Il drago e un pezzo di cioccolata

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L’importanza dei piccoli gesti quotidiani di fronte all’emergenza

04 aprile 2020

Quando nella vita incontro un male troppo grande, lo chiamo sempre Drago. Quando un giovane amico muore in un incidente stradale o quando vedo la testa lucente di un bambino malato. Il Drago è entrato nel mio immaginario di ragazzo, quando Il Signore degli anelli di Tolkien mi strappò da un’estate troppo pigra svelandomi inaspettati orizzonti esistenziali. Amai il personaggio di Sam, piccolo goffo hobbit chiamato suo malgrado a una lunga avventura nella terra del buio. Sam l’eroe “di tutti i giorni” che realizza la sua vocazione a piccoli passi, con fedeltà. E che nella tempesta non abbandona gli amici.

Ho rivisto il Drago in questi faticosi mesi di virus. Le sue spire ci hanno stretto come un cappio invisibile. Il Drago è entrato nelle nostre case, nei nostri affetti, nelle nostre certezze, esultando delle nostre miserie e del nostro terrore: non dimenticheremo i convogli del lutto da Bergamo o le morti in assiderata solitudine dei reparti covid. Il Drago, però, ha anche incassato dei colpi. Per i volti dei medici piagati dall’uso della mascherina, per chi ha aiutato a fare la spesa un anziano in un supermercato, per chi si è offerto volontario, quando nessuno si sentiva di farlo.

Personalmente, per fronteggiare il Drago, ho trovato un momento decisivo nella serata di venerdì 27 marzo. Quando ho acceso la tv per la preghiera di Papa Francesco in piazza San Pietro. Le immagini che scorrevano erano di una bellezza e di una drammaticità laceranti. La meditazione del Papa è stata intensa, sotto una pioggia livida e battente, correlativo oggettivo del nostro tempo difficile. Papa Francesco ha guardato fisso negli occhi del Drago: «La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità...». E poi ci ha presi per mano, noi come nuovi Giobbe, spaesati di fronte al mantello del buio.

Nella sua preghiera (non basta leggerla una volta soltanto) il Pontefice ha indicato un doppio punto di luce. Ci ha invitato a confidare nella paternità di Dio e ci ha chiesto di rompere il guscio dell’individualismo per donarci al prossimo, vivificando la nostra dedizione con la preghiera: «Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti».

È tornato su questi temi anche nel toccante messaggio al Tg1 del 3 aprile: «Anche se siamo isolati, il pensiero e lo spirito possono andare lontano con la creatività dell’amore. Questo ci vuole oggi: la creatività dell’amore».

Già, la creatività dell’amore. Mi dà speranza la possibilità di affrontare il Drago con piccoli gesti quotidiani, proprio perché sono alla portata di ognuno di noi. Piccole fenditure per intravedere il sole tra le nubi. Ed è per questo che rileggo spesso in questo tempo I giusti, una delle più intense poesie di Borges: «Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire. / Chi è contento che sulla terra esista la musica. / Chi scopre con piacere un’etimologia. / Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi. / Il ceramista che premedita un colore e una forma. / Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace. / Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto. / Chi accarezza un animale addormentato. / Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto. / Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson. / Chi preferisce che abbiano ragione gli altri. / Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo».

Mio padre ha ormai 90 anni. Vorrebbe vedermi su Skype ma non riesce mai a mettere nella posizione giusta lo smartphone (in questi giorni, però, sta cercando di imparare a suonare il piano). Da bambino si salvò a stento dalla Guerra civile di Spagna, riparando poi in Italia. Durante la Seconda guerra mondiale, ebbe la casa occupata dall’esercito straniero, gli amici fucilati in una Pasqua di sangue, e per un nulla sfuggì al camion che lo avrebbe destinato a un campo di detenzione. Comprese che l’incubo era finito una mattina di aprile. Quando a Novi vide un soldato americano che offriva dalla jeep della cioccolata. Chissà, forse anche noi abbiamo a disposizione il nostro pezzetto di cioccolata: una telefonata a un amico, una mail di incoraggiamento, magari per riallacciare quella corrispondenza interrotta da troppi anni. Forse servirà anche questo a far arretrare il Drago.

di Alessandro Rivali