Laboratorio - Dopo la pandemia

Guardare nella verità fa scorgere profeti

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27 novembre 2020

Guardare la realtà in faccia e vederne le derive pericolose, non vuol dire essere catastrofisti, ma sentirsi parte attiva della grandiosa opera spirituale in atto. Con Cristo iniziano i tempi escatologici, si accelera il corso della storia. L’era dello Spirito allude proprio allo smantellamento di ogni oscurità che impedisce l’emersione della verità. E la verità per essere accolta chiede misericordia, espansione dell’amore e lo Spirito è amore. Questo processo va di pari passo con l’espandersi delle forze che si oppongono alla verità, le forze dell’Anticristo. Tutte le resistenze a Cristo e alla sua opera di luce che costituiscono lo spirito del mondo e sono radicate in ognuno di noi, combattendo Cristo, divengono sempre più intelligenti fino ad illudersi di avere il dominio della realtà. Ci sono però limiti che non possono essere oltrepassati. Quando si attentano entra in atto un dispositivo di salvaguardia capace di frenare tendenze irreversibili. Eventi come le epidemie possono leggersi spiritualmente come risposte salvifiche a pericolosi processi autodistruttivi, hanno funzione catartica tesa a salvaguardare l’umanità da se stessa. Non vanno certo letti come punizioni divine, sarebbe ancora un modo infantile di percepire il rapporto a Dio, bensì come avvenimenti che scuotono e spingono ad assumere la responsabilità delle azioni e del peso che grava sulla storia. Quando il senso di autosufficienza fa dilagare egoismo, sopraffazione, ingiustizia, violenza, il pericolo di annientamento è grande. Fatta questa premessa, nella pandemia in corso non possiamo non vedere un segno che invita al cambiamento. Il malessere diffuso, suscitando paura, rabbia, rischia di degenerare in lotta di tutti contro tutti. I nemici non sono i governanti che chiudono, i medici che allertano, il nemico è il dilagare di questo virus invisibile che però forse vuole dirci qualcosa. Imponendo nuove limitazioni, isolando fra loro le persone, frenando il ritmo, offre le condizioni propizie per pause di silenzio, per guardare dentro se stessi, fa tracimare il disagio profondo che abita l’anima umana.

Nessuno, a parte Papa Francesco ha il coraggio di dire che è venuto il momento di rivedere uno stile di vita, certi usi e costumi che, non solo, vanno limitati data la situazione, ma proprio ripensati, messi in discussione rimodulando insieme le attività economiche. Questo virus forse vuole dirci che il nostro modello di società è da ripensare. Che l’eccessivo consumismo, la sregolatezza nei ritmi, lo sradicamento dalla natura, hanno raggiunto il culmine. E qui sorge il vero problema. Quanto siamo disposti a metterci in discussione, ad accettare consapevolmente certe rinunce?

Prevale la tendenza verso eccessi sfrenati mossi da un ego inappagato e rivelatore di grande sofferenza interiore. L’incubo che stiamo vivendo sta mettendo a nudo un processo autodistruttivo di cui siamo ancora troppo poco consapevoli. Invitare al cambiamento sarebbe impopolare per le forze politiche, solo il risveglio delle coscienze può maturare quanto è ancora in gestazione. Guardare nella verità fa sorgere profeti: «Ascoltino o non ascoltino (...) sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro » (Ez 2, 4-5). Il profeta mantiene viva la connessione con l’ordine divino, vede nella verità, parla il Verbo, l’atto creativo. Ascolta e lascia che la parola divenga in lui azione creatrice. C’è un ordine perfetto che governa gli universi, pervade la nostra vita, una geometria archetipica che garantisce il riprodursi della misura perfetta che genera amore. Ogni creatura vi è connaturata, ma nell’umanità tale vincolo di appartenenza è messo in discussione dalla volontà individuale e collettiva che può contraddirlo e lo può fare proprio in quanto l’essere umano è chiamato a uscire dall’innocenza per intraprendere un cammino di consapevolezza. Ci sono crisi, come quella che stiamo vivendo, che favoriscono questa messa a nudo della verità, rimandano a scenari apocalittici, a quello svelamento catartico che purifica la storia. Normalmente siamo come assuefatti a una falsa coscienza che ci permette di restare nell’inganno. C’è una verità celata che rimane nascosta grazie alla tenuta di quel meccanismo di rimozione funzionale alla salvaguardia dello status quo. In passaggi come questo, in cui c’è meno difesa, lo stato di malessere interiore emerge. Aumentano depressioni, ansia, panico collettivo, insofferenza. Ma qual è la verità celata che la falsa coscienza tiene nell’oscurità? È il tradimento verso la vita e il suo ordine perfetto che è la memoria di Dio incisa a fuoco nell’intimo. Questa verità procura un dolore insopportabile che per essere vissuto richiede di incontrare la misericordia divina, di aprirsi ad un amore che non giudica, che ama senza riserve. Gustare di questo amore salvifico diviene il cardine che sostiene e permette di traghettare il tempo della prova. «Per il dilagare dell’iniquità si raffredderà l’amore di molti» (Mt 24, 12). Come le vestali custodivano il sacro fuoco, urge divenire custodi della fiamma dello Spirito nel cuore. L’iniquità del nostro tempo è il senso di autosufficienza, il delirio di onnipotenza che spegne nell’anima la memoria dell’amore, la fiamma dello Spirito e conduce su baratri di un’impotenza senza via d’uscita. Onnipotenza e impotenza costituiscono le polarità del gioco perverso che uccide in noi l’amore, ci sono però limiti che non possono essere oltrepassati. Le forze creatrici entrano in campo e frenano con rigore assoluto. L’ira divina è questo rigore posto a salvaguardia di un ordine che la volontà umana non può mettere a rischio. Quando ci prova si autodistrugge perché sbatte contro mura impenetrabili che respingono indietro. Il delirio di onnipotenza si basa su un inganno di prospettiva, la prospettiva del serpente antico che diviene il dragone dell’Apocalisse: trasformare l’io in Dio. La chiave che dà la svolta è invece l’io che rinnega se stesso. L’inganno che dà forza all’io che si fa Dio si dissolve attraversando quello smarrimento che chiede la resa. «Vi sarà allora una tribolazione grande. Se quei giorni non fossero abbreviati nessuno si salverebbe, ma grazie agli eletti, quei giorni saranno abbreviati» (Mt 24, 21-22). Eletti, cioè amati, sono coloro che rispondono all’amore lasciandosi amare. Divenendo capaci di amore, divengono strumenti del processo che purifica la storia. Non possiamo continuare a nasconderci quando sofferenza e morte si fanno così vicine. Possiamo subire la verità, oppure accoglierla come profeti, accettando di lasciare operare il Verbo in noi, incarnandolo, divenendo strumenti della sua opera. L’azione creatrice scaturisce dalla contemplazione, è conforme alla misura dell’amore impressa a fuoco come sigillo di appartenenza. I tempi urgono: «Quando vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte» (Mt, 24, 33). Egli è sempre vicino, siamo noi ad essere lontani perché distratti, accecati, ma nei tempi catartici, in cui la verità si rivela, la memoria si risveglia, la presenza si fa sentire.

di Antonella Lumini