In risposta a Benjamin

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Racconto - La parola dell'anno

02 aprile 2020

Poesia e «mìmesis» come fonte di conoscenza nuova


«Gran parte dei nostri problemi nascono dalla difficoltà di capire chi siamo. Le tensioni sociali, le crisi politiche, i conflitti e le eresie sono per lo più questioni di identità». Inizia così, in maniera semplice ma folgorante, il libro del gesuita Gaetano Piccolo, intitolato Il gioco dei frammenti. Raccontare l’enigma dell’identità (Cinisello Balsamo, San Paolo edizioni, 2020, pagine 144, euro 16). La risposta a questa domanda, suggerita da Agostino, è quella più immediata e complessa: il racconto, l’identità passa attraverso la narrazione. Ma raccontare, oggi, è ancora possibile? Nel famoso saggio Il narratore, Walter Benjamin aveva denunciato la morte del racconto. Benjamin scriveva negli anni Trenta del Novecento, con la chiara consapevolezza di vivere un’epoca di trasformazione culturale nella quale al racconto si era sostituita l’ideologia, il feticismo politico, gli slogan: il riflesso di un’esperienza povera e strumentalizzata. Un’epoca in fondo molto simile alla nostra, dove il senso del racconto come luogo della memoria personale e collettiva, espressione di un’esperienza autentica, accumulata e condivisa, è irrimediabilmente in crisi.

Il libro di Piccolo è una sfida alla diagnosi di Benjamin: il racconto non è morto, anzi, oggi è più necessario che mai. L’identità umana passa attraverso il racconto e ad esso deve costantemente fare ritorno. È dunque un compito tutt’altro che meramente teorico quello di cercare di capire quali sono le condizioni dell’atto del narrare e quindi le sue trasformazioni. Piccolo sviluppa un percorso nel quale si intrecciano filosofia, teologia, esegesi dei testi sacri e soprattutto letteratura perché «molti autori contemporanei hanno mostrato come si possa avviare una riflessione su argomenti tradizionalmente patrimonio della filosofia proprio a partire da un racconto». Giustamente Piccolo prende come punto di partenza il saggio di Agamben Il fuoco e il racconto, centrato su una parabola ebraica che dice: «Non sappiamo più accendere il fuoco, non siamo capaci di recitare le preghiere e non conosciamo nemmeno il posto nel bosco: ma di tutto questo possiamo raccontare la storia». La narrazione nasce dalla perdita del fuoco: da una dimenticanza che produce una tensione creativa, la stessa tensione che è alla radice della letteratura e della poesia.

Quel che colpisce di più nel libro di Piccolo è la struttura sinfonica. L’inizio è obbligato: Agostino, il primo ad aver esplorato le possibilità del racconto come forma di costruzione dell’identità. Il secondo capitolo del libro è interamente dedicato alle Confessioni. Piccolo, specialista di Agostino, ne dà una lettura molto originale, mettendo in luce l’interazione dinamica di tre elementi chiave: la preghiera, la memoria e l’esperienza del tempo. «La meditazione di Agostino è sì un gemito, ma pieno di speranza. A differenza del carattere meramente aporetico degli scettici, Agostino non esclude qualche importante certezza». Il risultato di questa interazione dinamica è la confessio, che non è semplicemente una cronaca dei propri stati mentali, ma un testo che va oltre il testo perché si rivolge a ogni uomo indicandogli la via per ritrovare l’autentico sé, cioè il riconoscimento dell’altro — e nell’altro —. Questo è il senso vero della confessio: donarsi all’altro fino al riconoscimento dell’Altro in sé.

Il secondo tempo di questa sinfonia è Aristotele, al quale è dedicato il capitolo terzo. Con la critica della filosofia dell’arte di Platone, lo Stagirita considera la mìmesis poetica il principio di un’attività che definisce tèchne e che egli considera, a differenza di Platone, un sapere del vero. La poesia è imitazione dell’agire, un’intelligenza pratica e «il valore di verità che essa possiede si misura proprio sulla sua capacità di distanziarsi dalla realtà empirica più immediata (anche la narrazione storica è intesa da Aristotele come forma di mìmesis, sebbene meno elaborata) e accedere per questa via a un livello di realtà più alto». La mìmesis aristotelica — e la tragedia ne è la forma più completa — non è una semplice copia della realtà, ma un atto creativo che si esplica nel mùthos, cioè la composizione. La tragedia greca è una sintesi creativa che cerca di mettere ordine nel caos della vita umana e, in tal modo, purificare lo spettatore.

Ricoeur è il terzo grande attore del libro. Il cuore di Tempo e racconto, scrive Piccolo nel capitolo quarto, è un dialogo serrato tra Agostino e Aristotele. Se il primo rappresenta l’aporeticità dell’esperienza temporale, cioè l’impossibilità di arrivare a una sintesi temporale piena e assoluta, il secondo rappresenta invece l’intelligenza narrativa che punta alla sintesi dell’azione. Se il tempo è enigmatico, l’atto del narrare è un tentativo di rispondere a questo enigma. Tentativo sempre incompiuto, ma necessario all’uomo per dare senso al proprio agire e alla propria esistenza. «Il mondo dispiegato da qualsiasi lavoro narrativo è sempre un mondo temporale. Il tempo diviene tempo umano nella misura in cui è articolato in modo narrativo». Nell’illustrare questa circolarità aporetica, Piccolo ripercorre la famosa teoria della triplice mìmesis, che altro non è se non una riformulazione del concetto gadameriano di circolo ermeneutico: l’atto sintetico dell’immaginazione creatrice dà luogo a una configurazione dell’intreccio il cui senso sta nell’essere una mediazione tra il mondo dell’azione e il mondo del lettore. Qui sta l’originalità profonda di Ricoeur: il circolo non è un circolo. La funzione del racconto sta nell’incontrare il lettore; nella capacità di offrire al lettore una “proposta di mondo” che ri-descrive la sua esperienza e il suo agire. Il circolo è in realtà una spirale che non torna mai al punto di partenza. In altre parole, il testo è aperto, è relazione e il ruolo del lettore è fondamentale: come dice Eco, citato da Piccolo nel capitolo quinto, il testo è pigro e ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a funzionare. Al di là delle dense e originali analisi testuali, il principale merito del volume di Piccolo sta nella capacità di mettere in risalto l’intelligenza non solo del racconto, ma soprattutto della poesia intesa come «esperienza di ispirazione, cioè dove in modo più evidente l’essere si dona come parola». La poesia «è quel racconto così originario da rimetterci in relazione con la dimensione più profonda dell’esistenza, là dove comprendiamo che l’esistenza ci viene donata e che siamo incapaci di afferrare la vita. Il poeta sperimenta questa mancanza e questo dono, quando non trova la parola giusta per continuare il verso che ha iniziato. Là dove manca la parola, l’essere si dona». Grazie alla sua capacità di allontanarsi dai fenomeni, dall’immediatezza della descrizione, la poesia amplifica la nostra capacità di comprendere l’esperienza e l’azione e di interpretarle. La “amplifica” in due modi specifici: da un lato, conferendo all’esperienza e all’azione un senso nuovo e creativo, dall’altro, dicendoci che cos’è la saggezza, come si deve vivere e che cosa è bene fare perché il fine della pràxis non è la conoscenza, ma è vivere bene e attuare i mezzi che ce lo consentono».

In questo, Piccolo mostra di cogliere alla perfezione uno dei punti nodali dell’insegnamento di Papa Francesco: la centralità della poesia. «Credo che all’Occidente manchi un po’ di poesia in più. Ce ne sono di cose poetiche bellissime, ma l’Oriente va oltre» diceva il Papa nella conferenza stampa con i giornalisti durante il viaggio di ritorno da Tokyo a Roma. La salvezza dell’Occidente passa attraverso la poesia e il racconto. Ma non può essere una salvezza “cieca”: dall’altra parte del testo devono esserci lettori degni di questo nome, capaci ancora di stupirsi di fronte al linguaggio e di metterlo in discussione. Non c’è poesia né racconto senza responsabilità verso noi stessi e gli altri.

di Luca M. Possati