Risposta del cuore

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In ogni angolo del pianeta le religiose in prima linea nell’aiutare le fasce deboli a contrastare il coronavirus

16 maggio 2020

Dall’Asia all’Europa, dall’Africa all’Oceania: è stata immediata e corale l’opera di solidarietà delle congregazioni religiose femminili in tutto il mondo in questo tempo di pandemia che sta colpendo milioni di persone e mietendo centinaia di migliaia di vittime. «È stata una risposta che è partita dal cuore di ognuna di noi e che ha visto il coinvolgimento degli istituti religiosi e di tantissime nostre consorelle che si stanno impegnando quotidianamente in tutti i modi per far fronte ai bisogni e alle esigenze di poveri, ammalati, anziani e senza tetto. Non esiste congregazione, né comunità, che non abbia risposto efficacemente a questa pandemia. La compassione è stata pronta e immediata», confida all’Osservatore Romano suor Jolanta Maria Kafka, superiora generale delle Religiose di Maria Immacolata (missionarie clarettiane) e presidente dell’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg). Nella sua testimonianza, un pensiero particolare la religiosa lo rivolge alle centinaia di consorelle che hanno perso la vita a causa del covid-19. «Sono veramente tante. Al momento non abbiamo un numero preciso, però ci sono alcune congregazioni in Italia, Spagna, in Francia, Stati Uniti, che hanno perso fino a venti-trenta consorelle. Dietro a una suora deceduta — spiega — c’è il dolore e il dramma di un’intera comunità e di una famiglia».

Per combattere il diffondersi del coronavirus, molte religiose stanno lavorando come medico o infermiere, spesso in piccoli ospedali rurali dell’Africa e dell’Asia, in cliniche, centri sanitari, ospedali da campo, unità mobili che forniscono istruzione e assistenza medica ai bisognosi e a quanti hanno contratto il virus. Altre si sono messe dietro a una macchina da cucire per realizzare mascherine o hanno creato laboratori “fatti in casa” per preparare detergenti per l’igiene personale e la sanificazione degli ambienti; altre ancora cucinano e preparano pasti caldi per i senza fissa dimora. In Italia, per esempio, le Piccole suore missionarie della Carità (suore di don Orione) si stanno prendendo cura dei bambini disabili del Piccolo Cottolengo, delle disabili di Casa Serena, delle comunità di minori di Cusano Milanino, di Palermo, di Castelnuovo Scrivia e di tutti gli ospiti delle case di riposo, nonché delle suore anziane della Casa generalizia. «In Polonia — sottolinea suor Jolanta — più di 300 consorelle di varie congregazioni stanno rendendo servizio volontario nei centri ospedalieri e nelle residenze per gli anziani data la mancanza del personale».

Molte religiose che svolgono servizio pastorale nel sud del mondo hanno trovato estremamente difficile l’approvvigionamento di attrezzature come ventilatori, guanti e mascherine. «Di conseguenza — aggiunge suor Pat Marray, dell’Istituto della Beata Vergine, segretaria esecutiva dell’Uisg — molto spesso si sono recate nelle abitazioni dei malati per aiutare le famiglie a realizzare in casa le mascherine per la protezione. Sono tantissime le consorelle attive nei bassifondi e nei piccoli villaggi dei Paesi poveri, dove conducono campagne educative sui servizi igienico-sanitari adeguati e distribuiscono volantini sulle precauzioni da prendere». In particolare, suor Murray loda l’operato delle consorelle africane che in alcuni villaggi, dove c’è carenza di pompe idriche, hanno raggiunto le popolazioni locali portando delle brocche d’acqua per spiegare come lavarsi bene le mani. «In India — prosegue — le religiose hanno tracciato delle linee con la sabbia nei centri di distribuzione di cibo per garantire la distanza di sicurezza ed evitare il contagio». Non solo, «molte lavorano con le onlus locali e altre organizzazioni per distribuire cibo e vestiario, altre condividono il proprio cibo con i poveri o vanno per strada e offrono ciò che possono ai senza tetto».

Inoltre, le religiose hanno prestato molta attenzione anche all’offerta formativa degli istituti scolastici provvedendo a sopperire la didattica frontale con quella on-line. Le scuole cattoliche in alcune regioni di Italia per esempio «hanno costituito una rete di comunicazione — spiega suor Jolanta Kafka — per confrontarsi sulle modalità e le problematiche di questo periodo. Ci sono le figlie di Maria Ausiliatrice, le francescane, le clarettiane, le oblate, le passioniste, le pie discepole e altre congregazioni per fare fronte alle conseguenze sociali, educative ed economiche del covid-19. In altre parole, stanno cercando di dare risposta a questa situazione realizzando piattaforme tecnologiche in oltre tredicimila istituti paritari in Italia, e interrogandosi seriamente sulla sostenibilità presente e futura».

Le suore che lavorano nelle scuole o nelle parrocchie hanno trovato “modi creativi” per continuare i loro programmi. Non solo hanno lanciato corsi online, ma offrono disponibilità nell’accompagnamento online e animazione dei tempi di preghiera e ritiri. «Le consorelle, inoltre — prosegue suor Marray — stanno compiendo enormi sforzi per rimanere in contatto con gli anziani, assicurandosi che non restino soli. Quelle che lavorano con rifugiati, migranti e vittime della tratta di esseri umani, hanno trovato il modo di rimanere in contatto e assicurarsi che queste persone stiano bene».

In tutto il mondo, le religiose, come testimonianza evangelica della loro vocazione, non solo forniscono cibo, assistenza, forniture mediche e formazione, ma, insieme a tutto questo, cercano anche di essere «una presenza orante, una presenza di supporto, una presenza di speranza». «Tutte, nei limiti della mobilità — dichiara la presidente dell’Uisg — stanno facendo il possibile per garantire il miglior sostegno pratico e anche pastorale ai bisognosi, nonostante la crisi sanitaria, senza distinzione di etnia o religione. Si crea una collaborazione ancora più forte, ma non tutte le congregazioni hanno le possibilità di far fronte alle molteplici esigenze. Abbiamo costituito un fondo, da noi gestito — puntualizza — che si occupa di aiutare le congregazioni in maggiore difficoltà, dislocate in zone remote e nei villaggi dove sono carenti i servizi o perché hanno subito grandi perdite».

A livello mondiale in tutte le congregazioni religiose stanno cercando di impedire il diffondersi della pandemia all’interno degli istituti. Stanno seguendo le normative nei Paesi in cui vivono. Mentre quelle che lavorano negli ospedali, nei centri di assistenza ai disabili, nelle cliniche e nelle case di riposo stanno facendo del loro meglio per autoisolarsi, per garantire prevenzione dalla possibilità di contagio.

Per dare supporto alle oltre circa duemila congregazioni sparse in tutto il mondo l’Uisg sta promuovendo numerose videoconferenze e webinar di informazioni e codici comportamentali di fronte al covid-19; riflessioni sulle implicazioni psicologiche ed economiche delle conseguenze della pandemia e spunti sulla spiritualità per questo tempo. «La Uisg, inoltre, cerca di accompagnare le superiore generali, creando fori di condivisione di esperienze, di iniziative, ma anche di prospettive di fronte ai cambiamenti che il confinamento sta causando nell’organizzazione dei nostri calendari, di visite e riunioni internazionali, capitoli e progetti». L’“oggi” è il primo imperativo da accudire, ma pensando al futuro suor Jolanta è convinta che questa pandemia cambierà radicalmente il nostro modo di vivere e ci farà comprendere l’importanza dell’essenziale. «Sarebbe bello poter riflettere profondamente insieme ad altri. Quante volte abbiamo inseguito l’effimero, il guadagno, la sicurezza a tutti i costi! Molti Stati hanno pensato ad arricchire il loro arsenale militare per difendersi, ma non hanno pensato alla vulnerabilità della persona; nessun’arma — ricorda la presidente dell’Unione internazionale delle superiore generali — è in grado di difenderci da questo piccolo virus, invisibile agli occhi, che sta colpendo la vita di tanti, e in modo speciale delle fasce deboli». Secondo la religiosa clarettiana è dunque giunto il momento di decidere un cambiamento delle nostre abitudini, riflettere sui nostri legami umani, e sul valore che diamo all’esistenza. «Siamo in contatto con il segretariato della Uisg, per condividere il vissuto e insieme interrogarci sulla nuova fedeltà alla sequela di Gesù in questo contesto e trovare nuovi modi di vivere che promuovano il bene dei più poveri e del pianeta. Vorrei pensare che, al termine di questo isolamento, la nostra prima corsa sia all’incontro di qualcuno e non a recuperare i nostri budget indeboliti. Spero — ha concluso — che potremo dare un rinnovato impeto al valore della presenza umana e che questa esperienza ci serva e ci incoraggi nella ricostruzione di ponti. L’umanità ferita, lo ripeto con tanti altri che lo esprimono in questi giorni, non deve sprecare questa opportunità: “Vivo con fiducia in Dio e in ogni persona umana”. Il tempo ci dirà quanto tesoro ne abbiamo fatto di questa esperienza».

di Francesco Ricupero