «ricerca del vero, del bello, del buono e dell’amore per le cose di lassù». Mettendo così «a disposizione i tesori di cultura, sapienza e fede» che aveva.