Povertà che tocca l’essere

Engelbert Mveng, «Via crucis» (1960)

Ricordo del gesuita Engelbert Mveng assassinato 25 anni fa in Camerun

11 maggio 2020

Engelbert Mveng, gesuita, assassinato venticinque anni fa in Camerun, suo paese natale, era uno studioso di teologia, filosofia, storia e arte, profondamente intriso di filosofia cattolica, pur restando in dialogo con le culture del mondo. Un concetto mi sembra dare senso all’insieme delle sue attività e alla sua esistenza: quello di pauperizzazione antropologica, soprattutto tra il popolo africano. È il risultato di una lunga storia di rifiuto di amare e di rispettare l’altro, e anche della rassegnazione dei popoli che hanno finito col sottovalutarsi a forza di essere umiliati nella schiavitù e nella colonizzazione. Mveng pensa che un’evangelizzazione autentica possa attenuare questi danni. Alla sua morte, mi sono detto: è venuto tra i suoi ma i suoi non hanno accolto il suo messaggio (cfr. Giovanni, 1, 11), mentre lui voleva dare un senso all’esistenza dell’Africa. Purtroppo ci sono ancora dei dirigenti africani che porgono il fianco agli ingegneri della pauperizzazione antropologica non solo in Africa ma nel mondo intero.

L’identità africana di Mveng lo collegava agli altri popoli del mondo, proprio come la saggezza e l’intelligenza africana, a partire dall’Egitto, sono passate da un continente all’altro. E lui si vedeva come figlio della Chiesa universale e cittadino del mondo. Allontanandosi consapevolmente dai sentieri battuti, è riuscito a restituire all’Africa la sua dignità e la sua capacità di autodeterminazione. Perché non figurava allora nei nostri corsi di iniziazione alla teologia e alla filosofia africana? Perché non è stato invitato a Roma per i lavori finali del Sinodo dei vescovi per l’Africa del 1994, visto che, con le sue riflessioni avanguardiste, aveva contribuito a prepararlo?

Nel 1994 il Camerun ha attraversato una grave crisi economica. Una sera stavo seguendo in televisione un dibattito nazionale alquanto noioso. All’improvviso, sono stato risvegliato da un intervento originale che chiedeva di non contare sul Fondo monetario internazionale per far uscire il paese dalla profonda crisi in cui versava. Diceva che non era contraendo debiti a lungo termine che si poteva far uscire il paese dalla crisi, ma piuttosto trovando in noi stessi le vie e gli strumenti. Quell’intervento era di Mveng.

Dopo il suo assassinio avvenuto nella notte tra il 22 e il 23 aprile 1995, ho partecipato con dolore, insieme a tanti altri, alla veglia funebre nella chiesa di Mvolye, a Yaoundé. Mveng amava veramente l’Africa. Per lui, la vocazione religiosa era essenzialmente profetica. Nel suo stile provocatorio, chiamava Mosè “l’Africano”, per dire agli africani e alle africane del suo tempo che non esiste una fatalità che impedisce al continente africano di liberarsi e d’intraprendere il cammino dell’Esodo. Voleva indicare loro che la vera liberazione proviene dal Dio di Abramo, dal Dio di Giacobbe, dal Dio di Gesù Cristo, che è anche il Dio dell’Africa.

Mveng non aveva descritto la pauperizzazione del continente africano soltanto sul piano materiale, a causa della spoliazione delle sue risorse naturali. Parlava anche di una povertà che tocca l’essere umano nella sua identità specifica, in quanto essere umano (ubuntu): la maggior parte degli africani si ritrovano privati di ciò che c’è di più specificatamente umano, ossia la dignità, la bontà, la libertà, la creatività, l’autodeterminazione, la religiosità, la solidarietà, la compassione, l’uso saggio della ragione e altro ancora. La schiavitù e la colonizzazione hanno posto l’Africa sulla via dell’auto-annientamento.

Mveng sottolinea che la vera dignità umana risiede essenzialmente nel riconoscimento del posto di Dio di fronte all’intero creato. Risiede nel rispetto e nell’amore per l’altro, senza mai dimenticare il Totalmente Altro, l’Unificatore, il Dio trinitario. Il suo approccio non era solo panafricanista ma anche universalista. Povero è chi si rinchiude antropologicamente in un rigido nazionalismo.

Nell’incontro con i miei fratelli e le mie sorelle dell’Africa ho trovato persone che, di fronte ai problemi, dicono facilmente «non posso». Riflettendo sul concetto di povertà antropologica sono giunto a chiamarla “complesso d’incapacità”. La povertà materiale in Africa non costituirebbe il suo handicap più grave se non fosse rafforzata dal complesso d’incapacità, uno degli elementi costituenti della povertà antropologica. I mandanti dell’assassinio di Mveng probabilmente non riuscivano più a sopportare il suo costante appello a vivere come esseri umani autentici e a rispettare la vita dei cittadini comuni. Lui era indubbiamente riuscito a toccare la coscienza di quanti si permettevano di arrogarsi il diritto di vita e di morte sugli umili cittadini. Nella sua umiltà che esalta la sua dignità personale, Mveng mostrava alla coscienza dei cosiddetti potenti di questo mondo che non sono la scienza, né l’oro e l’argento, e neppure la popolarità e la potenza militare, a fare la vera grandezza umana, ma piuttosto l’amore, il rispetto della vita altrui, la ricerca della giustizia e della pace.

Mveng vedeva con amarezza il deperimento del suo popolo per mancanza di conoscenza. Oggi, la povertà antropologica in Africa è resa ancora più grave da dirigenti che, invece di ascoltare il grido dei loro popoli, sostengono una dipendenza multidimensionale dalle ex potenze coloniali, che indebolisce notevolmente la creatività del popolo africano e la sua legittima autostima.

di Gabriel Basuzwa
Superiore regionale dei missionari saveriani in Burundi