La storia di Dio con noi

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Per sconfiggere la spersonalizzazione e ritrovare una precisa identità

23 maggio 2020

Una brutta storia!”. “Quante storie…”. “Che storia!”. Poche parole nella lingua italiana ricoprono tanti significati. Una vicenda incresciosa, capricci da bambini viziati, un’incredibile avventura. E si potrebbe continuare. Il tratto comune a tutte queste espressioni, quanto all’uso del termine storia, è che alludono a un racconto.

Le storie vengono raccontate, sono il risultato di un’attività narrativa. Il raccontare, lo storytelling (per utilizzare un termine più aggiornato e oggi molto di moda), è qualcosa di strutturale rispetto alla comunicazione mediata. Vale per i media tradizionali, come per i media digitali e sociali. Sono racconti i testi del feuilleton ottocentesco, i servizi dell’informazione stampata e televisiva, gli sceneggiati televisivi (e oggi le serie che hanno decretato l’affermarsi del fenomeno Netflix).

Sono racconti quelli del cinema, da quando Georges Méliès lo “reinventa” come macchina narrativa, dopo che i fratelli Auguste e Louis Lumière lo avevano scoperto come dispositivo scientifico: la differenza che passa tra L’uscita dalle officine Lumière (La Sortie de l’usine Lumière à Lyon, 1895) oppure L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat, 1896) e Viaggio nella Luna (Le Voyage dans la Lune, 1902) è, appunto, quella che separa il cinema come macchina per vivisezionare il reale e riprodurre il movimento, dal cinema come macchina per dar corpo all’immaginario dello spettatore.

Sono, infine, racconti quelli del web e dei social. Si è data un’organizzazione “storica” Facebook, consente di produrre storie Instagram, raccontano a diverso titolo i video di YouTube, da sempre hanno una vocazione narrativa i blog.

Tutti questi racconti hanno svolto (e ancora svolgono) diverse funzioni. Una prima funzione è di sicuro personale. Raccontare grazie alle parole o alle immagini significa offrire al proprio destinatario un’opportunità di proiezione e di identificazione, e facendo questo allo stesso tempo raccontarsi. È una disposizione strutturale dell’animo umano quella a mettersi in scena, a offrirsi allo sguardo degli altri. Non è solo una questione di narcisismo, di ricerca di popolarità; è soprattutto la ratifica della strutturale trascendenza dell’uomo, del suo non essere fatto per rimanere in se stesso, del suo naturale andare verso l’altro.

Una seconda funzione è quella sociale. Raccontare serve a condividere storie, individuando quel che accomuna più che quel che separa. Un popolo ha sempre i suoi racconti, una comunità le sue narrazioni. È ciò che definisce un luogo, avere una storia. È quel che garantisce il riconoscimento e l’appartenenza in un’epoca in cui, invece, prevalgono piuttosto i non-luoghi, spazi senza nome e senza identità che si ritrovano identici in ogni parte del mondo, come capita per le catene di fast food, aeroporti e stazioni, negozi griffati. I racconti sono per il luogo e la comunità che lo abita i sintomi di una traiettoria, lo spazio per dei ricordi condivisi, l’occasione per incontrarsi e riconoscersi. È interessante, da questo punto di vista, che grazie ai social interi quartieri, caduti nella spersonalizzazione e nell’anonimato delle relazioni, stiano ritrovando un’identità e si stiano ricostruendo come reti di rapporti.

Una terza e ultima funzione ha a che fare con l’annuncio, la testimonianza, la presenza pastorale. Si tratta di una funzione topica che viene sollecitata dal Messaggio che il Santo Padre ha dettato per la 54ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. L’annuncio, già nella Bibbia, assume la forma del racconto: è un racconto la creazione, sono racconti i libri storici, raccontano i Profeti, racconta Gesù attraverso le parabole. Certo, un motivo di questo va cercato nel profilo dei destinatari della Parola: popoli che vivono in regime di oralità e che fissano nello scritto quel che si tramandano solo poco per volta.

Ma non solo. Il racconto dice di un modo dialogico e diacronico di entrare in rapporto; quando ci raccontiamo delle storie ci prendiamo del tempo, diamo durata alla nostra relazione, collochiamo in un divenire storico i fatti e le situazioni. Il modo attraverso cui Dio ha costruito e costruisce la Sua storia con noi non poteva che essere narrativo: è tipico di un Dio che non si accontenta di creare tutto e poi di lasciare che tutto esista senza di Lui, ma che concepisce il Suo rapporto con l’uomo in termini dialogici e temporali. Il raccontarsi di Dio all’uomo è una relazione che si costruisce nel tempo e che si orienta all’eternità.

di Vincenzo Corrado
e Pier Cesare Rivoltella