Eleganza e ironia

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È morto il critico musicale Lorenzo Arruga

09 luglio 2020

Creatività esplosiva di una forza straordinaria che — sicuramente — andrà oltre la sua morte: in sintesi estrema, tutto ciò era (anzi è) Franco Lorenzo Arruga. Fine e mai scontato critico musicale (ha lavorato per «Il Giorno», «Panorama», «Il Giornale» ed è stato fondatore della rivista «Musica Viva»); coraggioso drammaturgo e librettista; regista poliedrico; romanziere dalle mille sorprese; affascinante affabulatore (tutti ricordiamo il suo vocione tramutarsi in falsetto nello spiegare l’opera lirica nelle sue lezioni televisive degli anni ‘90, primi esperimenti della musica “colta” per il piccolo schermo); inventore instancabile di eventi culturali; prezioso scrigno di ricordi sul Teatro alla Scala e sul Piccolo Teatro di Milano e di tutti quei nomi importanti che hanno calcato le tavole dei due illustri teatri meneghini (da Strehler, prima di tutti, a Pier Luigi Pizzi, da Tino Carraro a Valentina Cortese).

Lo “spartito musicale” della sua vita e della sua attività artistica (difficile scindere in lui i due aspetti) ha sempre recato ben in calce un preciso tempo musicale: “andante, con brio”. E aggiungerei “maestoso”, per la sua signorilità di uomo galante-elegante, senza mai dimenticare l’ironia. Lorenzo Arruga è (rimane ancora difficile scrivere il verbo al passato) un misto tra un Falstaff verdiano (per il suo british humour) e un Rodolfo pucciniano che mai si stanca di sognare «chimere e castelli in aria».

Chi ha avuto il privilegio di conoscerlo, sa bene che quel suo continuo canticchiare sottovoce una romanza — era una sua allegra abitudine — nascondeva ben altro: una nuova idea da partorire, una qualche frase appena scritta che — magari — non lo convinceva poi così tanto. E il nodo, quasi per magia, a un certo punto riusciva a sciogliersi: l’idea nuova gli si rivelava e lui, come perenne bambino, si meravigliava di questo prodigio. La lezione più importante che ci ha lasciato è quella del rimanere bambino. (Antonio Tarallo)