La messa dopo la tempesta

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Viaggio nelle comunità che hanno affrontato la crisi / 1

05 giugno 2020

Per i parroci romani è l’occasione di un nuovo rapporto con i fedeli


«Tutto è destinato a cambiare», relazionalità, condizioni socio economiche, scuola e lavoro, cultura e psiche. È il mantra di questi giorni. Ma è cambiato, o sta cambiando, anche il nostro modo di essere cristiani, di essere comunità, di rapportarci ai sacramenti e ai pastori? È sicuramente ancora presto per capire come sarà la Chiesa del dopo-covid-19, ma, all’indomani della prima messa della domenica, dopo undici settimane senza, abbiamo cercato di carpire intanto qualche indizio dalla struttura orizzontale della Chiesa: le parrocchie. Cominciando da Roma.

Dragoncello è all’estrema periferia sud di Roma, molto isolata dal centro della città. Don Simone Caleffi è il giovane parroco di una chiesa dalle linee architettoniche moderne in linea con l’edilizia recente del quartiere. «È venuta molta poca gente domenica. Al contrario delle liturgie on line che ho tenuto nel tempo del lockdown, che erano invece molto seguite da molti di più di quanti abitualmente vengono in chiesa. Ho parlato un po’ con i miei parrocchiani alla fine della messa. Come è detto nella Gaudium et spes, le sofferenze e le angosce del mondo sono proprie anche della Chiesa che nel mondo vive e cerca di essere motivo di speranza. Voglio dire, che come tra tutti, ho trovato che anche tra i cristiani c’è chi è rimasto come prima, chi ha vissuto e vive tuttora nella paura, e chi ha beneficiato di questo periodo ritrovando le ragioni della propria fede e vivendo in maniera più autentica la preghiera».

Dragoncello è un quartiere dormitorio, durante il giorno la gente lavora a Roma o a Fiumicino, per cui per molti è stata una propizia occasione di riscoperta di una dimensione di vita più familiare. «Per me, per noi preti, è stato un tempo di grazia», aggiunge don Simone. «Tante cose da fare sì, ma anche molto più tempo per pregare, leggere, meditare. Anche per noi c’è stata una riscoperta, quella di una dimensione diciamo un po’ “monastica” da cui il nostro ministero non può prescindere. All’inizio mi sono sentito un po’ sbandato, ma mi è stata di grande aiuto la vicinanza costante, quasi quotidiana, del mio vescovo».

Sempre nel quadrante sud della capitale, ad Acilia, è il francescano Paolo Maiello, 58 anni, una vita spesa sul fronte della carità e oggi parroco di San Leonardo di Porto Maurizio a raccontare le sue impressioni. «È tornata a messa circa la metà dei frequentatori abituali. E molti sono ancora segnati dalla paura. Chi aveva difficoltà — che fossero materiali o psicologiche — prima del coronavirus, nel periodo dell’isolamento se l’è viste amplificare. Colgo anche tanta rabbia che non trova sfogo. Ma il commento più diffuso è stato “Meno male che ci siete stati. In tante serate di solitudine e tristezza collegarsi alla vostra pagina, pregare e anche solo vedere le vostre facce ci ha dato conforto”».

Un contatto mai interrotto con la gente. Soprattutto grazie al grande sforzo fatto sul fronte della carità. «Abbiamo istituito i “condomini solidali” per la raccolta di generi alimentari e due volte a settimana distribuivamo 250 pacchi. Sembra un paradosso, ma nel tempo dell’isolamento attraverso la solidarietà ci siamo conosciuti meglio come comunità. Le porte della chiesa che sono sempre rimaste aperte, erano un po’ il segno di un cuore sempre aperto. Come prete è stato un tempo di grazia, ho rivisto il film della mia vita e ringrazio Dio per il carisma che mi ha donato: averla passata tutta e sempre tra gli ultimi».

Saltiamo una cinquantina di chilometri, sul versante esattamente opposto della città. Don Attilio Nostro, parroco di San Mattia apostolo, ribadisce: «Molta gente in meno, ci sono molti anziani nella mia parrocchia che hanno ancora timore a venire in chiesa. Ma quelli che sono venuti erano contentissimi di ritrovarsi, con la felicità stampata in viso. Che è esplosa al momento del canto. Non avevo mai visto i miei fedeli cantare con tanta passione e vigore. Era un rito liberatorio. Erano soprattutto molto riconoscenti per essergli rimasti sempre vicini in questi tre mesi. Devo dire la verità, i più contenti sono stati i frequentatori che erano meno abituali prima della pandemia».

Mancavano invece le famiglie giovani con i bambini. «Dovremo riflettere bene sulla ripresa delle attività catechistiche per i più piccoli — rimarca don Attilio — mentre gli universitari sono sempre rimasti collegati con noi attraverso Zoom. Le messe on line sono state un successo, ma poiché gli anziani hanno ancora paura a venire ho deciso che per un po’ continueremo col doppio binario: presenza e on line allo stesso tempo».

Non dissimile la situazione nella confinante parrocchia di San Giovanni Crisostomo. Dice don Massimo Tellan: «Sì, molta meno gente di quanto pensassi è venuta domenica scorsa. Temo che tutte le polemiche intervenute nelle ultime settimane sulla ripresa delle messe abbiano avuto il negativo effetto di impaurire oltremodo le fasce più deboli. Però chi è venuto era veramente contento non solo di pregare insieme ma anche di mettere a fattor comune le loro esperienze personali e familiari durante la quarantena».

Racconta infatti Valerio, un suo parrocchiano: «Accanto al dolore e alla preoccupazione per quanto succedeva intorno a noi, abbiamo però subito apprezzato la bellezza del ritrovarci insieme in famiglia, con mia moglie e le bambine. E abbiamo cercato opportunità per dedicare del tempo anche alla preghiera. Abbiamo iniziato con alcuni amici, su Zoom, a pregare i vespri tutti i giorni. Bambini e grandi, ragazzi e anziani; un gruppo che è andato crescendo nel tempo. Poi abbiamo cominciato anche a cantarli: una bellezza inattesa. E non abbiamo più smesso: quello che era inizialmente un rifugio è diventato una decisione di comunione, che non vorremmo terminare».

Anche in zona nord c’è una periferia estrema. A Santi Elisabetta e Zaccaria, a Prima Porta, don Massimo Cunsolo è il giovanissimo viceparroco che in tempo di pandemia ha scoperto la vocazione di youtuber. «Oltre ad occuparmi dei giovani della parrocchia sono insegnante di religione. Un lavoro che mi piace moltissimo. Volevo mantenere a tutti i costi i rapporti coi miei ragazzi e allora ho cominciato un po’ per scherzo a postare dei video. Sono piaciuti e si sono diffusi più di quanto pensassi. Ora succede che gente che non ho mai visto in chiesa mi riconosca e mi fermi per strada. Quello che ho notato domenica con la prima messa è che il bisogno di comunità era anche più alto del bisogno di eucaristia. E poi due cose interessanti. Tra messa in presenza e messa on line c’è un’inversione delle modalità di attenzione. Mi spiego: nella messa presenziale c’è intima partecipazione alla liturgia eucaristica e spesso invece un po’ di distrazione al momento della predica mentre nella messa on line avviene il contrario. In molti mi hanno raccontato che erano molto contenti di sentire ogni mattina la predica del Papa, ma poi non riuscivano a concentrarsi nella preghiera eucaristica. E l’altra cosa che ho notato è che se la prima messa domenicale ha registrato un calo di almeno del 50 per cento dei partecipanti, incredibilmente le celebrazioni feriali sono attese da un numero di fedeli ben più alto che prima del covid-19. Io credo che si tratti di un “effetto traino” della messa del Papa a Santa Marta: ha creato un’abitudine». E questa osservazione di don Massimo è comune alla maggior parte dei parroci che abbiamo interpellato. Un dato importante su cui dovremo riflettere più avanti.

Ancora un salto e ci ritroviamo in pieno centro di Roma, a Santa Maria ai Monti, di cui è parroco don Francesco Pesce. «Non posso dire di aver ritrovato i miei parrocchiani, perché non li ho mai persi in realtà. Tra visite, telefonate, e collegamenti web siamo sempre rimasti vicini. Quando domenica ci siamo incontrati in chiesa, ho trovato tanta gente contenta. Contenti delle catechesi e delle riflessioni divulgate su Facebook e Zoom. E contenti della messa del Papa, un appuntamento talmente bello e coinvolgente che ho scelto di non celebrare la messa on line nei giorni feriali, ma solo la domenica. Abbiamo fatto un’esperienza di carità molto bella con i “buoni spesa parrocchiali”. Oltre cinquecento persone hanno versato cinquanta euro a testa, che hanno formato altrettanti voucher che potevano essere spesi nei negozi del quartiere — così abbiamo aiutato anche loro — e anche le segnalazioni delle famiglie in stato di bisogno non erano una mia iniziativa ma venivano dai parrocchiani.

Una parrocchia molto “sociale” prima ancora che “social”, puntualizza don Francesco. «Per me, devo dire, è stato un tempo molto ricco, credo che era dai tempi del seminario che non avevo pregato così tanto. Un punto invece che mi piace sottolineare circa il ritorno in chiesa è che non ho mai fatto così tante belle confessioni. Quelli, e non sono pochi, che non hanno sprecato il tempo della quarantena, ne hanno approfittato per riavvolgere la pellicola del film della propria vita e farne un bilancio: ne sono venute fuori delle confessioni profonde, esistenziali, che mi hanno anche commosso. E poi il senso di comunità: tanto è mancato, quanto ora è più forte e desiderato. Spero che possa essere così per l’intera Chiesa, perché, dico la verità, tutte queste polemiche pseudoteologiche sull’apertura o meno delle chiese — e certe indicazioni non sempre chiare — hanno creato disorientamento, e acuito quella polarizzazione artificiosa tra un presunto cattolicesimo di sinistra e uno di destra che proprio non va bene. Ma nelle realtà come la nostra dove il senso di comunità è vivo non hanno fatto breccia».

Dal rione Monti, scesi per il Colosseo, si risale a San Saba, dove incontriamo don Andrea Cavallini, parroco di Santa Marcella e direttore dell’ufficio catechistico diocesano. «Le messe che abbiamo celebrato all’aperto hanno registrato più presenze di quelle in chiesa. Comunque si è sentita la mancanza dei bambini e le loro famiglie. Tutti sono venuti preparati alle nuove disposizioni che hanno rispettato scrupolosamente. Alla fine della messa — non era mai successo prima — è scoppiato spontaneo un applauso di liberazione. I miei parrocchiani più impegnati li ho ritrovati come sempre, mentre ho notato un maggiore interesse e partecipazione tra quelli meno abituali, segno che qualcosa di profondo si è mosso dentro durante il periodo delle restrizioni. Mi sono stati raccontati cambiamenti positivi nelle relazioni familiari. Soprattutto tra padri e figli. È stato un tempo ritrovato. Io ho la percezione che siano intervenuti cambiamenti profondi nella coscienza cristiana ma è ancora presto per capire in quale direzione, con quali tendenze. Sicuramente emerge un grande bisogno di spiritualità che dobbiamo essere capaci di intercettare. Me ne sono accorto dalla sentita partecipazione, durante la quarantena, all’adorazione eucaristica che promuovevamo. Ma per farlo non possiamo esimerci da una riflessione profonda su come dobbiamo cambiare anche noi. Ci sono domande nuove che esigono risposte nuove. D’altronde nella “sospensione” di questi tre mesi c’è un messaggio abbastanza chiaro che il Signore ci affida: “Fermati, Fai silenzio. Ascolta la Parola. Ripensa a dove stai andando”. Anche la vita ecclesiale, dobbiamo ammetterlo, è stata troppo improntata dalla frenesia del fare, negli ultimi tempi. Questo tempo è un kairos. Non dobbiamo sprecarlo. Ma ci vuole il coraggio di guardarci dentro e saper guardare cosa non andava, e cosa può migliorare. La messa on line è Chiesa in uscita, perché tocca una categoria nuova di persone che pongono domande diverse dalle solite a cui dobbiamo saper rispondere fuori del linguaggio usuale. E, aggiungo, dobbiamo farlo con urgenza».

Sono grosso modo le stesse parole che usa don Filippo Martoriello, tornando nella periferia est di Roma, sulla Casilina. La sua è una piccola parrocchia, appena cinquemila abitanti, e che ha la particolarità di avere metà della popolazione straniera prevalentemente musulmana. Più o meno in linea con le altre realtà, anche qui è mancata almeno la metà dei frequentatori abituali della messa domenicale. «Mi ha colpito soprattutto — afferma don Filippo — che la percentuale di quelli che non hanno fatto la comunione è più alta, c’è ancora tanta paura del contagio. Qui, d’altronde, tre persone le abbiamo perse a causa del virus».

Ma la riflessione molto lucida, oltre i numeri, si muove come detto sullo stesso piano del parroco di Santa Marcella. «Quello che gli psicologi hanno chiamato “sindrome della capanna” — sentirsi sicuri solo a casa e fare tutto e solo da casa — ha riguardato anche l’aspetto religioso. I numeri delle messe on line sono stati molto alti, non solo più alti di ora ma anche più alti di prima della pandemia. E nuove persone, abitualmente fuori del circuito ecclesiale, si affacciano con domande diverse e più interessanti di quelle a cui siamo abituati a rispondere. Mi stanno arrivando tanti spunti di riflessione per una Chiesa nuova, più spirituale. È una sfida grande. Speriamo di essere all’altezza di pensare ad una pastorale più sensibile al lato umano e all’essere comunità reale. Le dinamiche familiari sono state molto interessanti e me ne sono giunte molte eco. La maggiore presenza a casa è stata fonte di maggiore intimità ma ha anche scatenato tante contraddizioni. Una mamma mi diceva giusto oggi: “Ho conosciuto molto meglio i miei figli. Anche sotto aspetti che non avrei mai voluto conoscere”».

E queste dinamiche hanno suscitato tante belle confessioni e l’inizio di accompagnamenti spirituali. E i musulmani? «Ah fantastici, mi sono stati utili!». In che senso? «Nel senso che mi davano l’opportunità di correggere: li avete visti, quando sono in moschea e nel quartiere, come sono più ligi al rispetto delle regole del distanziamento? Imparate da loro! In verità, a parte le battute, questo sentirsi tutti sulla stessa barca circondata dai marosi del virus ha creato tanta solidarietà, ed ha abbattuto parecchi steccati pretestuosi che c’erano prima. Ho visto scene molto belle, come quella del signore musulmano che, davanti all’ultimo pacco alimentare rimasto, ha offerto di dividerlo all’italiano che gli era dietro nella fila. Per quanto riguarda me — osserva don Filippo— è stato un tempo bello in cui ho rivisto tante cose del mio essere prete. Soprattutto mai come in questa occasione ho sperimentato così sensibilmente l’aspetto della paternità insito nel mio ruolo».

Concediamoci lungo la Casilina, una fuga dalla città fino alla vicina diocesi di Frosinone per sentire una voce diversa, quella di don Giacinto Mancini a Monte San Germano: «Attenzione a non generalizzare le reazioni. Non ci sono solo le grandi realtà metropolitane. C’è anche la provincia, la campagna, i paesini, dove la fede si presenta in forme diverse, più semplici, ricche del senso della pietà religiosa, che dobbiamo essere attenti a non mortificare. Perché è la nostra memoria, la tradizione da cui tutti originiamo, e presenta tanti begli aspetti di verità. Per esempio qui la festa della Vergine Maria, patrona del paese, è l’evento dell’anno e, pure senza processione, lo abbiamo voluto celebrare con un rosario di palloncini che si è alzato sul paese. Anche questo se vuoi è social. Nel paese poi ci sono ampi spazi, il pericolo si è avvertito di meno; i contadini hanno sempre continuato a lavorare. Non scordiamoci mai che l’Italia è anche questa».

Tornando a Roma chiudiamo questo primo giro alla scoperta della Chiesa del dopo covid-19 nel quartiere di San Lorenzo, una volta popolare e oggi universitario, con don Andrea Lonardo, parroco di San Tommaso Moro. «Noi abbiamo fatto delle scelte diverse. Pochi riti on line, la messa solo quella della domenica, preghiere sì ma soprattutto tanto spazio alla conoscenza. Vedi io credo che tanto don Cavallini che don Martoriello abbiano ragione: questa vicenda ci ha messo in contatto con tanta gente che prima non vedevamo e che ha esigenze diverse dalla nostra “clientela” abituale».

Chi si affaccia o riaffaccia alle porte della chiesa, osserva il sacerdote, non è interessato tanto agli usi e costumi della fede e rischia di vedere solo quelle che gli sembrano piuttosto delle incongruenze. «Invece vuole risposte ai perché essenziali. Ecco, se dovessi indicare la parola chiave di questa fase indicherei “essenzialità”. L’essenzialità dell’essere cristiani. Che significa che Gesù è risorto? Come può darsi una vita oltre la morte? Che vuol dire che è asceso al cielo? Ha sfidato la forza di gravità o cosa? Chi ha scritto i vangeli? E dicono tutta la verità? e perché sono stati scelti quei quattro e non altri? Insomma l’essenzialità del nostro credere. Nel mio percorso di fede sono sempre stato particolarmente affezionato al vangelo di Giovanni. Ecco io penso che noi oggi dovremmo ripercorrere, attualizzandola, la strada di Giovanni, cioè spiegare, rendere intellegibile, comprensibile, ragionevole la buona novella. Ti dico, in verità, questa storia tragica che abbiamo vissuto ha svelato una realtà difficile e cioè che siamo tutt’oggi deboli su questo campo, non abbiamo lavorato abbastanza a far crescere e maturare nella fede il popolo di Dio, adagiandoci spesso sulla sola pratica devozionale, e sacramentale. E allora ho pensato subito all’inizio del lockdown: questo è il momento giusto. Così abbiamo avviato ogni sera alle 18 una vera e propria scuola sugli elementi essenziali del credere. Esiste un’anima? Cosa sono i vangeli apocrifi? Cos’è l’immortalità? Cos’era l’amicizia per Gesù? Giuda era un predestinato? L’essenziale, dunque, e spiegato in termini e linguaggi altrettanto essenziali. Attenzione, non è accademia. Ma è un prendere di petto le questioni che più arrovellano lo spirito e la fede delle persone. Prima del kerigma, o accanto ad esso, è necessaria un’evangelizzazione formativa. Una signora mi confidava qualche sera fa: “Mi sono sempre portata dietro il senso di colpa di non aver accompagnato mio padre nei suoi ultimi istanti. Ora che ho capito fino in fondo il senso dell’immortalità, so che posso dialogare ancora con mio padre, che mi è vicino. Così come mi è vicino Gesù, e quando prego non parlo al muro”».

I corsi durano non più di 25 minuti e il linguaggio è semplice e accessibile a tutti. «È stato un successo incredibile — spiega don Andrea — e ogni sera circa mille persone seguivano le lezioni. Me ne compiaccio, non per vantare una bravura, ma per aver intuito che c’era una domanda. Che credo sia la domanda che permarrà anche nel dopo coronavirus e che dovrà caratterizzare la nostra proposta di nuova evangelizzazione. D’altronde questa iniziativa è in linea con la proposta pastorale che svolgo da tempo. Da anni curo un mio blog che si chiama “Gli Scritti”: pochi giorni fa abbiamo celebrato un successo che ha dell’incredibile: trenta milioni di pagine consultate. I media digitali sono più di una diversa e moderna tecnica di comunicazione. Penso a due aspetti: il primo è la molteplicità delle offerte. Per esempio quando mai era possibile prima di internet offrire un servizio di cultura religiosa e teologica ai fedeli del paesino del confratello che hai intervistato sopra? O scegliere di seguire una messa magari cantata in gregoriano da virtuosi monaci cistercensi? E poi, secondo aspetto, la divulgazione digitale offre la possibilità dell’interazione, di avere riscontri, feedback. Che certo non hai al termine di una predica. Anche solo mettere un “mi piace” sotto uno dei nostri video non è un’operazione banale, significa esporsi, mettere la propria faccia su temi sensibili. Io penso che da questo punto di vista la quarantena abbia segnato un punto di non ritorno per una pastorale diversa». Tanti spunti di riflessione che meritano di essere approfonditi. Cercheremo di raccoglierne ancora. Nei prossimi giorni.

di Roberto Cetera