Quali cattolici per l’Italia del “dopo”

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Un libro di Ernesto Preziosi sulla presenza in politica

06 aprile 2020

È opinione comune che una volta passata la pandemia, il mondo, soprattutto la sua parte più ricca, non sarà più lo stesso. Si condivida o meno questa previsione, la questione coinvolge naturalmente anche l’Italia, primo membro europeo a sperimentare gli effetti drammatici della diffusione del coronavirus. Se non altro, “il dopo” costituisce oggettivamente un’occasione unica per poter immaginare un futuro, per ridisegnare una comunità e riscoprire la sua ragione d’essere. Ed è naturale chiedersi quale ruolo potranno avere in questa fase i cattolici, che in Italia, pur non essendo rappresentati politicamente attraverso una formazione unitaria, costituiscono un elemento determinante nella società. Ogni riflessione su questo aspetto ruota intorno a quella ampiamente dibattuta della praticabilità o meno di un nuovo partito politico. Vale sempre la pena quindi andare a rileggere quello che il fondatore del Partito popolare italiano (Ppi), Luigi Sturzo, scrisse non solo nel suo celeberrimo appello ma soprattutto nel programma della sua nuova formazione politica.

In questa prospettiva, un valido aiuto viene dal libro di Ernesto Preziosi, già parlamentare, scrittore, attualmente direttore del Centro di ricerca e studi storici e sociali. Un volume dal titolo esplicito: Cattolici e presenza politica. La storia, l’attualità, la spinta morale dell’Appello ai “liberi e forti” (Editrice Morcelliana, Brescia, 2020, pagine 228, euro 18), nella cui introduzione Cataldo Naro spiega come la più importante lezione lasciata dal sacerdote calatino ai cattolici di oggi sia “la creatività”.

Si riparte da qui dunque, sebbene la nascita del Ppi sia stato solo il punto d’arrivo di un cammino avviato da tempo, nel quale si distingue ovviamente l’opera di Leone XIII e l’esperienza del movimento democratico cristiano, al quale Romolo Murri rivendicava il merito di aver fatto acquisire ai cattolici «la coscienza religiosa da una infanzia senile, costringendola a reggersi un poco da sé, a prendersi la sua responsabilità, a muoversi ed agire per iniziativa propria, a darle il senso e il gusto della libertà, farla indocile alle autorità esteriori nel nome di una più alta e sacra docilità». Il Papa della Rerum novarum, in particolare, ricorda Preziosi, percepì «un progetto di grande portata e non un mero adattamento tattico» ai cambiamenti in atto. Leone XIII riprende «tutte le affermazioni dottrinali di Pio IX», «ma agli anatemi sostituisce un linguaggio nuovo e la razionalità di una politica basata su una filosofia sociale», una risposta a «quella sindrome di accerchiamento che vede il Papa rinchiudersi in Vaticano».

Liberalismo e socialismo occupavano un ruolo da protagonisti nella scena politica di allora; realizzavano, secondo Sturzo, «benché sotto aspetti non identici, il principio della lotta». Una lotta che nasce, come sempre, dalla mancanza di giustizia, la quale, «nella sua essenza manca perché manca l’amore del prossimo, e questo amore non vi è, non vi può essere, perché manca l’amore di Dio». Una riflessione dagli effetti pratici: dalla visione cristiana della realtà, secondo Preziosi, nasce il paradosso sturziano secondo cui lo stesso amore non si può concepire senza lotta. Un concetto ben rappresentato nella scelta di mettere la parola Libertas sotto lo scudo crociato per il simbolo del nuovo partito: per essere davvero forti bisogna essere liberi. A condizione, naturalmente, che la libertà la si ami veramente e non solo a parole.

Un’impostazione di tale radicalità pone una serie di questioni di non poco conto. Fra queste il tema dei rapporti con le altre forze politiche. Sturzo si pronunciò apertamente per una collaborazione con gli altri partiti ma per “fini statali”, intendendo che «la collaborazione deve essere assolutamente diversa da quella esercitata dai clerico-moderati che finiscono per confondersi nelle alleanze con le varie forze, senza poter dare uno specifico apporto». Del resto, «i conservatori sono dei fossili per noi — scrive Sturzo —, siano pure dei cattolici: non possiamo assumerne alcuna responsabilità». I mali (“le tre Male bestie”, le definisce il sacerdote) sono del resto sempre gli stessi: accentramento statalistico, i monopoli condizionanti la libertà economica, l’immoralità nella politica («le occasioni, le tentazioni non rendono fragile l’uomo ma mostrano quale egli sia, quanto valga», osservava). È sempre impressionante constatare, grazie agli estratti degli interventi e degli scritti pubblicati nel libro, quanta parte delle analisi sturziane abbiano non solo permeato lo spirito della Costituzione italiana ma anche indicato le direttive della politica domestica ed estera, a partire dal ruolo cruciale del Mediterraneo e delle storture del sistema elettorale uninominale.

Se il programma del Ppi è stato definito dallo storico Gabriele De Rosa «uno dei documenti più elevati e di maggior impegno civile della letteratura politica», è tuttavia opinione di molti che l’esperienza del Partito popolare, come anche quella della Democrazia cristiana, siano il frutto di circostante storiche (economiche, politiche e sociali) uniche e non ripetibili. Il che fa tornare fatalmente al quesito iniziale sul come deve articolarsi la presenza dei cristiani in politica. Preziosi illustra le ipotesi di scuola analizzate da alcuni esponenti di spicco del multiforme mondo cattolico italiano, da Stefano Zamagni a Alessandro Rosina a Leonardo Becchetti. Ipotesi che contemplano la riproposizione del partito unico, la testimonianza personale nei vari partiti esistenti, l’azione sociale prepolitica. Tutte esperienze sperimentate con esiti più o meno positivi, senza che questo però abbia eliminato il problema dell’oggettiva irrilevanza dei cattolici nella politica italiana degli ultimi trenta anni. Ha osservato Rosina: «Non si tratta tanto di partire da cosa il mondo cattolico può offrire per non far prevalere ciò che si trova dissonante, ma da cosa al Paese manca e cosa i cattolici possono dare a un progetto che risponde a tale mancanza». Preziosi indica tre livelli d’impegno, che riguardano la formazione di base del cristiano, la cultura politica a partire dal radicamento sociale, la partecipazione diretta nell’amministrazione, nei partiti, nelle istituzioni. Il primo punto è particolarmente interessante: secondo l’autore del libro occorre mettere in atto una rinnovata cura nella formazione cristiana, «così che la fede illumini i criteri di giudizio, i modelli di comportamento e di azione». Perché in fondo la diaspora cattolica a livello politico interpella anche sulla necessità di una profonda riforma della Chiesa. Quanto al secondo punto, Preziosi osserva come l’impegno dei cattolici possa incentrarsi su alcune priorità, quali il lavoro, l’assistenza sociale e sanitaria, la famiglia, l’inclusione sociale, una nuova idea di Europa. Lo si può fare attraverso uno strumento nuovo, politico sebbene prepartico, un luogo dove si incontrano le idee (nel libro si indica l’esperienza del Forum civico, della Costituente delle idee, di Argomenti2000, e di altri movimenti nati di recente).

Insomma, si tratta di avviare processi, secondo un’espressione cara a Papa Francesco. Con una avvertenza però: che dare il via a un percorso non significhi al tempo stesso rinunciare a immaginarne o costruirne gli esiti. Perché questo Paese, anzitutto, ha bisogno di una nuova idea di se stesso.

di Marco Bellizi

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