Dire l’indicibile

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La tragica esperienza nei campi di sterminio

23 maggio 2020

Qualsiasi forma di comunicazione corretta ed efficace deve in effetti cercare di saldare racconto e memoria, cioè verità dei fatti e funzione sociale della narrazione, sua fissazione nella coscienza individuale e collettiva. Discorso certo di valore generale e anzi universale, e pure tanto più impellente per noi sopravvissuti alla Shoah. Per noi è in verità difficile raccontare “storie buone”, perché la nostra non solo è cattiva, ma riguarda addirittura il “male assoluto”, per sua natura incomprensibile e indicibile.

Come “raccontare” dunque ciò che è indicibile? Come “fissare” nelle menti e nei cuori qualcosa che appunto sfugge alla logica e al senso comune?

Un’acuta difficoltà che noi abbiamo vissuto sulla nostra pelle durante e dopo l’esperienza nei campi di sterminio. Anche per molti decenni dopo è rimasto difficile razionalizzare, raccontare, spiegare, rendere credibile. Eppure proprio i testimoni diretti, forse più di altri operatori dell’informazione e della conoscenza, hanno il compito e la responsabilità di provare a dire l’indicibile. E possono farlo proprio in ragione dell’autorevolezza che viene loro dall’esperienza diretta, dall’essere prova vivente di quanto pare impossibile a dirsi e spiegarsi.

Certo resterà sempre uno scarto fra la parola e la realtà, fra il dire e l’indicibile, uno scarto che forse neanche l’esperienza diretta potrà mai colmare, tanto più per il tempo in cui testimoni non ve ne saranno più. E se pure questo è un problema di tutte le epoche storiche, l’unicità della Shoah rende tanto più necessario che oggi funzioni un sistema integrato della memoria, fatto di scuola, università, formazione, centri di ricerca, mezzi di comunicazione, famiglie, società nel suo insieme. Come ha scritto Primo Levi nell’appendice a Se questo è un uomo: «Forse, quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare». Intendeva dire che “comprendere” significa alla lettera prendere sotto un unico sguardo, circoscrivere anche, addirittura limitare, sicché poi il passaggio alla semplificazione, alla relativizzazione, se non addirittura alla negazione, può essere breve. Ma Levi pure aggiungeva: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate». Dunque non mai “comprensione”, ma sempre “conoscenza”, come pratica ed esperienza diffusa, partecipata, condivisa, civile. Del resto anche il documento di Papa Francesco afferma: «Fin dagli inizi il nostro racconto è minacciato: nella storia serpeggia il male»; quando questo si assolutizza, la minaccia al racconto sfiora l’impossibilità dello stesso.

A questo si aggiunga che al male delle cose si unisce troppo spesso il male dei discorsi; come si dice ancora nel documento infatti «la falsificazione si rivela sempre più sofisticata, raggiungendo livelli esponenziali (il deepfake)». Di qui di nuovo l’appello a ogni operatore della parola perché agisca secondo verità, chiarezza e responsabilità.

La “buona storia” è davvero buona se autentica, rigorosa, comprensibile. Se certamente è vero che «ri-cordare significa infatti portare al cuore, “scrivere” sul cuore», questo deve essere sempre lo sforzo di qualsiasi testimone e di qualsiasi scrittore e comunicatore: esprimere un discorso di verità che porti detta verità direttamente nel cuore di chi ascolta. E non solo come informazione, ma come attivazione e stimolazione della sua sensibilità di essere umano, perché è altrettanto indubbio che la «narrazione entra nella vita di chi ascolta e la trasforma». E trasformare la vita delle persone non può che significare promuoverne l’umanità, la conoscenza, lo spirito e le opere.

di Liliana Segre