Zohra e il silenzio

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Nel mondo milioni di piccoli schiavi

10 giugno 2020

Il potere delle immagini si misura anche dalla loro capacità di suscitare indignazione e di far scaturire movimenti spontanei di protesta. Così è stato per il video che ha mostrato il brutale assassinio di George Floyd a Minneapolis. Chissà perché, invece, un’altra immagine altrettanto drammatica non ha innescato la stessa onda di rabbia planetaria. Eppure, ormai da parecchi giorni, sui giornali e sul web circola la foto del corpicino esanime di una bambina con evidenti segni di violenza. Quella foto, chiunque ritragga, è servita a portare alla luce il tragico calvario di Zohra Shah e di tante bambine come lei.

Zohra aveva solo otto anni, ma, nonostante la sua giovanissima età, lavorava come domestica presso una facoltosa famiglia di Rawalpindi, in Pakistan. Zohra era quindi una dei troppi bambini che in tutto il mondo sono costretti a rinunciare alla loro infanzia per dedicarsi al lavoro. Ma Zohra era pur sempre solo una bambina e, forse proprio per rispondere al magnifico istinto dei più piccoli al gioco, ha fatto fuggire due pappagallini dalla loro gabbia. E per questo Zohra è stata torturata, probabilmente stuprata e infine uccisa dalla coppia per la quale lavorava. Dalle testimonianze dei vicini, sembra che i due abbiano continuato a colpire la piccola con ferocia nonostante le sue invocazioni. Solo quattro mesi fa la bambina aveva lasciato la sua casa per andare a servizio. La coppia di Rawalpindi, attualmente in carcere, le aveva promesso, ingannandola, che in cambio le avrebbe permesso di studiare.

Ma quanto è accaduto non è purtroppo un caso isolato. Quattro anni fa un giudice e sua moglie torturarono e uccisero la loro domestica che aveva solo dieci anni. L’iniziale condanna a tre anni venne poi ridotta a solo uno. A gennaio, una ragazza sedicenne è stata invece assassinata dalla famiglia che l’aveva assunta perché “colpevole” di avere protestato per la qualità del cibo. In Pakistan, mentre il lavoro minorile è generalmente proibito, è invece consentito nelle famiglie e nei ristoranti. Ora, sulla spinta di organizzazioni per i diritti civili e di alcune ong (che hanno anche varato l’hashtag #justiceforzohrashah) sembra che le autorità pakistane siano intenzionate a inserire il lavoro domestico nella lista delle occupazioni pericolose.

Ma in pericolo sono in realtà i milioni di bambini che ogni giorno e ad ogni latitudine sono costretti a lavorare. Lo scorso anno, alla vigilia della giornata mondiale contro il lavoro minorile (12 giugno) sono stati diffusi i dati di questo scandalo mondiale di cui si parla davvero troppo poco. Sono 152 milioni i minori di età compresa tra i 5 e i 17 anni vittime di sfruttamento lavorativo. Quasi la metà di questi — 74 milioni — sono costretti a svolgere lavori che ne mettono a grave rischio la salute e la sicurezza, con ripercussioni anche dal punto di vista psicologico. Sessantaquattro milioni di bambine e 88 milioni di bambini, che si vedono sottrarre l’infanzia alla quale hanno diritto, allontanati dalla scuola, privati della protezione di cui hanno bisogno e dell’opportunità di costruirsi un futuro.

Certo, alcuni passi avanti sono stati compiuti. Nel 2000 il numero dei bambini lavoratori superava ampiamente i 200 milioni, ma la cifra di 152 milioni è ancora molto alta. Basti pensare che se tutti questi minori vivessero nello stesso territorio costituirebbero il nono paese più popoloso al mondo. E se, come accennato, qualche segnale di miglioramento è percettibile (soprattutto in America Latina e nei Caraibi, dove dal 2002 si è registrata una diminuzione del 26 per cento dei minori impiegati in attività pericolose) molto lontano sembra il traguardo di sradicare il lavoro minorile entro il 2025, come previsto negli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. In base alle stime dello scorso anno, per quella data vi saranno infatti ancora 121 milioni di minori costretti a lavorare.

L’Unicef segnala come il fenomeno sia concentrato soprattutto nelle aree meno sviluppate del pianeta, in quanto sottoprodotto di quella povertà che poi contribuisce a riprodurre. Tuttavia, come è noto, non mancano casi di bambini lavoratori anche nelle aree marginali nel ricco nord del mondo. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro tra le attività pericolose in cui sono coinvolti i bambini figurano i lavori in miniera, a contatto con sostanze chimiche e pesticidi agricoli o con macchinari pericolosi. È il caso dei bambini impiegati nelle miniere in Cambogia, nelle piantagioni di tè nello Zimbabwe, o nelle fabbriche di bracciali di vetro in India. Tra le peggiori forme di sfruttamento minorile rientra poi il lavoro di strada, ovvero l’impiego di tutti quei bambini che, nelle metropoli asiatiche, latino-americane e africane, cercano di sopravvivere raccogliendo rifiuti da riciclare o vendendo cibo e bevande. Nella sola città di Dakar, capitale del Senegal, sono 8.000 i bambini che vivono come mendicanti. Altra faccia di questa tragica realtà metropolitana è lo sfruttamento sessuale, che coinvolge un milione di bambini ogni anno.

Ma se le varie tipologie di lavoro minorile, anche le più degradanti, possono essere in qualche modo quantificate, una più di altre sfugge a una valutazione statistica: si tratta del lavoro domestico e familiare, in cui sono impiegate soprattutto le bambine come Zohra e le altre piccole Cenerentole pakistane. Che si tratti di lavoro in casa di altri o in casa propria, per le bambine esso diventa spesso una vera e propria forma di schiavitù, che le costringe a vivere nell’incubo della violenza e dell’abuso. Troppo silenzio circonda la vita di questi piccoli schiavi, che invece chiedono di essere resi visibili. E che soprattutto chiedono giustizia.

di Giuseppe Fiorentino