E allora lo ricostruiremo

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Dall’incendio del duomo di Vienna (1945) una lezione per il futuro

23 maggio 2020

La domenica di Pasqua di quest’anno è stata piuttosto insolita sotto molti aspetti. Ho celebrato la messa con otto persone in una cattedrale di Vienna, lo Stephansdom, deserta. Come in molte altre parti del mondo è stata una domenica di Pasqua senza la presenza dei fedeli. Naturalmente la messa è stata trasmessa dalla televisione nazionale e in tal modo diverse centinaia di migliaia di persone hanno potuto partecipare alla festa pasquale. La Pasqua di quest’anno però non è stata caratterizzata solo dal coronavirus, perché segnava anche i 75 anni dall’incendio dello Stephansdom. L’immenso tetto ligneo del duomo prese fuoco a causa di qualche scintilla portata dal vento e bruciò completamente. La volta in parte crollò e l’amata “Pummerin” (la grande campana) cadde dalla torre nella chiesa frantumandosi. E il grande organo bruciò completamente. Qualche testimone afferma che gli sembrava udire un pianto mentre le canne dell’organo si fondevano tra le fiamme. Anche i viennesi hanno pianto. Sono rimasti increduli davanti al duomo distrutto dal fuoco. Allora, un uomo con indosso semplici abiti da lavoro si è fermato tra loro e ha cercato di consolarli. Era l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Theodor Innitzer, mio pre-predecessore. E allo stesso tempo ha detto con grande sobrietà: «E allora lo ricostruiremo».

Gli austriaci hanno ricostruito il duomo. È diventato più bello di prima. Anche più sicuro: invece di una struttura portante in legno di larice, ora ne ha una in acciaio. L’intero Paese ha contribuito. Quando nel 1952 la nuova Pummerin, viaggiando per due giorni, fu portata come in una parata trionfale dall’Alta Austria, allora occupata dall’esercito statunitense, attraverso la Bassa Austria occupata dai sovietici, a una Vienna occupata addirittura da quattro nazioni, centinaia di migliaia di persone si schierarono lungo il percorso: la campana incarnava la speranza in un futuro migliore, comune.

Così non ce lo eravamo immaginati

Quest’anno, la domenica di Pasqua, volevamo ricordare solennemente nel duomo la catastrofe e la rinascita. Volevamo ricordare l’infinito numero di persone che, con il loro lavoro e le loro offerte, avevano sostenuto la ricostruzione, tra cui anche molti non cattolici. Ultima ferita non ancora sanata, nei mesi scorsi è stato rimesso in funzione il grande organo distrutto dall’incendio. Volevamo inaugurarlo proprio quel giorno. Il coronavirus ha cambiato le cose.

Il Cardinale Innitzer con il suo concretissimo «E allora lo ricostruiremo» è diventato per me una grande consolazione e uno sprone. Non sappiamo se e come il coronavirus cambierà la società, l’economia globalizzata e l’atteggiamento delle persone. La profezia della Chiesa di fatto non si basa sulla previsione del futuro. Abbiamo però il compito e la possibilità di costruire un futuro migliore, di partecipare alla sua costruzione.

Che cosa mi fa sperare in un buon futuro?

Dinanzi a noi si prospettano senz’altro tempi difficili. La forte disoccupazione, le difficoltà economiche, la crisi ecologica: tutto ciò è, non solo in Austria ma anche in molte altre parti del mondo, un motivo per guardare al futuro con preoccupazione. Ritengo però anche che la crisi del coronavirus ci abbia mostrato diverse cose che danno motivo di sperare. Se qui parlo dell’esperienza austriaca, non è per insegnare niente a nessuno. Forse uno sguardo alle esperienze con il coronavirus ci aiuta a vedere in una nuova luce alcune realtà che sono motivo di speranza.

Potrebbe dunque forse sorprendere che il mio primissimo motivo di speranza non è di tipo religioso. O perlomeno non lo è a un primo sguardo. Sono pieno di speranza, perché il nostro Paese ha buone istituzioni. Abbiamo un buon sistema sanitario. Abbiamo uno Stato sociale e di diritto. Abbiamo un’economia solida. E da 75 anni ciò è sorretto da uno spirito di ricerca comune di soluzioni. In Austria lo chiamiamo partenariato sociale: poggia sull’esperienza comune di politici cristiano sociali e socialdemocratici. Hanno subito la persecuzione dei nazionalsocialisti e si sono promessi a vicenda: non si dovrà mai più arrivare a questo. Hanno così imparato a porre l’interesse comune al di sopra degli interessi particolari.

Un risultato molto concreto di ciò è la quasi assenza di scioperi in Austria: le controversie salariali o lavorative si risolvono quasi sempre con accordi pacifici. Ed è a tale atteggiamento orientato all’equilibrio degli interessi che in Austria dobbiamo anche la pacifica convivenza e collaborazione tra religione e Stato, poiché toglie da entrambe le parti il terreno fertile per l’estremismo. Quando nel 1952 la nuova Pummerin arrivò nello Stephansdom, fu accolta dal presidente federale socialdemocratico e anche dal cancelliere federale cristiano sociale. Tale spirito è vivo ancora oggi.

Perché le nostre istituzioni funzionano

Negli anni passati, queste basi della ricostruzione austriaca dopo la seconda guerra mondiale sono state messe ripetutamente in discussione. Sono state definite un’esigenza di armonia ormai superata e una fissazione inefficiente sul consenso. Poiché ormai stiamo bene da tanto tempo, molti ritengono che non abbiamo bisogno di una convivenza equilibrata. La crisi attuale ha fatto comprendere a tutti quanto sono preziose le istituzioni ben funzionanti. Ma le istituzioni non funzionano automaticamente. Ci siamo resi conto che vengono sorrette da persone che mettono il servizio all’altro al primo posto. Senza tutte queste persone, spesso non apprezzate, il nostro Stato sarebbe, con le parole di sant’Agostino, solo una banda di ladri. Gli eroi della crisi del coronavirus non sono stati coloro che di solito attirano l’attenzione dei media. Nell’attuale situazione di crisi le nostre istituzioni hanno funzionato perché esistono infermieri e medici generosi, persone che curano e assistono i malati, come anche numerosi e spesso ignorati operatori nell’ambito dei servizi.

In mezzo ai molti lamenti secondo cui il mondo, soprattutto in Europa, sta diventando sempre meno cristiano, desidero proporre la seguente osservazione come segno di speranza: la nostra comunità funziona perché tante persone non seguono l’egoismo, ma si mettono al servizio degli altri. In molte persone di questo continente, ritenuto così scristianizzato, l’atteggiamento di Gesù ha messo radici.

Vivere secondo l’atteggiamento di Gesù anche senza saperlo.

Desidero illustrare quanto detto con tre esempi. Primo: Lui, il Figlio di Dio, non si è ritenuto tanto superiore da non lavare i piedi ai suoi discepoli, svolgendo quindi un servizio da schiavo. Quante persone, oggi, svolgono proprio questo servizio per far stare bene gli altri? Che ne siano consapevoli o no: in questo modo vivono lo stile di vita di Gesù.

Secondo: lo stile di vita di Gesù è la compassione. Le preoccupazioni, la sofferenza delle persone, non hanno lasciato Gesù indifferente. La domenica di Pasqua mi commuove sempre che le prime parole del Risorto siano parole di compassione verso una donna che piange: “Donna, perché piangi?” (Giovanni 20, 13). Tutto il nostro modo di affrontare il coronavirus si fonda su questa compassione. Perché facciamo tutto ciò? Per proteggere le persone, per non metterle in pericolo, e per questo ci sacrifichiamo. Questo è stile di vita di Gesù.

E, infine, terzo: lo stile di vita di Gesù è la sua disponibilità a dare la vita per gli altri. Lui stesso ha detto che non esiste amore più grande che dare la vita per i propri amici (cfr. Giovanni 15, 13). È questo atteggiamento a dare alle nostre istituzioni quella forza che in tempi di crisi come quello attuale dà buoni risultati.

Questo stile di vita attinge la sua forza da Gesù Cristo, crocifisso e risorto. Egli è il vincitore, egli trionfa; e tuttavia il suo spirito è uno spirito di servizio, uno spirito di compassione e uno spirito di disponibilità a dare la propria vita. Lo spirito di Gesù ha spinto molte persone a ricostruire lo Stephansdom, a costruire un futuro migliore, e noi di questo beneficiamo ancora adesso. Oggi anche noi dobbiamo adoperarci per questo spirito: allora la nostra speranza poggerà su solide basi.

di Christoph Schönborn