Saramago e la miopia del male

Un murale dedicato a Saramago a Lisbona

A dieci anni dalla morte dell’autore di «Cecità»

17 giugno 2020

Nel suo discorso in occasione dell’assegnazione del premio Nobel per la letteratura (1998) lo scrittore e drammaturgo José Saramago ha voluto rendere un tenerissimo omaggio al nonno materno, «l’uomo più saggio che ho conosciuto, anche se non sapeva né leggere né scrivere». Con lui, ricordava ancora il romanziere portoghese, nelle notti d’estate qualche volta dormiva «sotto un grande albero di fico, tra i cui rami una stella mi appariva e poi lentamente si nascondeva dietro una foglia». Mentre il sonno tardava, le notti si popolavano di storie che lo cullavano. «Verrà il giorno in cui dirò queste cose e nulla di ciò importerà se non a me», diceva chiedendosi a quale “albero” migliore avrebbe potuto appoggiarsi.

Il conferimento del Nobel ha coinciso con le celebrazioni planetarie del cinquantesimo anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo; ovviamente lo scrittore ha colto l’occasione per ricordare come ancora «l’ingiustizia si moltiplica, la disuguaglianza peggiora, l’ignoranza cresce, la miseria si diffonde» nel mondo. La denuncia della sopraffazione e dell’iniquità che corrodono lo spirito umano ha infatti segnato buona parte della sua vasta produzione, in cui spesso mette a tema come si sia perso il senso di solidarietà, e come questo smarrimento abbia portato la società contemporanea e le sue strutture di potere a divenire profondamente miopi. Come si legge nella motivazione del Nobel, «grazie a parabole sostenute dall’immaginazione, la compassione e l’ironia, l’autore ricostruisce e rende tangibile una realtà difficile da afferrare».

L’intenso romanzo Cecità (Ensaio sobre a cegueira, 1995) ne è un valido esempio. In esso lo scrittore fa una lucida analisi della natura umana, raccontando come, in modo inaspettato e misterioso, un automobilista fermo davanti al semaforo rosso diventa all’improvviso cieco, “paziente zero” di quella che in poco tempo sarebbe diventata una vera e propria pandemia, colpendo indistintamente tutti gli abitanti di un luogo non ben determinato, ad eccezione di un’unica persona, identificata semplicemente come «la moglie del medico» (in verità in questa storia, nessuno dei personaggi ha un nome proprio), e provocando uno scenario apocalittico.

La tematica centrale dietro gli eventi assurdi e inspiegabili del racconto è infatti quella dell’indifferenza, dell’egoismo, che con l’espandersi della pandemia diventano sempre più evidenti, e che l’autore denuncia con veemenza, come aspra critica rivolta alla società in generale, e in particolare a quella comunità cittadina, nella quale la cecità “bianca” — così chiamata perché quanti ne vengono colpiti sono come avvolti in una nube lattiginosa — riesce a snaturare le più elementari leggi del vivere comunitario, rivelando il peggio che si annida nell’animo umano.

Rivedendo anzi la natura del disordine che si è venuto a creare con l’arrivo di un morbo che ha colpito la popolazione in modo così indiscriminato e insensato, si chiede se non fosse già presente prima che la cecità oscurasse gli occhi della gente, se è stata l’improvvisa oscurità a creare il caos, oppure se la malattia sia diventata “visibile” proprio grazie alla cecità.

Facendo dire alla rassegnata protagonista femminile «Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me siamo ciechi che vedono. Ciechi che, pur vedendo, non vedono», l’autore invita il lettore alla consapevolezza e alla responsabilità di vedere, mentre tanti hanno purtroppo perso questa capacità. Davanti all’egoismo esasperato, si domanda perplesso se dobbiamo davvero essere tutti ciechi per vedere l’altro.

Quando i personaggi del racconto vengono abbandonati a loro stessi, rinchiusi in un manicomio dove le risorse sono praticamente inesistenti, le basilari regole sociali imparate nel percorso della vita decadono all’improvviso. E lo spazio lasciato alla loro creatività, in teoria ideale per concepire una nuova forma di comunità più solidale, si tramuta invece a poco a poco, svelando le pulsioni più primitive dell’essere umano. Ben presto l’unica legge sarà quella del più forte, in cui pochi rendono impossibile la vita alla maggioranza sfiduciata e inerme. Un mondo dal quale la solidarietà viene completamente bandita, in cui l’uomo riesce addirittura ad annullare la propria evoluzione biologica, culturale e comunitaria. Nella morsa della paura dell’altro, solo la lotta per la sopravvivenza sembra tenerlo in vita.

Convinto assertore del pessimismo antropologico ma profondo conoscitore dello spirito umano, l’autore sostiene che «noi uomini non siamo buoni, ma bisogna avere il coraggio di ammetterlo» per poter aspirare alla guarigione, e che la nostra reazione in situazioni di impotenza e abbandono può diventare spietata e smarrire ogni ombra di obbiettività, portandoci al vero disprezzo per l’altro.

Alla fine del periodo di confinamento, quando la moglie del medico lascia il lazzaretto (dove era entrata fingendosi cieca per salvare il marito) e affronta la propria sorte, si rende conto di come tutto quello che è successo non abbia minimamente migliorato il genere umano. Anzi, il mondo dei ciechi ha tristemente ceduto il passo a quello dei barbari. Entrando in una chiesa si imbatte in una scena che la lascia esterrefatta. Tutti i santi sono bendati, perfino Cristo sulla croce, come se si volesse dire che lo stesso Dio non merita più di vedere: «Se i cieli non possono vedere, che nessuno veda». In verità è l’uomo che, sentendosi abbandonato al suo destino, non vuole essere guardato e ne dà la colpa a Colui che a suo avviso non è stato capace di salvarlo.

Nonostante la sua visione distopica del mondo, questo racconto può far riflettere sui comportamenti umani, specie nei momenti più complessi e imprevedibili della vita, se non si vuole sprofondare nel nonsenso. Si può ancora sperare che per il buio della ragione ci sia un rimedio efficace, quello cioè della compassione. Un antidoto sicuro all’indifferenza e l’unico che ci può portare dalla cecità e durezza di cuore al rispetto dell’altro, materia prima fondamentale per la costruzione della civiltà dell’amore. Simile forse a quella che popolava i sogni dell’autore, mentre da bambino si addormentava beato con suo nonno sotto un grande albero di fico.

di Sergio Suchodolak


Dietro gli avvenimenti più disparati


Nato nel piccolo paese di Azinhaga, in Portogallo, il 16 novembre 1922, José Saramago è morto alle Isole Canarie il 18 giugno di dieci anni fa. Dapprima si è dedicato all’attività di traduttore e di critico letterario, pubblicando una raccolta di poesie e diversi testi teatrali, romanzi, racconti. L’apprezzamento della critica è arrivato nel 1982 con Memoriale del convento e successivamente con L’anno della morte di Ricardo Reis, ma il vero successo internazionale è giunto una decina di anni più tardi con il controverso Vangelo secondo Gesù Cristo e con Cecità, che nel 1998 gli varranno il premio Nobel per la letteratura. José Saramago ha continuato a scrivere fino agli ultimi anni di vita, firmando opere di grande rilievo come Tutti i nomi, Le intermittenze della morte e Caino, suo ultimo romanzo. Nonostante il pessimismo di cui sono intrise molte delle sue opere, che si prestano a molti piani di lettura, nel decimo anniversario della morte preferiamo ricordarlo come un autore che comunque ha cercato di mettere in luce il fattore umano che si nasconde dietro gli avvenimenti più disparati. Per Saramago non ci sono eroi, ma solo uomini, con i loro pregi e i loro difetti, in fondo semplici portavoce del genere umano, degni di una compassione che in Cecità viene ben espressa con queste parole: «Essere un fantasma dev’essere questo, avere la certezza che la vita esiste, perché ce lo dicono quattro sensi, e non poterla vedere». (sergio suchodolak)