Quella grandinata maestra di vita

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Conversazione con l’imprenditore Brunello Cucinelli

19 maggio 2020

Brunello Cucinelli ha guardato a questi mesi come un navigante che attraversa la vita. Nei suoi occhi, prima dell’imprenditore del lusso che esporta il cashmere in tutto il mondo, c’è il figlio di contadini che scruta l’orizzonte. Nella sua infanzia, poteva essere un solco appena arato, che una grandinata violenta cancellava annunciando implacabile la miseria. Eppure, il suo modello resta san Benedetto da Norcia, che fece della solidarietà e dignità umana il motore di una rinascita sociale, culturale e spirituale. Oggi Cucinelli guarda con lo stesso fervore: spesso ci vuole tutta una vita per prepararsi a un momento come questo. Può essere l’occasione per ripensarlo, facendo del dolore un maestro di vita.

Cucinelli, nella “Lettera di Primavera” che ha scritto ai collaboratori ed amici del mondo, lei cita Aristotele parlando di calamità quali maestre di vita saggia. In che modo questa calamità può essere per noi maestra saggia di vita?

Perché ci ha ricordato che il Creato ama la comunanza tra gli uomini, che tutto quanto conviene al Creato conviene all’uomo, che il mutamento è causa di crescita spirituale, e che il legame tra le cose del mondo è sacro. Sant’Agostino si rivolse a Dio con parole commoventi: “Te eccellentissimo, ottimo creatore e  reggitore dell'universo,  te, Signore, che  dai per  maestro  il  dolore…”

Secondo lei, possiamo guardare al futuro? E come si fa alleggerendo quello che lei chiama il male del vivere?

Questo è stato un periodo fortemente addolorato, ma credo che per prima cosa non dobbiamo affannarci per le cose future più di quanto non ci dica la natura; se saremo capaci di ascoltare la sua voce, e se sapremo essere amorevoli custodi del Creato, potremo guardare al domani con fiducia, e sarà alleggerito il male del vivere.

Azzardando un paragone con la guerra che suo padre e suo nonno hanno vissuto, ci sono delle differenze? Come si ricolloca oggi l'umanità?

Nel tempo molte generazioni hanno sofferto per eventi diversi, e in quello appena trascorso, dove abbiamo assistito ad una disputa tra la biologia e il Creato, la nostra generazione ha perduto cose, ma soprattutto affetti. Però, come pensava l’imperatore Marco Aurelio Antonino, l’esistenza è un incessante passare da una forma all’altra, e ogni perdita genera una trasformazione dalla quale l’animo umano esce arricchito.

Lei ha fatto del borgo di Solomeo il cuore di un’impresa mondiale. Crede che per ripensare alla nostra umanità sia necessario ritornare ai luoghi?

Ho sempre sognato un luogo di lavoro che sia un po’ migliore, dove le persone siano rispettate nella loro dignità morale, guadagnino un po’ di più, e si trovino sempre a contatto con il paesaggio; questo grande sogno è il mio capitalismo umanistico, quello che a Solomeo ha dato vita a un’attività industriale secondo natura e a un nuovo destino degli antichi borghi, i quali sono importanti perché in essi non vi è povertà spirituale né fisica, e non vi è solitudine. Questa è la vita nei borghi.

In questi mesi abbiamo sperimentato il distanziamento sociale, che pure ci ha reso indispensabili gli uni agli altri. Ripenseremo ai nostri rapporti con gli altri, domani?

Il distanziamento sociale è disagevole ma necessario se lo accettiamo con convinzione. Però non ho dubbi che ci sarà facile essere vicini in altro modo, poiché la distanza fisica è poca cosa rispetto a quella spirituale, ed è questa che avvicina le nostre anime; essa è nella nostra cultura, e un tempo ritornerà.

Crede che dobbiamo avere più coraggio di ammettere la fragilità?

Ammettere le fragilità richiede sempre coraggio. Quando avevo 10 anni, una grandinata di giugno rovinò tutto il raccolto, l’unica fonte di sostentamento spazzata via in dieci minuti. Il giorno dopo, il contadino vicino ci ha prestato venti balle di grano. Questa è stata una “grandinata” per l’umanità. Però, se sapremo guardare quelle di oggi a confronto con i grandi temi dell’umanità con grande umiltà, dedizione ed idee, non sarà difficile metterle da parte e lasciare che il cuore voli libero ad operare le azioni nobili per le quali è nato, come il valore di non volgere le spalle alla povertà e il valore della famiglia, seme dell’umanità. Qualche volta, c’è l’istinto di volgere le spalle alla povertà. Io faccio mio l’insegnamento di san Benedetto, che invitava a un equilibrio tra anima, mente e lavoro. Non c’è dubbio che questo sarà un tempo nuovo: il tempo del riequilibrio.

Quale insegnamento traggono i giovani da questo periodo?

Ho parlato tante volte della bellezza dell’universo, e non la vedo mai così luminosa e pura come quando riluce negli occhi dei giovani. Essi sono il futuro del mondo, e credo che la loro capacità di trarre insegnamento dalle esperienze della vita sta tutta in quella di noi adulti di amarli, sempre e profondamente. Essi già ora fanno proprio l’insegnamento di non consumare, ma riutilizzare e riparare; si informano sempre di più, vogliono sapere dove sono lavorati i prodotti, come sono fatti, se nella produzione sono stati recati danni all’umanità. E vi è infine la discussione sul grande tema della vita, ossia l’equilibrio tra il profitto ed il dono.

Come si fa a mantenere questo equilibrio?

Quando facevamo i contadini e battevamo il grano, mio nonno lo portava alla confraternita e lo donava a chi ne aveva bisogno. Dobbiamo tornare a concepire da una parte il sano profitto, perseguito con gentilezza e garbo, etica e dignità, dall’altro dare in dono all’umanità una parte di ciò che abbiamo avuto: che non è il gift all’inglese, ma qualcosa che si fa senza aspettarsi nulla in cambio.

E gli adulti? Hanno una responsabilità nella ricostruzione del mondo?

Più che di responsabilità mi piace parlare di opportunità, più che di ricostruzione mi piace parlare di tempo nuovo. Considerando il futuro in tale prospettiva, mi appare come un campo appena dissodato che il nuovo seme renderà più ferace di prima. Non vi è dubbio che veniamo da un periodo doloroso, siamo impauriti, abbiamo perso persone care, alcuni hanno perso il lavoro. Il nostro animo è aperto ad incontrare persone perbene, amabili e senza dubbio è chiuso alla durezza.

di Marco Grieco