Quattro pagine - Approfondimenti di cultura, società, scienze e arte

La scoperta del possibile emigrando da nord a sud

progetto sud.jpg
17 luglio 2020

Da oltre quarant’anni l’impegno di don Giacomo Panizza e della Comunità Progetto Sud


«Faccio il prete. Prima di studiare in seminario lavoravo in fabbrica e prima di “emigrare” al Sud conoscevo solo una piccola parte di Nord. I millecento chilometri che separano Brescia da Lamezia Terme li ho percorsi a ventott’anni, dopo aver conosciuto alcuni giovani con disabilità che in Calabria non trovavano risposte adeguate ai loro bisogni di assistenza. Si erano rivolti altrove, fantasticando un futuro ipotetico nel Settentrione come se fosse “il” luogo affidabile per risolvere i loro impellenti problemi assistenziali, anche al prezzo di quelli esistenziali. Rassegnati, si preparavano a seppellire la vita in istituti lontano da parenti e conoscenti».

Per approfondire la storia di don Giacomo Panizza, il sacerdote «di frontiera», oggi settantatreenne, che negli anni Settanta decise di lasciare la Lombardia per trasferirsi nel profondo Sud, basta sfogliare le pagine del suo ultimo libro. S’intitola Cattivi maestri. La sfida educativa alla pedagogia mafiosa (Edizioni Dehoniane, 2017) e dopo la prefazione di Goffredo Fofi racconta — tra le altre cose — la scommessa e la sfida portate avanti nel fondare quarant’anni fa la Comunità Progetto Sud, «una convivenza tra giovani, maschi e femmine, in sedia a rotelle e in piedi, bisognosi di aiuto e allo stesso tempo desiderosi di aiutare... ciascuno secondo le sue capacità».

Nata, appunto nel 1976, come gruppo autogestito con lo scopo di offrire soluzioni alternative alla “deportazione” dei calabresi con disabilità negli istituti del nord Italia («Invece di emigrare altrove per fruire dell’assistenza quotidiana o elemosinare i servizi di cui c’era bisogno, li abbiamo creati noi, in Calabria. Insieme», scrive don Panizza), la comunità è successivamente cresciuta. Attualmente è una onlus indipendente che continua ad avere sede a Lamezia Terme, e, oltre a persone con disabilità, sta pure accanto a tossicodipendenti, immigrati, rom, malati di Aids, minori e donne in difficoltà. Progetto Sud si configura, insomma, come un insieme di reti, un gruppo di gruppi che, giorno per giorno, cerca di dare risposte concrete di inclusione sociale, perseguendo principi di giustizia, eguaglianza e legalità.

Scrive così Fofi nelle pagine d’introduzione a Cattivi maestri: «La parte più bella e più trascinante delle idee di Panizza è quella che riguarda “l’inaspettata capacità d’azione” che bensì sonnecchia nella società come un fuoco coperto dalla cenere, è la scoperta delle energie possibili che possono scaturire dal lavoro con gli emarginati, ma anche insieme alle persone comuni e in situazioni comuni (...). È sulla fiducia in queste energie, nascoste o evidenti ma che non sanno uscire ancora dall’isolamento (...) che bisogna scommettere. Don Giacomo ha saputo farlo, rischiando, ma con risultati evidenti (...). Non si tratta solo di denunciare e non si tratta solo di sperare, si tratta anche, coerentemente alle nostre constatazioni e convinzioni, di agire».

Se, dunque, «i cattivi maestri sono in realtà quelli che, con il loro esempio e con le loro parole, reagiscono al nefasto ordine esistente in nome dell’uguaglianza e della solidarietà: con e tra gli umili, gli ultimi, gli oppressi, e alla ricerca del vero, del giusto e del bello», don Giacomo Panizza rientra appieno in questa categoria, in questa definizione il cui significato è rovesciato.

Il prete dall’accento bresciano del resto conduce «azioni sociali, imbastisce percorsi educativi con chi non crede di poter imparare, cambiare o crescere, collauda espedienti buoni per tenersi alla larga da pensieri di rassegnazione». Tutto ciò lo fa in terra di mafie, sfidando la ‘ndrangheta e ricevendo continue intimidazioni: guai, però, a chiamarlo prete anti-mafia perché, come scrive, «è la mafia a essere anti-me e anti la Comunità Progetto Sud, anti tutti noi».

Pertanto don Panizza — l’emigrato al contrario che parla di «diritto alle terapie, pensione di invalidità, studio come diritto e lavoro libero dalle estorsioni, eliminazione delle barriere architettoniche e mentali» — insegna a «riempire la vita di vita», a combattere contro i pregiudizi, a lottare per i diritti di chi vive in prima persona certe situazioni. «Mi sono autodenunciato due volte. La prima presso il tribunale di Locri. Al procuratore della Repubblica ho consegnato una lettera indicante il giorno, l’ora e il luogo in cui avrei costruito una passerella abusiva sulla spiaggia per consentire a un gruppo di giovani sulla sedia a rotelle di poter fare il bagno al mare (...). La seconda autodenuncia l’ho depositata al tribunale di Lamezia Terme, preannunciando che avrei disobbedito a una nuova legge ritenuta in coscienza discriminatoria, perché obbligava a segnalare quegli stranieri che sarebbero incappati nel reato di clandestinità», racconta don Giacomo.

Quando lo sentiamo al telefono, è poco prima che il coronavirus mieta le sue vittime, prima che lockdown diventi una parola d’uso quotidiano, prima che lo stesso sacerdote firmi e supporti gli appelli e le petizioni a sostegno del diritto alla salute, al tempo della pandemia, nei confronti dei più fragili. Sin da subito, don Panizza parla chiaro, non edulcora la situazione. «In Calabria c’è ancora tanto da fare — dice — abbiamo un quinto dei servizi della Campania e un ventesimo di quelli presenti in Lombardia. La legge 328/2000 ad esempio non è stata nemmeno implementata (lo scorso 26 marzo al Consiglio regionale della Calabria arriva la richiesta di sospensione del regolamento regionale 22/2019, assunto con Dgr 503/2019, che avrebbe reso applicabile la citata legge nazionale sulle politiche sociali) e ciò risulta assai dannoso. Quello che tuttavia è cambiato in tali territori rispetto al passato, è, almeno, un aspetto culturale, legato alla mentalità: non lavoriamo sulle persone con disabilità, lavoriamo con loro».

«Noi di Comunità Progetto Sud — prosegue — abbiamo da subito cercato di far uscire dall’isolamento persone considerate handicappate. Uomini e donne chiusi in casa, emarginati, che uscendo finalmente sono rinati e hanno capito di essere grandi e figli di Dio. Da noi la persona con disabilità sa che l’importante non è tanto ricevere quanto dare. Capire, cioè, che non si è per forza belli, bravi e perfetti ma, come tutti, si hanno capacità e incapacità».

Sempre sul fronte delle disabilità, tra i diversi gruppi di don Giacomo Panizza (tra cui il centro di riabilitazione, quello psico-educativo per l’autismo e lo sportello informativo guidato da una persona con disabilità) c’è la casa famiglia Dopo di Noi — di cui è responsabile l’educatrice Elvira Benincasa — nata nel 2009, non a caso in un edificio confiscato alla mafia, per accogliere persone con disabilità fisica o psichica. Persone senza famiglia o con genitori non in grado di prendersene più cura, a cui viene messo a disposizione un servizio residenziale, attivo ventiquattr’ore su ventiquattro e scandito dal clima familiare e da precise regole di convivenza, rispetto e accoglienza. A tutto ciò si aggiunge il valore delle storie personali degli ospiti, al momento tra i 50 e i 74 anni. Le giornate, in base ai principi di don Giacomo, non vanno avanti come in una bolla: non solo i piani individuali e i piani terapeutici da rispettare, ci sono anche le normali routine familiari. C’è chi va in palestra, chi svolge attività sul territorio, chi prepara il pranzo e poi nel pomeriggio va dal parrucchiere o a far visita ai vicini di casa o, ancora, esce col pullmino attrezzato. Si organizzano persino le vacanze estive, tra le montagne della Sila e il mare della costa ionica oppure tirrenica.

E durante l’emergenza sanitaria, in particolare, la casa famiglia si è anche reinventata, attivando piani organizzativi e azioni mirate, oltre che alla prevenzione, a fronteggiare la chiusura delle attività esterne. «Dopo di Noi si nutre di rapporti quotidiani col territorio e col quartiere in cui vive — precisa la coordinatrice Benincasa — L’isolamento avrebbe potuto far ripiombare i nostri ospiti nelle condizioni di emarginazione vissute durante la giovinezza o in certi periodi della loro vita. Tuttavia, grazie alle attività di gruppo, alla fantasia e alle parole, l’équipe ha cercato di riempire i vuoti giornalieri subiti, dando vita, sì, al distanziamento fisico, ma mai a quello affettivo o psicologico. A oggi, dopo aver raccontato, in questi mesi e stando a casa, le nostre storie sotto forma di pensieri positivi, ci sentiamo un gruppo più forte e ciò che ci auguriamo di fare nel prossimo futuro è organizzare dei piccoli tour in Calabria proprio per ritrovare e affrontare i luoghi del nostro passato».

Dunque, per il momento e date le circostanze, sull’organizzazione dei tradizionali campi estivi — vere vacanze studio in cui si sceglie un tema e per sette giorni ci si lavora su — vige un po’ di incertezza: piuttosto, laddove si potrà, si realizzeranno, a turni, delle gite fuori “casa” in posti sicuri e rispettosi delle misure anti contagio. «L’anno scorso — rende ancora noto Benincasa — lavorammo sull’argomento “A-mare senza ostacoli”, recandoci in una struttura, sul mare, attrezzata ad accogliere persone con disabilità». Una volta scansato il pericolo si spera, così, che le vacanze autogestite possano riprendere il loro corso, anche perché ciò che le rende inedite e belle è il fatto che non siano imposte.

«Negli anni passati — aggiunge Benincasa — c’è chi scelse di partire e chi di restare. Non è un caso che ognuno degli ospiti paghi la settimana col proprio budget e, quindi, valuti le proposte estive a suo piacimento. Noi cerchiamo di lavorare sui diritti e sui doveri, di offrire l’opportunità a uomini e donne con disabilità di vivere una vacanza come farebbero tutti, a partire dalla volontà, appunto, di prendervi parte».

Nel suo volume, don Panizza spiega bene questo concetto legato al costante lavoro di gruppo, alla «condivisione delle decisioni con gli stessi destinatari dell’azione e non soltanto con i collaboratori» quando fa l’esempio «di alcune persone non deambulanti che hanno svolto uno studio sulle barriere architettoniche che impedivano loro di frequentare molti luoghi della città di Lamezia Terme nel migliore dei modi». Queste persone, in pratica, hanno prima studiato le definizioni e le leggi sulle stesse barriere architettoniche, poi hanno fotografato gli “ostacoli” intervistando sul tema e sulle possibili soluzioni le autorità preposte e, infine, hanno chiesto ai responsabili delle strutture irregolari di impegnarsi in tempi brevi a smantellare quelle barriere. Lo hanno fatto, cioè, in prima persona, «non più da assistite ma da protagoniste» e insieme perché «insieme agli altri la speranza (...) si svela più calda, più praticabile, più tutto. Insieme, anche quando percorriamo la via della croce, l’Invisibile si fa più vicino e noi ci riaccendiamo».

È di conseguenza una famiglia felice che somiglia a tutte le famiglie felici, e al contempo una famiglia infelice a modo suo la Comunità Progetto Sud. Fatta di operatori, esperti e professionisti, e soprattutto di voci che vengono ascoltate e si fanno ascoltare. A conclusione della citata telefonata, don Panizza, la comunità, la definisce così: «Progetto Sud, con Dopo di Noi e tutti gli altri centri compresi gli Sprar, le case antiviolenza, l’ufficio legale per i migranti e gli ulteriori programmi di recupero è un posto dove non solo si abita insieme, ma si vive il territorio, il mondo e l’esistenza». Partendo, naturalmente, da Sud, lì dove il prete operaio ha conosciuto «limbo e inferno, purgatorio e paradiso, la mia vita con altri altrove».

di Enrica Riera