Imparare, insegnare, scrivere

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Sul venerabile Beda

23 maggio 2020

Per essere grandi agli occhi di Dio non serve una vita grandiosa agli occhi degli uomini né sono le molte avventure in terra a garantirci un avvenire in Cielo. Ciò è quanto mai vero per Beda che — come scriveva John Henry Newman all’amico John Keble nell’aprile 1843 — «visse e morì laboriosamente e in pace, e quando noi diciamo che egli è stato un monaco che lesse e scrisse abbiamo detto tutto».

Beda era nato attorno al 672/673 in quella parte dell’Inghilterra settentrionale che corrispondeva al regno di Northumbria e all’età di sette anni fu affidato al santo abate Benedetto Biscop che nel 674 aveva fondato il monastero di Wearmouth e qualche anno dopo, poco distante, il monastero di Jarrow. Tra questi due conventi, concepiti come focolari e baluardo della tradizione romana in terra anglosassone, Beda crebbe e visse fino alla morte, sopraggiunta nel 735. Così egli tratteggia la sua vita: «Semper aut discere, aut docere, aut scribere dulce habui» (Hist. eccl. gentis angl. v,24).

Beda si riconosce anzitutto nel verbo discere perché per tutta la vita, facendo tesoro della grande biblioteca del suo monastero, egli non smise mai di studiare, di imparare, di mettersi in ascolto della sapienza di Dio e di quella degli uomini. Dal verbo discere venne il suo essere discipulus: anzitutto discepolo degli abati Benedetto e Ceolfrith che egli ricorda con affetto; quindi discepolo degli antichi Padri che, letti e riletti, lo radicarono nell’amore per la verità e nella fedeltà alla Chiesa; infine e soprattutto discepolo di Cristo, forse rivedendo se stesso nella vocazione di quel pubblicano, di nome Matteo, che Gesù invitò a seguirlo dopo averlo guardato «miserando atque eligendo» (Hom. i, 21)... e mai il nostro monaco inglese, vissuto quasi alla fine del mondo allora conosciuto, avrebbe immaginato che queste sue tre parole sarebbero state scelte tredici secoli dopo come motto da un cardinale argentino, chiamato «quasi» dalla «fine del mondo» ad essere vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica!

Accanto al verbo discere, Beda si descrive con il verbo docere perché egli trasmise quanto apprese, mosso dalla convinzione che la sapienza, al pari della felicità, è vera solo quando è condivisa. La sua attività di insegnamento fu anzitutto a servizio dei suoi confratelli, ma anche del popolo cristiano per il quale Beda traspose e commentò in dialetto northumbro le principali preghiere e alcuni libri della Bibbia. Reputato doctus già in vita, egli fu riconosciuto doctor dopo la morte: «doctor admirabilis» secondo il concilio di Aquisgrana dell’836, dottore della Chiesa per volontà di Leone XIII nel 1899.

Non a torto, infine, Beda riferisce a sé il verbo scribere in considerazione del fatto che la sua attività di scriptor fu amplissima: egli trattò di teologia e di grammatica, compose inni e poesie, scrisse lettere e vite di santi... Uomo di scrittura, Beda fu uomo della Scrittura: la maggior parte delle sue opere, infatti, sono di natura esegetica e percorrono quasi per intero l’Antico e il Nuovo Testamento che Beda ha cura di leggere insieme, riconoscendo nelle molte parole che li compongono l’unica Parola di Dio: Gesù Cristo, Verbo incarnato. La sua ermeneutica cristologica sboccia sempre in quella ecclesiologica e fruttifica nella liturgia alla quale Beda, da buon monaco, si dimostra molto sensibile: le sue omelie, punteggiando l’anno liturgico, gettano continui ponti tra la fede e la vita.

Pur proiettato all’eternità, Beda ebbe a cuore il tempo: provvide a elaborare un calcolo preciso della data di Pasqua, allora motivo di controversia tra la tradizione romana e quella celtica; s’impegnò a leggere la storia universale ab incarnatione Domini, invece che ab urbe condita, riconoscendo in Cristo il fuoco (non solo) geometrico delle vicende terrene; soprattutto compose tra il 725 e il 731 la Storia ecclesiastica degli angli nella quale egli sbriga la matassa delle gesta del suo popolo, tessendone la trama umana sull’ordito della Provvidenza divina. Quest’opera straordinaria, che fa di Beda “il padre della storiografia inglese”, si conclude con un’invocazione che ancora oggi non ha perso smalto e si offre a noi come vincastro nel cammino della storia: «Ti prego, buon Gesù: come propizio mi hai concesso di attingere le dolci parole della tua sapienza, così concedimi benigno di giungere un giorno da te, fonte di ogni sapienza, e di stare sempre al tuo cospetto».

di Massimo Frigo