Un continente oltre i soliti stereotipi

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Il 25 maggio si è celebrata la Giornata che ricorda la fondazione dell’Organizzazione dell’Unità africana

26 maggio 2020

L’idea di un’Africa quasi fosse una sorta di “buco nero” nell’enciclopedia dei saperi è assai diffusa. La riprova sta nel fatto che si parla spesso di questo continente a sproposito. Tutto sembra avvolto negli occhi prevenuti dell’immaginario occidentale, dentro la sottile polvere dell’Harmattan, il vento del deserto, che avvolge tutto, rendendo la visione grigia, indistinta e agglutinata. È una sorta di miopia dell’anima che contamina qualsivoglia osservatore collocato al di fuori dei confini geografici del continente africano.

L’Occidente, inutile nasconderselo, non è affatto estraneo a questo pregiudizio con uno strascico di polemiche a non finire in riferimento, ad esempio, al grande tema della mobilità umana, da meridione verso settentrione. Ecco perché allora è necessario «mettere le cose nero su bianco», proprio come recita un’espressione ricorrente nel nostro tradizionale discettare che forse potrebbe aiutare a ristabilire il giusto equilibro culturale con l’Africa, almeno dal punto di vista lessicale.

Come rileva l’intellettuale congolese Jean Leonard Touadi, si tratta del solo caso, nella lingua italiana, dove il termine “nero” assume una valenza positiva. D’altronde l’Africa è sempre associata a mali più o meno oscuri, dalle guerre dimenticate, quelle che non fanno notizia, alle carestie infinite per non parlare delle innumerevoli pandemie a cui si è associata recentemente, ultima in ordine temporale, quella del covid-19. Ma questo continente non è solo questo: è molto, ma molto di più. A parte le bellezze naturali, i tramonti mozzafiato e le infinite ricchezze naturali, è soprattutto un poliedrico contenitore di sapienze ancestrali, luogo di passioni, ricchezze culturali e artistiche, galassia di etnie fatte di volti con le loro storie da raccontare. Da qui l’esigenza di compiere uno sforzo collettivo, prendendo lo spunto dall’anniversario della fondazione dell’Organizzazione dell’Unità africana (chiamata dal 2002 Unione africana) il 25 maggio 1963 ad Addis Abeba, in Etiopia.

A dispetto degli scettici pronti a scommettere sulla sua agonia e deriva, di chi lo considera il “binario morto della globalizzazione” o una “zavorra geopolitica”, l’Africa è stata in grado di ottimizzare le situazioni estreme. A questo proposito è illuminante La petite vendeuse de Soleil capolavoro del regista senegalese Djibril Diop Mambety. Nel descrivere la giornata di Sili, una bambina portatrice di handicap, egli è stato capace di mettere in evidenza la partecipazione collettiva, le relazioni umane complementari e non competitive, gli scambi di beni che non sacrificano i retaggi culturali e spirituali. Nel film la piccola protagonista decide di andare per le strade della capitale, Dakar, a vendere il quotidiano locale «Soleil», nome simbolico, questo, che indica nel sole il ritorno della luce dopo il buio della notte. La piccola resiste, affronta la polizia corrotta e la miseria, facendo leva sulla solidarietà e la condivisione del ricavato tra i poveri del quartiere. Sili solo apparentemente rappresenta la quintessenza della debolezza e della rassegnazione passiva, invece ha in sé tutta la grinta e l’energia necessarie per non piegarsi fatalisticamente al destino, per combattere l’infelicità e per cercare di migliorare la propria condizione umana. La sua riuscita diventa l’icona di un’Africa che non s’interroga più, che lavora e crea nel disordine dell’informale, nel pieno delle contraddizioni di una modernità seducente, ma di fatto imposta. Per dirla con le parole del compianto teologo camerunense Jean-Marc Ela, siamo di fronte ad “un’Africa che bolle”, con straordinarie potenzialità, capace di riservare al mondo molte sorprese.

Dobbiamo pertanto guardare a questo continente andando al di là dei soliti stereotipi, come se fosse la metafora drammatica della povertà. Impariamo piuttosto a distinguere tra problemi economici e sociali e il dramma della povertà. L’Africa, per chi la conosce, non è povera ma impoverita, non implora beneficenza o carità pelosa, ma giustizia. Questa è la percezione di chi s’immerge nel profondo del continente: nelle culture, nei villaggi, nelle bidonville, incontrando gente che s’inventa il quotidiano: sono le Afriche — meglio usare il plurale essendo un continente tre volte l’Europa — sommerse, invisibili spesso non solo agli occhi degli stranieri, ma di certe élite locali a volte troppo fagocitate nei meccanismi mimetizzati di una globalizzazione invasiva, fatta di speculazioni a non finire.

Ecco perché la vera sfida sta proprio nel ricucire lo strappo tra le vittime della marginalità sociale ed economica e coloro che fungono da agenti locali di interessi “extra africani”. Per dirla sempre con le parole di Touadi può essere utile ricorrere all’acuta saggezza della filosofia dialogica d’origine ebraica dove “l’Altro” — in questo caso l’Africa o Afriche che dir si voglia — è nello stesso tempo epifania e mistero. «L’Africa come epifania — egli scrive — è quella che cogliamo con lo sguardo di sempre, un continente con le sue piaghe e i suoi drammi, ma anche con le sue bellezze diversificate che si offrono allo sguardo rapito del viaggiatore». E in questo contesto Touadi suggerisce di «lasciarsi attrarre dal mistero del continente che chiede di essere avvicinato con rispetto e forte empatia; che non vuole essere giudicato ma compreso; che non vuole essere adulato ma nemmeno deriso, che non chiede, ma vuole condividere», camminando a fianco degli altri.

di Giulio Albanese