Un secolo fa nasceva padre Mariano D’Alatri

Il velo squarciato

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25 novembre 2020

Dai suoi studi sull’inquisizione francescana nel XIII secolo


Il 27 novembre 1920 nasceva Vincenzo Rapone, conosciuto nel mondo come padre Mariano D’Alatri. Frate minore cappuccino, studente presso la Facoltà di storia ecclesiastica della Pontificia Università Gregoriana, scelse, per argomento della propria tesi, un tema che era allora quasi tabù: «L’inquisizione francescana nell’Italia centrale del secolo XIII»; pochi studi sull’argomento, quasi nessuno che si concentrasse su inquisitori francescani, neppure le ricerche di Ilarino da Milano, anch’egli cappuccino, che però si focalizzavano soprattutto sull’altra faccia della medaglia, vale a dire gli inquisiti.

Egli stesso — alcuni decenni dopo, nel riunire in volume i saggi che nel corso del tempo aveva poi dedicato all’argomento — ha raccontato come giunse a quella scelta: per puro caso era venuto a sapere che un condiscepolo era stato “sconsigliato” di intraprendere una ricerca su l’inquisizione francescana in Italia; la cosa l’incuriosì e cominciò a fare letture sul tema, rendendosi conto che la parte avuta dai francescani nell’attività inquisitoriale «era molto rilevante e quasi del tutto ignorata»: «Alla fine — confessa — riuscii a fare accettare il tema, anche se poi, al momento della difesa della tesi, ebbi qualche noia». In anni ancor più vicini a noi sono stati pubblicati (cfr. Mariano D’Alatri storico. A cura di Augusto Cinelli, Monte San Giovanni Campano [Fr] 2006, 75-120) alcuni appunti che lo studioso aveva preparato a vantaggio del collega che all’Istituto storico dei cappuccini avrebbe dovuto tracciare il suo profilo di studioso in occasione della miscellanea che gli fu dedicata per i suoi ottant’anni. Si tratta di notizie e curiosità davvero preziose, nelle quali egli ripercorreva, passo dopo passo, la sua bibliografia, accennando alle circostanze che dettero origine ai singoli lavori, rivelando spesso particolari inediti.

Sono proprio questi appunti a chiarire che le noie gli vennero non perché il lavoro fosse stato fatto male, ma proprio perché era buono e l’aveva stilato in una maniera considerata eccessivamente veloce: lavorò infatti «“furiosamente”, giorno e notte, dal settembre 1948 all’ottobre 1949», potendo così discutere la sua tesi il 18 gennaio 1950. «Tutto bene — racconta — ma dovetti fare i conti col padre Kempf, che tentò di bocciare la tesi, dicendo che era stata trattata troppo in fretta, e lasciando intendere che qualcuno (padre Ilarino da Milano?) mi aveva “aiutato”. Nonostante il brillante curriculum studiorum, mi laureai con la misera quotazione di otto decimi». Si percepisce con chiarezza che, cinquant’anni dopo, quel ricordo gli bruciava ancora. Eppure il suo era un lavoro originale, che meritò l’onore della pubblicazione e aprì un nuovo filone nella ricerca storica; un filone che lo stesso studioso e, sul suo esempio, altri dopo di lui, avrebbero percorso con frutto.

Quella ricerca mise in evidenza le attitudini del giovane studioso, che nel 1953 venne perciò cooptato fra i soci dell’Istituto storico dei cappuccini dove rimase per quarantatré lunghi, ininterrotti anni, dedicandosi, oltre che allo studio dell’inquisizione medievale, a quello del cronista Salimbene da Parma, del movimento penitenziale e di alcune straordinarie figure di santità del suo Ordine, pubblicando volumi e volumi con edizioni di fonti e destinando notevoli energie a scritti di alta divulgazione. Una produzione vastissima, quindi, per la quale poté senz’altro giovarsi della sua prosa fluida, brillante e arguta. Il tema inquisitoriale rimase comunque costante negli interessi di Mariano D’Alatri, che vi profuse notevoli energie almeno fino alla metà degli anni Ottanta del secolo scorso: nel 1986 e poi ancora nel 1987, in due successivi volumi dedicati a Eretici e inquisitori, egli raccolse infatti il frutto delle proprie fatiche riunendo e ordinando secondo una successione temporale studi e documenti già pubblicati in sedi diverse: nel primo volume gli studi sul Duecento, nel secondo quelli sul Tre e Quattrocento. Inoltre, nelle pagine introduttive, mise in luce i cambiamenti che erano intervenuti nella celebrazione dei processi e il modo in cui quest’ultimi avevano finito per influire sulla persona stessa dell’inquisitore.

Nel 1996 curò una seconda edizione della tesi dottorale, aggiungendovi anche la trascrizione del Liber inquisitionis di Orvieto, fatta da Egidio Bonanno. Mariano D’Alatri lavorò correggendo, integrando, sfumando molti giudizi di quel suo primo lavoro, alla luce di una esperienza ormai pluridecennale e di una conoscenza invidiabile sull’argomento: dacché egli investigò sempre su fonti di prima mano, in gran parte inedite, che proprio grazie alla sua paziente ricerca vennero alla luce. Del tutto nuovo era invece l’Epilogo, nel quale tirava le somme alla luce non solo di quel lavoro, ma di tutto il suo magistero. Egli vi rileva come l’inquisizione nacque — alla metà del Duecento — in un momento di estrema difficoltà per la Chiesa, sotto la spinta della diffusione dell’eresia catara e, inizialmente, si giovò del contributo di persone preparate e di una certa duttilità; l’esaurirsi del catarismo alla fine del xiii secolo non segnò, tuttavia, il tramonto anche dell’inquisizione, che pure era stata istituita soprattutto per contrastarne l’espansione: a quel tribunale fu invece «assicurata una sopravvivenza plurisecolare. Sciaguratamente». Lo studioso chiude così il suo libro, con un giudizio netto (condivisibile o meno che lo si voglia ritenere) e coraggioso.

Dall’inizio degli anni Ottanta D’Alatri aveva però più decisamente diretto i propri interessi allo studio della santità cappuccina. A spingerlo in tale direzione fu il ministro generale del tempo, Pasquale Riwalski: «Fu — confessa l’autore — una specie di penitenza. Infatti il padre generale mi disse “Hai scritto tanto dei birbanti (gli inquisitori), scrivimi un poco dei santi”». Riunì allora una nutrita squadra di collaboratori e ne coordinò il lavoro, che in pochi anni produsse tre volumi su Santi e santità nell’Ordine cappuccino.

Nel 1996, dopo che negli ultimi anni aveva raccolto in due diversi volumi anche gli studi sul movimento penitenziale e su Salimbene da Parma (quest’ultimo scritto insieme con Jacques Paul, ma nel 1988 ne aveva già licenziato un altro, tutto suo, sul celebre cronista), lasciò l’Istituto storico per il convento di Monte San Giovanni Campano, dove restò fino alla morte, nel 2007, lavorando ancora come poteva (tra il 1997 e il 2004 la sua bibliografia si arricchisce di altri venti titoli), sempre giovandosi della sua straordinaria prosa, brillante, ricca di humour, godibilissima. Rileggere le sue pagine, oggi, non potrà che farci del bene.

di Felice Accrocca