Quel Mare Nostrum diventato globale

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Le Giornate internazionali del Mediterraneo e della popolazione richiamano l’attenzione sul dramma dei migranti

10 luglio 2020

A distanza di pochi giorni cadono la Giornata internazionale del Mar Mediterraneo e quella della Popolazione, quest’ultima indetta dall’Onu in commemorazione delle migliaia di vite perse tra le onde del Mare Nostrum. Nulla, più del Mediterraneo, nel corso dei millenni, ha unito e diviso, accolto e seppellito, genti e civiltà. Storicamente eterogeneo, questo cuore blu vive di relazioni umane, politiche e commerciali profondamente omogenee, che valicano la dimensione puramente geografica, proiettandosi nel mondo slavo, arabo, iraniano ed africano.

Secondo Maurice Aymard, il Mediterraneo, archiviata la lunga parentesi della pax romana, è divenuto nei secoli teatro di innumerevoli conflitti fino a identificarsi oggi come un moltiplicatore globale di instabilità. Questa sua ultima evoluzione origina nella grande svolta intervenuta nelle migrazioni tra la fine del Novecento e l’inizio del Terzo Millennio. Quando, dopo un secolo e mezzo, cessata la grande ondata migratoria euro mediterranea transoceanica, lungo le sue sponde nuovi flussi si sono messi in moto.

Una catena umana composta da immigrati economici e richiedenti asilo provenienti non solo dalle sue periferie nord-africane (Algeria, Marocco o Tunisia), ma anche dall’Africa sub-sahariana. Non più solo dal Medio oriente, ma da tutta l’Asia. Oggi il flusso di persone da una sponda all’altra si è esteso, assumendo una portata globale.

È come se il Mediterraneo avesse subito una dilazione, superando la fascia costiera per penetrare nel ventre dell’Africa e dell’Estremo oriente. «Per fronteggiare un fenomeno intercontinentale, occorre schierare soluzioni globali e unitarie: immigrati economici e richiedenti asilo, dalla riva sud del Mediterraneo, si muovono verso l’Europa alla disperata ricerca di condizioni di vita migliori o nel tentativo di sopravvivere» spiega Giuseppe Terranova, docente di Geografia Politica ed Economica, nonché esperto di storia delle migrazioni e del Mediterraneo (Immigrazione. Cause, Problemi, Soluzione, Editoriale Scientifica Napoli; Geopolitica delle rotte migratorie. Tra criminalità e umanesimo in mondo digitale, Aracne editrice Roma). Come arginare, dunque, un’emergenza umanitaria senza precedenti, tenuto conto che la firma della Convenzione di Ginevra del 1951 risale a un’epoca in cui il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato di origine, dal quale doveva essere protetto.

Oggi a quanti fuggono dalla guerra si sono aggiunti gruppi di rifugiati non ritenuti tali in passato, come i perseguitati per la loro fede religiosa o per l’orientamento politico, o come le vittime delle conseguenze dei cambiamenti climatici o delle violenze domestiche. «Discorso a parte meritano, poi, gli immigrati economici dal bacino Sud del Mediterraneo, che, pur non fuggendo da conflitti e persecuzioni, tentano la strada del mare, sognando l’Europa, terra promessa in cui vivere dignitosamente» afferma lo studioso. Tutto ciò viene solitamente letto all’interno di una dinamica di causa-effetto con il boom demografico dell’Africa sub-sahariana. «Stando ai numeri, l’immigrazione economica non è prodotta dalla sovrappopolazione — chiarisce Terranova — e la crescita demografica non produrrà alcun ripopolamento nel Vecchio continente, in proporzioni tali per cui, a metà del secolo, il 20-25 per cento della popolazione europea sarà di origine africana». In altre parole, da qui al 2050, l’Africa sub-sahariana non potrà generare ritmi di sviluppo tali da replicare percorsi migratori verso l’Europa simili a quelli del Messico negli Usa, perché, anche se valesse il detto di Plinio il Vecchio — Ex Africa surgit semper aliquid novi — quelle genti continueranno, purtroppo, a lungo a essere così povere da non potere migrare.

«Applicare un astratto modello di vasi comunicanti tra demografia ed immigrazione significa dimenticare che l’Africa sub-sahariana non dispone delle risorse necessarie per produrre un’emigrazione di massa, che il 70 per cento del flusso attuale è verso paesi confinanti, il 15 per cento verso l’Europa e la parte restante verso i paesi del Golfo e gli Usa» sottolinea l'esperto, aggiungendo che, nonostante la fortissima spinta demografica, «gli immigrati sub-sahariani, nei prossimi decenni, potranno al massimo costituire il 4 per cento (e non il 25 per cento ipotizzato) della popolazione del Vecchio continente».

Dati che, come sottolinea un recente studio del Fondo monetario internazionale (Fmi), confermano l’Africa troppo debole per una partecipazione significativa ai flussi dell’immigrazione internazionale. Allargando lo sguardo dal Subsahara al resto del pianeta, si dimostra del tutto inconsistente non solo la relazione di causa-effetto tra sovrappopolazione ed emigrazione/immigrazione, ma, soprattutto, la tesi per cui i flussi migratori rappresenterebbero una via di sbocco dei Paesi in cui si nasce troppo verso quelli in cui si nasce troppo poco.

Se è privo di fondamento interpretare l’immigrazione alla luce della pressione demografica, resta da chiarire la tesi, spesso autorevolmente sostenuta, secondo cui la crisi demografica dei paesi industrializzati li porterebbe a sostenere l’immigrazione.

Secondo alcuni demografi, per mantenere nel 2050 la popolazione a livello del 1995, l’Europa comunitaria dovrebbe assorbire circa 950 mila immigrati ogni anno: 100 mila in più di quelli accolti nell’intero decennio 1990/1999. «L’immigrazione non potrà riequilibrare i fortissimi differenziali demografici Nord-Sud dei prossimi decenni — afferma Terranova — inoltre, questa valutazione confonde cause con eventuali, tutt’altro che certi, effetti, poiché l’immigrazione in aumento non può correggere gli squilibri di una demografia calante». L’arrivo di nuovi e più giovani nuclei familiari ha, infatti, ricadute positive sulle stentate dinamiche demografiche delle popolazioni native, ma la ragione che spinge gli immigrati a partire non è quella di riempire le culle vuote dei paesi di destinazione o di ripianarne le traballanti casse pubbliche. Al più può essere una conseguenza.

Sovrapporre le ragioni dell’immigrazione con quelle di una demografia in sofferenza non aiuta a comprendere perché in Giappone, ad esempio, paese più longevo del pianeta, l’immigrazione è sostanzialmente inesistente. O, all’opposto, perché paesi come Usa, Francia o Svezia, il cui tasso di crescita è più consistente rispetto alla media delle regioni industrializzate, sono mete di abbondanti flussi migratori.

Infine, che dire delle nazioni europee dell’Est che negli ultimi anni, a fronte di un vertiginoso crollo demografico interno, hanno avuto 20 milioni di emigrati (si badi non di immigrati)?

di Silvia Camisasca