Storie viste dal banco degli imputati

John Everett Millais, «La liberazione di una strega» (XIX secolo)

In «Donne e Inquisizione» a cura di Caffiero e Lirosi

26 giugno 2020

La ricostruzione degli eventi del passato è fatta di grandi avvenimenti, ma anche di persone che vivono la loro quotidianità e che spesso si trovano sommerse dagli eventi e dimenticate dalla grande storia che scorre loro intorno. Gli studi di genere sono una branca della storiografia che si pone l’obiettivo di far uscire la descrizione fattuale dalla stereotipata narrazione di imperatori, Papi e battaglie condotte da uomini, dalla quale emergono poche figure di rilievo, per la stragrande maggioranza maschili. In questo genere di ricostruzioni, le donne hanno un ruolo estremamente marginale e compaiono solamente in qualità di reggenti di uomini troppo giovani per essere re, consorti o concubine ammalianti e conturbanti.

La raccolta di saggi Donne e Inquisizione pubblicato da Edizioni di Storia e Letteratura e curato da Marina Caffiero e Alessia Lirosi (Roma, 2020, pagine XXIV-232, euro 28), che da molti anni si occupano in modo diverso e complementare di storia di genere, offre un’analisi variegata dei processi del Sant’Uffizio che hanno coinvolto il mondo femminile a partire dalla Riforma cattolica fino al ventesimo secolo, portando sul banco degli imputati tutte quelle figure che si discostavano dal ruolo di figlia, madre o pia donna di Chiesa, secondo i canoni stabiliti, conducendo sulla cattiva strada altre persone.

Il merito del lavoro delle due storiche è quello di mostrare come il rapporto tra le donne e l’Inquisizione vada molto oltre il fenomeno della cosiddetta caccia alle streghe, ma sia molto più eterogeneo per fini e mezzi, con processi articolati e dibattimenti serrati e un’attenta collezione di testimoni tra accusa e difesa.

I contributi che compongono il testo aiutano a fornire un’ottica di insieme entrando, però, nello specifico dei processi, delle accuse, degli interrogatori, attraverso la raccolta minuziosa delle testimonianze e le condanne, delineando un percorso che oscilla tra l’eresia e la voglia di emancipazione sociale.

L’inizio di questo excursus è segnato dalla concezione della donna come un essere incapace di avere delle proprie idee, ma facilmente soggiogabile dal mondo maschile che la circuisce e la porta sulla strada dell’eresia. È interessante notare come spesso siano le donne a ricorrere all’espediente dell’inferiorità intellettuale e sociale per salvarsi dalle accuse che vengono mosse loro.

La sensazione che si ha scorrendo i primi saggi del testo è proprio quella di un’ammissione di inferiorità per interesse, un’inferiorità intellettuale che impedisce alle donne di comprendere le dottrine eretiche e di aderire solamente per spirito di emulazione o per volontà dei tutori, siano essi mariti o figli. Un espediente estremamente scaltro con il quale le donne dimostrano di smontare le accuse che una parte del mondo maschile muove loro, con le stesse armi che gli stessi uomini usano per relegare le menti femminili più brillanti alla semplice dimensione domestica.

Con lo scorrere delle pagine, l’approccio passivo descritto nei primi saggi da Michela Valente, Susanna Peyronel Rambaldi e Massimo Moretti, svanisce e viene sostituito dalla voglia di combattere e difendersi, per salvare l’onore del proprio nome, come nel caso di suor Giovanna Cesarea che, accusata di affettata santità dall’Inquisizione di Napoli, non accetta l’accusa passivamente, non ricusa, non ammette la colpa abbassando la testa, ma ribatte, portando testimoni in suo favore e non ha paura di accusare i suoi superiori, vescovo compreso, pur di difendersi. Non rinnega il possesso di immagini sacre o il flusso di persone che frequentano la sua casa, ma si difende da chi la accusa di essersi rappresentata come una santa e di aver avuto rivelazioni e apparizioni. È interessante come questa vicenda, raccontata da Isabel Harvey, inizialmente si presenti come uno scontro frontale tra una terziaria domenicana e un convento maschile, per trasformarsi poi in un conflitto aperto tra la religiosa e Gioseppa, una donna che aveva prestato servizio in casa sua per un breve periodo e che viene chiamata a deporre dall’accusa.

Il merito di questo testo è anche quello di delineare e descrivere una parte della società femminile troppo spesso non considerata e sottovalutata. La condizione di emarginazione sociale che travolge le donne sole, portandole alla povertà, ne spinge molte provenienti dalle terre ottomane a convertirsi al cristianesimo più volte per moltiplicare il contributo economico previsto per chi abbandona la religione di Maometto e riuscire così a sostentarsi per un po’. Un espediente che rimarca come le donne sole, prive di una figura maschile a far loro da tutore, si trovassero in condizione di assoluta miseria e fossero costrette ad usare tutti gli strumenti possibili per poter sopravvivere in una società patriarcale.

Ciò che emerge dalle pagine del testo di Caffiero e Lirosi è dunque un quadro eterogeneo di una società che evolve con il passare dei secoli, nella quale le donne non erano sempre chiuse al sicuro, ma attrici protagoniste che escono dalle loro mura, siano esse di casa o di un convento, per essere artefici delle proprie scelte e del proprio destino. Donne e Inquisizione è, dunque, un libro che entra di diritto nei testi fondamentali per chiunque voglia studiare la storia delle donne, ma anche per coloro che, per semplice curiosità, vogliano confrontarsi con una prospettiva nuova portata dalla storia di genere.

di Laura Coccia