Triduo a porte chiuse e radio accese

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Le misure della Chiesa in Mozambico per evitare la diffusione del coronavirus

09 aprile 2020

Sarà una Pasqua a porte chiuse e radio accese quella che trascorreranno i cattolici del Mozambico. Ufficialmente i casi di coronavirus finora registrati nel Paese sono solo nove e non c’è stato ancora nessun decesso. Il governo continua a rassicurare i 30 milioni di abitanti. Dice che non bisogna aver paura perché la diffusione è sotto controllo e si sta attrezzando con 500 posti letto e assistenza respiratoria.

La Chiesa cattolica però sta già osservando da tempo le dovute misure di cautela: il 21 marzo monsignor Lúcio Andrice Muandula, vescovo di Xai-Xai e presidente della Conferenza episcopale del Mozambico, ha inviato una nota con l’invito a sospendere tutte le celebrazioni, gli incontri, le confessioni, i pellegrinaggi, le catechesi, le corali, i funerali, le lezioni nelle scuole cattoliche di ogni ordine e grado. E ad osservare una stretta quarantena nei seminari, nei conventi e nelle case di formazione, «evitando al massimo il contatto con l’esterno».

«La nostra Pasqua sarà come quella in Italia con la differenza che qui non possiamo contare molto sui social», spiega don Maurizio Bolzon, fidei donum della diocesi di Vicenza. Il missionario è parroco, insieme a due confratelli veneti, in uno dei quartieri più poveri della città di Beira. Sono stati invitati tre anni fa dall’arcivescovo monsignor Claudio Dalla Zuanna, dehoniano vicentino. «Ad ogni parroco è chiesto di celebrare a porte chiuse le varie celebrazioni del triduo pasquale, tutte alla stessa ora», prosegue.

L’arcivescovo celebrerà la messa di Pasqua e le liturgie della Settimana Santa in cattedrale con alcuni frati. Saranno trasmesse per radio. Solo la messa crismale è rimandata a data da destinarsi, secondo le indicazioni della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

«In Mozambico le restrizioni sono ancora blande — racconta don Maurizio dalla sua quarantena a Beira — ci sono inviti alla prudenza, a lavarsi le mani, a mantenere le distanze. Fino al 30 aprile sono in vigore i restringimenti di terza categoria: incontri con al massimo dieci persone, uffici pubblici aperti parzialmente, si entra uno o due alla volta. Ma non c’è ancora il divieto di circolare per le strade, anche se è ripetuto l’invito a rimanere a casa. La quarta fase sarà la chiusura totale dei negozi e la quarantena per tutti».

I missionari sono preoccupati perché conoscono bene le scarse condizioni della sanità pubblica e la povertà generalizzata: l’88 per cento dei mozambicani vive alla giornata di lavoretti informali, senza nessun tipo di garanzia. Altri sono piccoli agricoltori. «Questo significa — precisa — che 88 persone su 100 devono per forza uscire di casa a cercare lavoro altrimenti non si mangia».

«Se la prima azione è la prevenzione — si chiede — come fare in un Paese in cui le persone devono uscire per forza per lavorare e comprare il cibo del giorno? Non possono avere una dispensa in casa. Tutte le precauzioni dovute e lecite in Occidente qui sono impossibili e irraggiungibili». Il governo ha messo a disposizione in ogni provincia dei luoghi dove accogliere gli eventuali contagiati: «Ma sono spazi improvvisati con pochi letti, senza attrezzature. Tutti insieme in uno stesso salone».

Tra l’altro il principale farmaco usato contro il covid-19 è un derivato della clorochina, un farmaco antimalarico diffuso in tutta l’Africa fino a qualche anno fa. Poi non è stato più stato prodotto, nemmeno in Mozambico, perché diventato inefficace. «Quindi non esiste più nessun luogo dove comprare farmaci con questo principio attivo. L’unico rimedio rimane il paracetamolo».

L’obiettivo dichiarato dal governo è fare in modo che il picco dei contagi si sposti più in avanti possibile, quando l’Occidente avrà superato la sua fase critica e sarà più disponibile a dare soluzioni e aiuti tecnici ed economici ai Paesi africani. «Non so quanto potrà essere possibile — commenta il missionario — sembra più fantascienza che scienza».

Tra l’altro, l’invito ad evitare gli incontri, le visite a casa, è un comportamento incomprensibile per la cultura africana, abituata ad una socialità molto intensa. Tutte le abitazioni dei quartieri periferici sono baracche piccole e molto calde. La vita si svolge all’aperto, in cortile, si rientra solo per dormire: «I bambini giocano, le mamme chiacchierano, la vita è così in Africa».

Nessun missionario a Beira è voluto tornare nel rispettivo Paese di origine, dove la sanità è sicuramente più efficiente. «Non perché siamo eroi — conclude — ma perché abbiamo scelto di vivere con questo popolo, fino in fondo, tutto quello che c’è da vivere».

di Patrizia Caiffa