Il fascino di una presenza

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Il 25 maggio 1938 nasceva Raymond Carver

25 maggio 2020

C’è un segreto apparentemente indecifrabile alla radice dell’effetto che generano in noi un racconto o i versi di Raymond Carver che oggi 25 maggio ricordiamo a ottantadue anni dalla nascita. Ed è la stessa sensazione che si prova di fronte a una tela di Vermeer, a un dipinto di Hopper o ascoltando l’incipit del quarto concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven: la portata emozionale straripante di un’esattezza. Allevati alla scuola estetica del sublime e del rapimento il nostro ego di fruitori della creatività artistica è messo così inevitabilmente in stato di scacco. Non leggiamo simbologie, non intuiamo malie e sottintesi, non ci stordiamo di un pathos escogitato per produrre un affetto. No. La percezione è quella del fascino oggettivo di una presenza. Possibile, allora, ci domandiamo, che il frutto dell’immaginazione sia una cosa quotidiana, futile, anodina, semplice, una forma o un oggetto come quelli che osserviamo ogni giorno nella loro totale nudità, magari con occhi distratti o altrimenti affaccendati?

Sì. È possibile, eppure non vogliamo crederci e da questa lotta tra il nostro vissuto estetico precedente e la novità irresistibile di un reale perfettamente disegnato scaturisce un piacere estraneo, acuto e smagliante come una notizia inattesa.

Spesso in Carver questo accade nei finali. Ma attenzione, la perizia del narratore è tale che la costruzione è perfettamente dissimulata, orchestrata attraverso particolari apparentemente insignificanti ma che si rivelano decisivi solo a posteriori.

E questo si può notare anche e forse più facilmente nella struttura delle poesie.

È in questo comunque che, come scriveva Antonio Spadaro nel saggio Nelle vene d’America, (2013) percepiamo distintamente quanto «l’esperienza spirituale che stiamo facendo non ha i tratti dell’artificioso e soprattutto non è disincarnata. Ciò che è estatico in Carver prende l’aspetto di una cosa comune, alla portata di tutti perché egli sa che di per sé la poesia è il luogo dove essere aperti e riconoscenti, per fare spazio e accogliere quegli avvenimenti e quelle persone che più sono vicine al nostro cuore».

Si è molto parlato allo sbocciare della Carvermania — più o meno nell’ultimo decennio del secolo scorso — dell’impatto avuto dall’editing di Gordon Lish sulla costruzione del “personaggio letterario” Carver. Oggi alla luce di una conoscenza più completa e stratificata della sua produzione narrativa è più facile tracciare l’evoluzione della sua prosa, ma è altrettanto evidente che anche nei primi testi di raccolte come Vuoi star zitta, per favore (1976) o Di Cosa parliamo quando parliamo d’amore (1981) lo scrittore americano non è mai ascrivibile del tutto alla sensibilità minimalista alla quale a torto è stato spesso accostato.

A Carver interessa il momento di rivelazione, ma non per l’evento in sé quanto per la trasparenza attraverso la quale intravvediamo per un attimo la sostanza di verità del protagonista. Un attimo che, però, proprio a dispetto della sua sostanziale normalità, è l’attimo, il kairos della vicenda personale, il nodo della sua esperienza umana o della sua comprensione del mondo.

Come avviene nel celebre finale del capolavoro Cattedrale, quando di fronte al disegno realizzato a quattro mani dal protagonista e dall’ospite non vedente la cattedrale prende forma, emerge non solo dal foglio bianco ma come segno tangibile — prodotto realmente da quelle mani — di un cambiamento improvviso, di un’apertura totale alla condivisione della vita e della fragilità dell’altro.

E infatti la frase che conclude il racconto è esemplare nella sua abituale concretissima asciuttezza: It’s quite something esclama il protagonista. Come a dire che quel disegno «è un qualcosa». Non soltanto un’immagine, ma materia che ora è parte del suo mondo, come se fosse un edificio vero e proprio da abitare o dove, visto il soggetto, adorare.

Tutto questo per Carver non significa aver decifrato il mistero dell’esistenza. Lo scrittore americano non indaga, non detiene le chiavi per l’ingresso nel palazzo dei significati ultimi, né vuole averne. A lui basta l’autenticità del gesto umano, come in un altro splendido finale, quello della poesia il Dono che conclude la raccolta Blu Oltremare: «Stamattina c’è neve ovunque / ci facciamo sopra dei ragionamenti / Mi dici che non hai dormito bene / Dico che neanche io. / Siamo straordinariamente calmi e teneri l’uno con l’altro. / Come se ognuno di noi percepisse la fragilità mentale dell’altro. / Come se sapessimo cosa l’altro prova. Non è così / Non è mai così, naturalmente. Non importa /È della tenerezza che importa / Questo è il dono che stamattina mi commuove e mi sostiene. / Al pari di ogni mattina».

Ancora una volta ci stupiamo di fronte allo stupore che suscitano versi così apparentemente dimessi. Ma non desideriamo capirne il perché. Anche a noi basta, e come, la tenerezza.

di Saverio Simonelli