Gli esordi della Cavani nella Rai degli anni Sessanta

Con gli occhi di Liliana

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30 novembre 2020

Tomba di tanti autori, «in qualche raro caso la televisione ne è stata la culla, come accadde agli albori della Rai di Ettore Bernabei. La giovane regista Liliana Cavani — scrive Nanni Delbecchi sul Fatto quotidiano del 23 ottobre scorso — trascorre gli anni dell’apprendistato nel servizio pubblico e lo prende in parola. Anche troppo, come va rievocando Massimo Bernardini su Rai Storia».

Delbecchi sta parlando del programma La tv di Liliana Cavani. Un romanzo di formazione, in onda il mercoledì alle 22, firmato da Massimo Bernardini, Alessandra Bisegna, Sara Chiaretti, Giovanni de Luna, con la collaborazione di Serena Valeri e la regia di Massimo Latini. Due puntate della serie (quella del 25 novembre scorso e l’ultima, che andrà in onda il prossimo 2 dicembre) sono particolarmente intense, e permettono di riscoprire aspetti poco noti della regista innamorata del santo di Assisi. Nella prima, intitolata La radicalità del Vangelo, viene riproposto un documentario del 1965 sui Piccoli fratelli e le piccole sorelle di Charles de Foucauld, «mai più andato in onda da allora» spiega Massimo Bernardini. Testimonianze commoventi nella loro scabra essenzialità. «Fin dalle prime immagini di scontri — chiosa Bernardini, interpellando direttamente l’autrice — all’uso di The House of A Rising Sun nella versione così aspra dagli Animals, lei colloca i Piccoli Fratelli dentro il presente: lavoratori come gli altri, cittadini come gli altri, eppure “in privato” uomini e donne di preghiera innamorati di Gesù». Camionisti, operai, giovanissime “suore in incognito”, santi della porta accanto come li chiamerebbe Papa Francesco, che non osano nemmeno fare esplicitamente il nome di Dio a chi gli chiede ragione delle loro scelte di vita, e dello sguardo degli altri nei loro confronti. «I colleghi capiscono che c’è una specie di Mistero nella nostra vita» si limita a dire uno degli intervistati, attento a non banalizzare quello che vive, a non oscurare con l’invadenza del proprio io un miracolo che si rinnova tutti i giorni e che mai può essere posseduto interamente.

La puntata del 3 dicembre, invece (l’ultima, in prima serata) sarà dedicata alla riproposta del primo Francesco di Assisi della Cavani del 1966, protagonista Lou Castel, primo suo film e primo film in assoluto prodotto dalla Rai. Una serata che ospita una nuova intervista con quello che fu il padre dell’operazione, Angelo Guglielmi, e un frammento dei primi anni Settanta in cui si chiede conto dei loro “Francesco” a Cavani, a Zeffirelli e a Rossellini. Il tutto introdotto, come per l’intero ciclo, da una conversazione con la regista. «Per me, lo confesso — conclude Bernardini — è stato commovente, in particolare per queste due puntate, ritrovare intatta la curiosità laica di un’artista affascinata dalla radicalità di chi segue Gesù e il suo Vangelo».

Gli esordi di una cineasta così piena di talento e passione per il suo lavoro riservano molte sorprese ai non addetti ai lavori. Appena diplomata al Centro sperimentale di cinematografia, in soli cinque anni, dal 1961 al 1966, Cavani produce oltre dieci programmi, spaziando dal documentario sulla storia del Novecento all’inchiesta. Un viaggio per immagini che arriva fino al film tv su Francesco, il primo della trilogia sul santo, trait d’union tra le sue due “vocazioni” anime professionali. Nel corso di una lunga intervista, vengono ripercorse le tappe di questo itinerario, a partire dalla vittoria al concorso pubblico Rai del 1960 per la nascita del secondo canale, che le fa incontrare personalità come Angelo Guglielmi, Sergio Silva, Angelo Romanò, Pier Emilio Gennarini che scommettono su di lei, non ancora trentenne, come giovane narratrice visiva di un’Italia in cambiamento.

di Silvia Guidi