Viaggio luogo d’incontro

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Un libro dedicato alla venerabile Celestina Bottego

22 luglio 2020

La storia del cristianesimo offre una vasta tipologia di narrazioni in merito ai rapporti che intercorrono tra l’essere umano e il divino, e in particolare ha spesso focalizzato l’attenzione su alcune esperienze riconoscendo l’eccezionalità e l’esemplarità di determinate vite, additate come «sante». La stessa disciplina agiografica nel corso dei secoli ha subito notevoli cambiamenti elaborando differenziati e sofisticati criteri di valutazione per ricostruire la vita di un santo, fino alla vera e propria svolta metodologica dei nostri giorni, sia nell’approccio per la raccolta dei dati sia nell’attenzione all’interconnessione esistente tra il contesto storico e la dimensione sociale, culturale e antropologica.

L’oggetto appassionante di ogni indagine agiografica è cercare di comprendere gli elementi specifici del rapporto che il credente sperimenta con il trascendente e, allo stesso tempo, saper penetrare la presenza visibile di Dio nelle trame delle esistenze: il santo/la santa, attraverso l’imitazione della vita di Gesù (vero modello per ogni cristiano), tenta di accogliere il divino e trasforma la propria vita mettendola a servizio di un più grande progetto di salvezza.

Più complesso è, da parte di un biografo, avvicinarsi alla santità vissuta e presentarla oggi a un pubblico la cui sensibilità è certamente cambiata rispetto agli anni passati. Attualmente non attirano tanto le virtù eroiche o l’eccezionalità delle azioni o i miracoli strabilianti, quanto la normalità della vita, la presenza di Dio nelle scelte quotidiane, le fragilità delle persone a noi vicine e non più irraggiungibili come i santi di un tempo. Non è mutata la condizione di santità, ma è cambiato il modo di raccontare le storie di donne e uomini che hanno saputo incontrare Dio inondando di luce la propria e l’altrui esistenza e che accendono il desiderio di emularne i tratti.

La vita della venerabile Celestina Bottego (Glendale, Ohio, 1895 - Parma, 1980) — così come la racconta con ricchezza di particolari e fine analisi psicologica la saggista Rita Torti nel libro Mite è la forza. Celestina Bottego: la Sjorén’na di San Lazzaro Parmense, fondatrice delle Missionarie di Maria-Saveriane (Verona, Emi, 2020, pagine 248, euro 14) — è la storia di una donna dalla grande umanità e dalla fede profonda, ma non esente da debolezze, dubbi, conflitti, rigidità, incomprensioni, come tutte le persone che si interrogano sul senso della propria esistenza.

La sua vicenda si inserisce nel contesto della notevole presenza di fondatrici delle nuove congregazioni religiose femminili, attive e non claustrali, che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli. Si tratta del protagonismo femminile nel cammino di fede, e non è un caso che gli studiosi parlino di una «femminilizzazione della santità» per indicare il numero crescente di donne additate come esempio di vita evangelica e che occupano un posto significativo nello scenario ecclesiale. La loro presenza è anche l’esito di quella fucina di vocazioni che è stata l’Azione cattolica, che ha formato generazioni di laiche orientandole a una seria conoscenza del messaggio evangelico, all’uso frequente dei sacramenti, all’abbandonarsi all’accoglienza misericordiosa di Dio e di Maria, ad accettare le difficoltà di ogni giorno e ad acquisire un atteggiamento di umiltà come mezzo per temprare il carattere ed educare la volontà. E la Bottego ha collaborato alla nascita dell’Azione cattolica a Parma.

Ma il protagonismo femminile è dovuto anche ai mutamenti della vita religiosa che nel ’900 si apre sempre più all’apostolato mettendo in atto una serie di iniziative che hanno consentito una inusitata mobilità, offrendo un contributo considerevole nella storia delle missioni, sia per gli ambiti di intervento (scuole, ospedali, eccetera) sia per il ruolo di mediatrici culturali che le religiose svolgono in quel delicato processo di adattamento conseguente ogni incontro di culture. E la Bottego, su richiesta del missionario saveriano Giacomo Spagnolo, ha fondato alla soglia dei cinquant’anni la Società Missionaria di Maria, proiettando le suore in esperienze umane e spirituali verso altri mondi, per i quali occorreva potenziare i processi di assimilazione e di adattamento, assumersi la responsabilità di scelte nate dalle emergenze del momento, acquisire autonomia, ridefinire la propria identità femminile, ripensare la propria vocazione, testimoniare una nuova presenza della donna nella Chiesa, vivere la spiritualità come l’incontro di un Dio che si fa prossimo.

Questo libro non racconta tutto della vita della Bottego, ma entra negli aspetti meno conosciuti della sua infanzia e adolescenza (la nascita in America, il ritorno a Parma, gli anni di formazione) e nelle pieghe della sua anima per coglierne le incertezze, le ansie, i conflitti alla ricerca di un proprio specifico cammino di fede. Ne esce un quadro vivo e variegato dove l’esposizione dei fatti più significativi della sua vita si intreccia con le testimonianze di chi l’ha conosciuta, creando una sorta di narrazione nella narrazione.

Il merito di Rita Torti è di aver ridato concretezza umana alla storia di una donna ancora troppo poco conosciuta e la cui cifra identificativa può essere trovata nell’esperienza del viaggio, inteso non solo come viaggio interiore — esperienza che caratterizza le anime contemplative — ma anche fisico e psicologico.

Nata in America da madre irlandese, nipote di un esploratore, emigrata in Italia, la Bottego amava viaggiare, e nel 1936 andò in India a trovare la sorella Maria, missionaria, vivendo la prima esperienza di cui fece tesoro quando dieci anni dopo decise lei stessa di diventare una madre missionaria seguendo, anche da lontano, tutte le figlie lontane. Il viaggio, allora, che fa uscire dal proprio territorio, fisico e mentale, si configura per lei come il luogo teologico dell’incontro nella misura in cui spinge a guardare con occhi differenti la condizione umana, accolta nella sua diversità e complessità.

di Adriana Valerio