Diego grande anche nella sua fragilità

Perdono «honoris causa»

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27 novembre 2020

Dormivo. Saranno state le 7 e un quarto. Mi svegliò mia madre. Al telefono c’era Mario Agnes, direttore de «L’Osservatore Romano», che voleva complimentarsi per un mio articolo su Diego Armando Maradona, ripreso da alcuni giornali e tv. In quel pezzo, uno dei miei primi da collaboratore esterno, dal titolo Il crepuscolo di un divo, criticavo il Maradona uomo, quello degli eccessi fuori dal campo, dei comportamenti sfacciati e irresponsabili, della droga, dei rapporti con i camorristi; sarebbero seguiti la squalifica per doping, un figlio riconosciuto con anni di colpevole ritardo, varie accuse di evasione fiscale. Non certo un esempio da seguire per i giovani. «Il Papa contro Maradona», titolò grossolanamente qualcuno. Era il dicembre 1990. El pibe de oro, allora trentenne, aveva già vinto quasi tutto: il riconoscimento come miglior giocatore sudamericano, un campionato con il Boca Juniors, qualche trofeo con il Barcellona (nonostante un tremendo infortunio), soprattutto due scudetti e la Coppa Uefa con il Napoli, il Campionato del mondo con l’Argentina a Messico ’86 (incancellabili dalla memoria i due gol contro l’Inghilterra, quello con la mano, la mano de Dios, e quello del dribbling infinito cominciato a centrocampo), Mondiale sfiorato quattro anni dopo in Italia con lo Stadio Olimpico che in finale lo sommerse di fischi. Era direttore d’orchestra dalla visione periferica, intuizione, classe allo stato puro spesso stroncata dai falli dei manovali del pallone avversari, che lui accettava remissivo quasi sapesse che non c’era altro modo per fermarne l’estro.

Oggi, mentre con gli occhi lucidi rivediamo le sue giocate magiche, le sue virgole mancine, le sue pennellate d’autore, e a passi di tango rispolveriamo i ricordi della nostra vita da appassionati di calcio, viene solo voglia di omaggiarlo, di ringraziarlo. Se n’è andato a soli 60 anni, esagerato anche in questo, come se nella sua esistenza avesse preso e dato già tutto, decidendo di chiuderla qui. Perché nella vita si può anche sbagliare, e di brutto, ma se vedi una nazione, l’Argentina, che si ferma per lui, se vedi Napoli, la sua seconda patria, a lutto come quando si perde il papà o la mamma, se vedi il mondo dedicargli commosso le prime pagine dei telegiornali, comprendi che a Diego il perdono si deve honoris causa. «Ho sbagliato e ho pagato ma il pallone non si sporca», disse nel giorno del suo addio al calcio in una «Bombonera» (lo stadio del Boca) stracolma. Sapeva di essere fragile, conosceva i suoi limiti, ma anche di aver dispensato gioia a tanta gente grazie al suo talento.

L’idolatria per “Che” Guevara, la grande amicizia con Fidel Castro (anch’egli morto, che coincidenza, il 25 novembre di quattro anni fa) e con Hugo Chávez, le sue prese di posizione contro i “poteri forti”, anche calcistici, dell’epoca: Maradona non nascose mai il suo pensiero di sinistra (come il suo piede d’oro), anzi ne fece una bandiera. E poi la fede, vissuta intimamente, quasi di nascosto, come ha ricordato padre Juan José Medina, cappellano della Federcalcio argentina: «Pregava sempre un’immaginetta della Vergine di Luján, chiedeva messe speciali per l’intero campus e ammirava Papa Francesco. Vedo in lui l’immagine del peccatore che si pente, che riconosce le sue colpe e abbraccia la misericordia di Dio».

Per tutto questo fu amato dal popolo dei barrios più poveri di Buenos Aires, lui che era nato a Lanús, alla periferia sud della capitale, come fu poi amato dai napoletani, che vedevano in Diego — quanti giovani oggi portano il suo nome! — l’occasione per il riscatto, la rivincita degli oppressi. Qualcuno, a Rosario, è arrivato a fondare la “Iglesia Maradoniana”, dove il calendario partiva dall’anno della sua nascita (d. D. - dopo Diego), e a Napoli lungo i vicoli non si contano i tabernacoli con la sua effigie. Un dio? Del calcio senz’altro. Ne vengono mandati giù ogni tanto, centellinati come i vini pregiati, come gli artisti eterni. Lui, che ti infiocchettava il pallone per poi dartelo come regalo da custodire per sempre negli occhi e nella mente, è tornato lassù per annunciare che il sogno di bambino è realizzato, che la sua missione sulla terra è compiuta.

di Giovanni Zavatta