La sfida africana della terza età

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Gli anziani come depositari e custodi della tradizione orale

30 giugno 2020

«In Africa ogni anziano che muore è una biblioteca che brucia». È una delle frasi più celebri di Amadou Hampâté Bâ, scrittore, storico, poeta maliano. Intellettuale, nell’accezione più ampia del termine, grazie alle sue numerose opere che ha consegnato ai posteri nel corso della sua intensa vita (1900-1991), Hampaté Bâ è sempre stato convinto della centralità dell’oralità nelle culture africane. D’altronde è proprio attraverso la parola “detta” che si trasmette tutto il sapere antico, le conoscenze, la cosmogonia, la saggezza degli anziani riuniti intorno al fuoco, con le giovani generazioni attente ai loro racconti. Un’autorevolezza che, ad esempio, nella cultura del popolo Lango del Nord Uganda si evince dalle modalità del governo comunitario, da tempi ancestrali di pertinenza del collegio degli anziani (Jo Adongo), sotto la presidenza del loro capo (Rwot Adwong). Da rilevare che prima della conquista coloniale essi affermavano lo stato di diritto senza che vi fosse la necessità di ricorrere ad un corpo di armati che tutelasse la loro incolumità. Emblematica è la tradizione dell’etnia Mossì del Burkina Faso secondo cui il potere (Naam) viene esercitato dagli anziani come servizio, essendo manifestazione della parola degli antenati che essi devono far rispettare; dunque non un potere fine a se stesso. Un concetto che nella tradizione orale in lingua Mooré, idioma dei Mossì, è entrato a pieno titolo nella narrazione popolare. «Un giorno tre fratelli si videro ciascuno consegnare una bisaccia contenente il simbolo della loro futura vocazione. La borsa del primo fratello conteneva semi di miglio, ed egli infatti divenne agricoltore. La sacca del secondo fratello racchiudeva del ferro, e questi divenne fabbro. La terza sporta, infine, non conteneva nulla: il terzo fratello divenne dunque un capo». Non è un caso se proprio in questa lingua Mooré, la parola “Nàaba” abbia il doppio significato di “capo” e di “servitore”. Viene spontaneo domandarsi se ancora oggi nell’Africa Subsahariana questa rappresentazione degli anziani come depositari e custodi della tradizione orale abbia ancora senso e significato. Indubbiamente, in questo primo segmento del Terzo Millennio le cose stanno cambiando. Come afferma l’antropologo Mario Aime, «nelle città i rapporti stanno mutando, anche molto rapidamente, e tra giovani e anziani le relazioni sono spesso ambigue: da un lato si vuole spezzare il cordone della tradizione, che lega i giovani al passato, dall’altro c’è una sorta di timore che la presunta modernità delle realtà urbane non sembra avere cancellato». È evidente che il ruolo degli anziani, guardando al passato e al presente, non può certamente essere idealizzato, non foss’altro perché ogni cultura ha i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza. Ecco che allora la tipologia dei saperi che la ricerca antropologica è interessata a raccogliere in riferimento agli anziani è variegata, in un contesto territoriale, quello subsahariano, vastissimo per dimensioni. Stiamo parlando dei saperi della vita, della manualità, delle modalità di stare nel mondo che ogni individuo possiede attraverso un’esperienza di vita prolungata negli anni. Sta di fatto che la globalizzazione ha investito anche il continente africano, condizionando il ruolo degli anziani che in alcuni casi hanno perso molto del controllo sulle risorse strategiche comunitarie, in quanto i giovani adulti hanno perseguito le opzioni nei nuovi ordini economici e politici in cui ricchezza, prestigio e potere non dipendono necessariamente dagli anziani. Il sistema educativo formale e le nuove tecnologie hanno in particolare minato la rilevanza della conoscenza degli anziani e ridotto il loro ruolo di guide sociali. Molte cose stanno dunque cambiando, ma nell’immaginario africano un anziano è sempre e comunque una persona degna di rispetto. Chi scrive ricorda molto bene una conversazione avuta anni fa alla Kenyatta University di Nairobi con alcuni studenti che intendevano sapere se fosse vero che gli anziani in Europa vengono rinchiusi ed abbandonati negli ospizi. La risposta fu prudente e comunque, almeno in parte, affermativa. A quel punto la reazione non si fece attendere: «Ma come è possibile — esclamò un giovane ricercatore — che l’uomo bianco sia sbarcato sulla Luna, abbia inventato le più assurde diavolerie tecnologiche di questo mondo, e non sia capace di avere rispetto per i propri anziani!». Si levò una sorta d’indignazione perché come recita un proverbio dell’etnia kaniana Kamba «le parole di un anziano non cadono mai per terra». Rimane il fatto che l’Africa è in crescita demografica progressiva. Secondo il Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite (Undesa) la popolazione africana passerà da circa 1,3 miliardi del 2019 ad almeno 2,4 miliardi prima del 2030, rendendo il continente africano quello con l’incremento più rapido ed espansivo grazie al miglioramento della salute e a una maggiore longevità. E se da una parte è vero che oggi il 60 per cento della popolazione africana è sotto i 25 anni, si prevede un ciclo espansivo anche per gli anziani. Attualmente in Africa ci sono circa 66,6 milioni di persone con un’età di 60 anni o superiore; entro il 2030 nel continente ci saranno 103 milioni di anziani, forse molti di più. Non a caso durante il 26° Summit dei Capi di Stato e di Governo africani dell’Unione africana (Ua), tenutosi nel gennaio del 2016 ad Addis Abeba (Etiopia), è stato adottato il Protocollo alla Carta africana sui diritti umani e dei popoli riguardo ai diritti degli anziani. Tra le molte questioni fondamentali, questo Protocollo chiede gli Stati membri di adottare provvedimenti legislativi e istituzionali per garantire che gli anziani godano, ad esempio, del diritto al reddito in forma di pensione oppure altri provvedimenti di tutela sociale. Il cammino è comunque ancora lungo e le difficoltà che l’economia continentale sta attraversando — soprattutto in questa stagione segnata dal coronavirus — rendono le riforme in molti Paesi non certo facili. Inoltre, esistono delle difficoltà oggettive: nelle zone rurali, dove i registri delle nascite non sono accurati o non esistono del tutto, per determinare l’età degli anziani ci si riferisce normalmente all’aspetto fisico nello stimare l’età delle persone; il colore dei capelli, lo stato della vista e cose del genere costituiscono un’indicazione per definire quando una persona è ormai vecchia. Comunque, andando al di là di qualsivoglia pregiudizio sulla terza età, vale la pena sempre e comunque riflettere su un proverbio dell’etnia Fang in Gabon: «Tuo padre ha visto le formiche prima di te». Vale a dire, chi è venuto prima di noi, ci trasmette l’esperienza della vita reale e non quella dei libri di scuola o dei social. Sagge parole!

di Giulio Albanese