La scuola deve ripartire dalle realtà locali

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Al momento del lockdown il sistema educativo italiano viveva già un momento di profonda crisi

30 luglio 2020

Mentre cresce l’attesa per una riapertura a settembre che riporti la scuola alla normalità precedente al virus, l’Istat ci ricorda che quella normalità non poteva certamente dichiararsi soddisfacente. L’Italia è il Paese d’Europa con i più bassi livelli di istruzione, i più alti tassi di dispersione scolastica e il più alto numero di “Neets”, cioè di ragazzi che non studiano e non lavorano, con un grado di divergenza fra Nord e Sud dichiaratamente intollerabile. Non a caso quest’Italia è anche il Paese d’Europa che ha avuto il più basso tasso di crescita negli ultimi venti anni e si è presentata all’appuntamento fatale con la pandemia con un tasso di crescita annuale dello 0,3 per cento su base nazionale, quindi con le regioni del Nord appena sopra la stagnazione e le regioni del Mezzogiorno già in recessione. Per questo non basta tornare alla situazione precedente, ma diviene assolutamente necessario che la riapertura di settembre sia l’avvio di un anno costituente per la scuola, che apra una nuova stagione in cui la scuola torni a essere, o forse meglio divenga, il motore di una nuova crescita.

Quattro sono i temi che è necessario affrontare in questa difficile fase, che — proprio perché di crisi — deve preparare un riposizionamento dell’intero Paese e con esso di tutta un’Europa, che sta cercando nel piano per superare la pandemia l’occasione per ritrovare la sua anima smarrita.

Innanzitutto a che cosa serve la scuola nell’epoca di internet? Non certo a raccattare informazioni, essendo tutti noi travolti quotidianamente da informazioni, vere, false, presunte. La scuola deve essere il luogo in cui far crescere capacità critiche, visioni del mondo oltre il presente, il luogo cui issarsi sulle spalle dei giganti del passato per scrutare un futuro che oggi appare come non mai incerto e fragile. Questo vuol dire pensare innanzitutto ai contenuti e ai modi di una didattica che sia veramente inclusiva e rivolta a dare ai nostri ragazzi strumenti per comprendere questo mondo così complesso, ma soprattutto che insegni loro a “fare comunità”, cioè a ricomporre diritti e solidarietà di una società molto più articolata del passato.

Diritti e solidarietà sono del resto l’asse fondante della nostra Costituzione, a cui tornare sempre e in particolare nei momenti di incertezza. La Costituzione dice all’articolo 33 e 34 che la scuola deve essere aperta a tutti e basata sulla libertà di insegnamento, ma queste affermazioni prendono corpo solo tenendo conto dei primi articoli, in cui si dice che la Repubblica riconosce i diritti inviolabili dell’uomo — “riconosce” perché i diritti vengono prima della Repubblica — ma contestualmente “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art.2). Un’educazione alla solidarietà diviene quindi un asse portante di una scuola che vuole uscire non solo dalla lunga notte del covid, ma ancor più vuole ritrovare un sentiero di crescita, sostenibile, inclusivo, umano.

Educare alla solidarietà vuol dire partire dalle effettive realtà locali, per ricostruire con i ragazzi percorsi di conoscenza condivisa, anche laboratoriale, in cui ognuno — non uno di meno — possa partecipare della scoperta collettiva. Questo significa uscire dagli schemi concettuali del ‘900, dalla scuola basata su programmi, orari, discipline, strutturate da ordinanze e disposizioni centrali. E questo implica che il dirigente scolastico non si senta l’ultimo anello di una catena gerarchica che da Roma arriva al suo istituto, ma sia il promotore di una nuova alleanza con il suo territorio, in cui la scuola sia percepita come pilastro essenziale. Sono molte le esperienze in cui questi principi sono divenuti realtà, anche nei mesi della pandemia. Ne cito uno per tutti, l’ “Isis Natta” che opera nel centro di Bergamo, il cuore della pandemia, e che è riuscito a mantenere in queste settimane buie accesa la fiaccola della scuola.

Ecco allora il secondo punto: quale autonomia per la scuola italiana. L’autonomia scolastica è stata introdotta già nel 1997 allorché il Governo Prodi — con Luigi Berlinguer all’Istruzione — promosse una vasta azione di ridisegno della società italiana, in vista dell’entrata nell’euro e dell’apertura dei mercati internazionali con la creazione del World Trade Agreement, che dal 2000 darà il via alla globalizzazione delle economie. In quel disegno l’autonomia non era né lo scaricabarile delle responsabilità dal Ministero all’ultimo preside, né il “liberi tutti”, come qualcuno tutt’oggi banalizza. Si trattava invece di un disegno di unità del Paese, che vedeva l’assunzione di obiettivi formativi comuni da raggiungere da parte di chiunque, in ogni parte del Paese, ma riconosceva la possibilità di costruire percorsi che tenessero conto delle effettive diversità di partenza, dotando i territori delle necessarie risorse per poter raggiungere quei fini comuni. L’uniformità è il modo più semplice di governare, imponendo a tutti una stessa regola, ma non è né efficiente, né giusto, perché consolida le diseguaglianze, tra l’altro ponendo a carico degli ultimi il costo umano dell’inseguimento senza possibilità di raggiungere, se non raramente, chi era partito già avvantaggiato. L’autonomia scolastica tuttavia si è insabbiata in anni di individualismo prima e di populismo poi, per tornare a riecheggiare nei più recenti atti di governo, lasciando quindi sperare in una prospettiva di ripresa futura di un perno di una democrazia matura.

Il terzo punto è il rapporto con il territorio. A vedere i numeri appare evidente che si è aperta una nuova Questione meridionale. Se il tasso di uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione nelle regioni del Nord si avvicina alla media europea, cioè al 10 per cento, nel sud — con punta massima in Calabria — siamo a oltre due volte la media europea, cioè che perdiamo per strada molti ragazzi, condannandoli a una povertà educativa che non può che essere fonte di nuova povertà materiale.

Nel Rapporto Invalsi pubblicato nel 2019 — che misura i risultati educativi riportati dalle scuole italiane — emerge con chiarezza che al Sud e nelle Isole i risultati sono più bassi della media nazionale e che questa divergenza si aggrava con l’avanzare nel percorso di studi. Giunti alla licenza media nel Sud e nelle Isole il 45,9 per cento degli studenti non arriva al livello ritenuto minimo nelle prove di italiano e il 55,7 nelle prove di matematica, con punte che sfiorano il 60 per cento in Calabria. La media nazionale è del 34,4 per cento per l’italiano e del 38,7 per cento per la matematica. Il Sud e le Isole presentano inoltre una maggiore variabilità tra scuole e tra classi, con una polarizzazione che crea nuove polarizzazioni all’interno della stessa area più arretrata. Secondo il Forum Disuguaglianza e Diversità, l’arcipelago del fallimento formativo ed educativo coinvolge oggi in Italia 1.300.000 bambini e ragazzi in povertà assoluta e altri 2.300.000 in povertà relativa; tutto ciò si traduce in povertà educativa, che si concentra in particolare in Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna.

E qui sta l’ultimo punto. Perché l’Italia è cresciuta meno degli altri Paesi europei negli ultimo venti anni? E che cosa occorre, quali competenze servono per un ripresa dell’economia italiana in questa età della digitalizzazione e della globalizzazione aldilà della pandemia? L’Italia è cresciuta poco perché troppo piccola è l’area geografica in cui si concentrano imprese in grado di muoversi a livello internazionale con capacità di innovazione. Inoltre, troppo pochi sono i giovani con competenze tali da sorreggere questa nuova crescita a livello internazionale, in cui servono meno competenze frammentate ed esecutive e occorrono invece competenze volte a gestire problemi complessi. Occorre lasciare spazio alla creatività e quindi quell’educazione alla solidarietà e a “fare comunità”, diviene anche la competenza principale per tornare a crescere; e allargare a tutto il Paese la battaglia per sconfiggere le vecchie e nuove povertà educative, diventa il modo per ritrovare la crescita in una Europa che torni a essere orgogliosa di se stessa.

L’educazione — come scriveva Romano Prodi nelle pagine di questo giornale pochi giorni fa — diviene quindi lo strumento anche per l’Italia per una ripresa che non sia effimera e che possa avere possibilità di divenire socialmente sostenibile nei tempi che avremo dinnanzi a noi.

di Patrizio Bianchi
Cattedra Unesco Educazione, crescita ed eguaglianza, Università di Ferrara