L’Africa in tempo di pandemia

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A colloquio con un officiale del settore per la pastorale della salute presso il Dssui

05 giugno 2020

Incaricato per la pastorale della salute presso il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, monsignor Charles Namugera in questa intervista parla della situazione nella Regione africana.

Chi sono i vostri interlocutori?

I responsabili degli uffici nazionali per la pastorale della salute e sociale (Caritas), gli ospedali ed altri centri di cura, le associazioni di medici e infermieri, i centri di bioetica, le commissioni per giustizia e sviluppo. Una delle loro maggiori preoccupazioni è quella di garantire nel miglior modo possibile non solo la cura clinicamente appropriata, ma anche quella pastorale alle donne e agli uomini colpiti dal coronavirus. Al comtempo tutti ci confermano come la Chiesa sia impegnata sul fronte della prevenzione e dell’assistenza e su quello umanitario, collaborando in vari modi ai piani statali di lotta contro la pandemia.

Come si concretizza tale impegno in generale?

Anzitutto le Conferenze episcopali hanno emesso comunicati stampa per avvisare i fedeli e preparare le popolazioni riguardo alle indicazioni da seguire e le disposizioni da parte degli Stati. Hanno promosso varie iniziative e programmi di sensibilizzazione attraverso i mezzi di comunicazione, specialmente la radio. E in vari paesi le strutture ecclesiali si sono messe a disposizione delle autorità nazionali per le persone in quarantena o per curare i malati di covid-19.

Veniamo al continente africano, di cui lei conosce particolarmente bene la realtà. Cosa può dirci in proposito?

Il cardinale prefetto Turkson ha tenuto nei giorni scorsi una videoconferenza con i responsabili della pastorale della salute nell’Africa Sub-Sahariana. Ascoltando gli incaricati intervenuti da Zimbabwe, Nigeria, Malawi, Ghana, Repubblica Centrafricana, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Zambia, si è potuto evidenziare che la pandemia è arrivata quasi in tutti paesi ma per adesso i numeri sono ancora contenuti: centosettantamila contagiati su 1,3 miliardi di abitanti. I paesi con il numero più alto sono Sud Africa che ha superato 40 mila casi, Egitto con quasi 30 mila, Nigeria altri 11 mila, seguita da Algeria e Ghana con oltre 8 mila contagiati. Il numero totale dei morti da covid-19 in tutta l’Africa è di circa 4.800 persone.

Però considerando il pericoloso precedente dell’Ebola qualcuno ha paragonato l’Africa a un paziente immunodepresso circondato da parenti contagiosi...

Esatto, anche perché le sfide sono numerose: in diversi nosocomi mancano i reparti per la terapia intensiva, tutti hanno bisogno dei dispositivi per la protezione personale (mascherine, guanti); le strutture sanitarie della Chiesa non hanno i kit per fare test e tamponi. Occorrerebbe una maggiore e una migliore formazione degli operatori, andrebbe ottimizzato l’isolamento dei reparti. Inoltre, siccome ci sono stati casi di stigmatizzazione per timore del contagio, andrebbero messe in atto misure di sicurezza e di educazione per mitigare la paura.

E poi c’è la cronica carenza di cibo e di lavoro?

Quello della sicurezza alimentare in alcune zone dell’Africa è un problema sempre in agguato. Ecco perché prima parlavo di impegno della Chiesa sul fronte umanitario, laddove essa si occupa anche di procurare pasti per le fasce più vulnerabili della popolazione, che spesso sono anche senza occupazione, o con piccoli lavoretti saltuari. Fame e malnutrizione sono dunque aggravate dalla contingenza attuale, mentre la necessità di approvvigionamento di generi alimentari colpisce anche i ceti meno a rischio a causa delle misure di chiusura totale e di distanziamento sociale imposte per evitare la diffusione del contagio.

C’è stata qualche testimonianza che l’ha particolarmente colpita durante la videoconferenza?

Più di una e riguardava la produzione locale delle mascherine, nella quale vengono coinvolte categorie sempre svantaggiate come le donne e i giovani. Sono anche impressionanti i gesti di solidarietà fra le popolazioni localmente e le organizzazioni della comunità internazionale che hanno fatto arrivare dispostivi di protezione per il personale medico, ventilatori polmonari e il cibo che in questo momento manca a quanti lavorano nel settore senza garanzie a lungo termine. Ma c’è ancora molto bisogno di tutto questo, anche perché in vari paesi il contagio deve ancora raggiungere il picco, e poi anche per affrontare il problema umanitario del dopo pandemia.

di Gianluca Biccini