Una nuova cultura dell’ambiente per plasmare le città

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A partire dai documenti di alcuni organismi internazionali

19 giugno 2020

Appaiono a tutti evidenti i segnali di sofferenza di un pianeta i cui equilibri naturali sono stati profondamente alterati dagli interventi dell’uomo. Una violenza che non ha ferito solo il grembo della Terra, ma anche compromesso la qualità di vita delle nostre città e sfigurato il volto degli spazi artificiali progettati nel tempo. Considerazioni queste poste all’attenzione del mondo da due organismi internazionali, dai quali è giunto, già in passato, un grido di allarme: quello del Forum economico di Davos e, a seguire, dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il Manifesto di Davos del 22 gennaio del 2018 impegna tutti i rappresentanti delle istituzioni culturali dei paesi dell’Unione europea e delle Nazioni Unite, a partire dai ministri della Cultura degli Stati membri, a sostenere politiche che estendano l’influenza della cultura sulla forma della città e del costruito. Una presa di posizione così netta preoccupa, in quanto implicitamente valuta i fattori ad oggi decisivi nella realizzazione del nostro ambiente di vita, come non aderenti alla cultura. Il 28 maggio di un anno dopo, l’Oms indica ufficialmente il Burn-out, cioè lo stress, come sindrome con il codice Icd-11, dettagliandone sintomi ed effetti negativi sulla salute. Non solo, la stessa Agenzia delle Nazioni Unite ne stima il costo annuo, in termini monetari, in un trilione di dollari: ben mille miliardi di dollari! Azzerando questa spesa per un solo anno, si potrebbe saldare per metà il terzo debito pubblico di uno stato nazionale.

Tra le cause che generano stress nel luogo di lavoro c’è lo spazio stesso, cioè la configurazione degli ambienti destinati a produzione, organizzazione, servizi e commercio: dunque, i luoghi che ospitano l’80% del nostro tempo di vita, se non occasionalmente, non concorrono al benessere fisico e mentale. Ciò significa che anche l’ambiente artificiale, città ed edifici, che popoliamo, va ripensato, spostando l’uomo al centro del progetto e assecondando una cultura, scientifica ed umanistica, integrata in un’unica visione.

Solo dall’alleanza tra saperi e discipline, non a caso separate proprio all’alba del tempo dominato dalla tecnica, proviene la spinta decisiva a riformulare il concetto di spazio, includendo neuroscienze, filosofia, arti, pianificazione ed architettura ed etica. Come suggeriscono le ricerche di Douglas MacLoad, in un saggio pubblicato nel secondo numero di «Intertwining», proprio la costruzione di un luogo artificiale è stata il detonatore dello sviluppo cognitivo dell’essere umano. Dopo la comparsa delle prime architetture sul confine turco-siriano, che pietrificavano preesistenti rituali collettivi, quattordicimila anni fa, l’uomo in pochi millenni si impadronì di linguaggio e scrittura. Questo avveniva due milioni d’anni dopo la comparsa dell’Homo erectus, e dopo duecentomila anni dall’Homo sapiens. Oggi, però, potrebbe essere lo stesso spazio artificiale a generare, come un boomerang, un processo degenerativo. La mente umana ha ingaggiato, fin dalla fase primigenia, un rapporto simbiotico con lo spazio costruito: in origine era una seconda pelle, una proiezione scolpita di riti ed emozioni comuni. Nel tempo, però, questo legame è stato fortemente minato. La forma dei luoghi è andata via via riflettendo le esigenze tecniche di un sistema economico sempre più lontano dall’uomo. Nel corso della storia, anche se ambiguamente, l’equilibrio tra utilità tecnica dello spazio e cura della mente era stato, al contrario, mantenuto.

«Dopo la seconda guerra mondiale prende corso una trasformazione molto più profonda, oggi potentissima con la rivoluzione digitale degli ultimi due decenni — afferma Davide Ruzzon, Direttore di Naad all’Università di architettura di Venezia Iuav e responsabile scientifico del progetto Tuned di Lombardini22 — per comprenderla premetto che la nostra mente, con il corpo a riposo, consuma il 20 per cento di tutta l’energia richiesta dall’organismo. Il controllo del consumo energetico del cervello è il più importante obiettivo degli organismi viventi: questo risultato venne raggiunto grazie alla codifica, in chiave predittiva, del nostro rapporto con lo spazio fisico che ci circonda». Da ciò è chiaro che gli spazi fisici, prima naturali e poi costruiti, sono stati decisivi alla nostra evoluzione. Proprio nell’interazione con lo spazio la mente ha elaborato sentimenti più raffinati di quelli elementari — paura, rabbia o gioco — di tutti i mammiferi. «Provenendo tutti dal nord-est Africano, l’Acacia e il paesaggio della Savana africana rimane — secondo alcune ricerche — il sistema arboreo preferito, in virtù di questa ancestrale condivisione, proprio perché quella coreografia è stata decisiva alla nostra sopravvivenza di Sapiens» chiarisce Ruzzon.

Analogamente altre coreografie naturali, altri topoi, hanno assorbito i sentimenti degli uomini: il rifugio all’interno di un luogo protetto o il giaciglio dove stendere il corpo, ad esempio. L’architettura nasce quattordicimila anni fa, dopo due milioni d’anni di gestazione, in risposta al bisogno del Sapiens cacciatore-raccoglitore di avere una struttura in cui ri-trovarsi. L’uomo deve costruire un kit pronto per l’uso, una palestra della mente che gli permetta di ri-elaborare meglio il sentimento della morte, ad esempio, come accadde nei primi insediamenti sul confine turco-siriano a Gobleki Tepe. Un luogo riconosciuto collettivamente, sempre disponibile per rivivere un rituale fondativo. «C’è una ragione economica, la sopravvivenza, che spinge l’uomo al miglioramento. La ragione fondante della bellezza è l’utilità, economica e sociale, perché è la corrispondenza tra sentimenti attesi e la forma fisica dello spazio che a questi si accoppia, che cerca di tornare da dove viene — spiega Ruzzon —. In background, si potrebbe dire, il nostro sistema si attiva quando torniamo a casa la sera, quando andiamo al lavoro, quando entriamo in una stazione per prendere un treno, quando andiamo in un ospedale, ma sempre in modo diverso». Nel flusso immenso delle attività cerebrali, nella parte nascosta dell’iceberg, esistono modelli di relazione uomo-spazio, sempre declinati da cultura e geografia, che la nostra mente proietta verso la propria casa, o il luogo di lavoro, ad esempio, durante la nostra giornata. Se tali proiezioni sono disattese dalle condizioni esterne, le attività celebrali devono “risintonizzarsi” alla nuova situazione: e questo richiede ricalcoli, adattamenti, revisioni, che sfruttano le nostre capacità cognitive, ma producono stress e fatica mentale. L’ambiente di vita, nelle città sta pericolosamente abusando della nostra pazienza adattativa: «Le configurazioni che la città e gli edifici hanno assunto, hanno modificato i caratteri formali inscritti nei modelli generativi della mente — segnala Ruzzon —. Una fatica che emerge dai resoconti medico ospedalieri, dalle ricette che prescrivono farmaci per curare depressione e disturbi del sonno, dai bilanci familiari e aziendali». Oggi che questa consapevolezza esiste, spetta ad ognuno di noi trasformare i segnali, che dal profondo vengono a galla, in suggerimenti di prassi quotidiana.

di Silvia Camisasca