Il crocifisso e la colomba

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11 aprile 2020

Un frullo d’ali, rapido, improvviso, lassù in alto,
esattamente in verticale al di sopra della croce
dove il condannato a morte si torceva negli spasmi.
Bianco, immacolato, il volatile spiccava sullo sfondo
del cielo incupito da uno strato di nubi tenebrose.
«Guardate là!» proruppe uno dei soldati del plotone
all’indirizzo dei suoi commilitoni. «Una colomba!
Una facile preda! Vedete come quasi non si muove?
Come resta in quella posizione, sopra il crocifisso?».
E prima che il suo capo, il centurione, potesse fermarlo,
precludendogli l’azione che tramava, che bramava,
l’arco da guerra d’ordinanza impugnò, arma micidiale.
Dalla faretra scelse, estrasse una freccia, l’incoccò,
tese il nervo della corda, prese la mira in un baleno,
poi fece saettare il dardo vibrante, acuminato,
verso quel bersaglio che indifeso, immoto, indifferente
al pericolo, sembrava sfidare la perizia dell’arciere.

Nel caliginoso grigiore del primo pomeriggio invaso
da un oscuro crepuscolo precoce, la candida colomba
ebbe appena un lieve tremito. Senza uno strido sussultò.
Si vide la freccia proseguire fulminea la sua corsa,
quindi declinare, di là dall’orlo del Calvario scomparire.
Pensò il soldato d’aver sbagliato mira. Credettero
anche gli astanti che il tiro fosse andato a vuoto.
Invece la saetta aveva perforato e ucciso la colomba:
dopo un istante cadde di schianto alla base della croce,
a un passo dalla Madre che piangeva, rannicchiata,
il supplizio del Figlio, all’infame patibolo inchiodato.
Gocce di purpureo sangue dell’uomo agonizzante
stillarono lente, dai piedi suoi trafitti, martoriati,
sul bianco corpicino ch’era stato da parte a parte
similmente trapassato, così venendo a mescolarsi,
a fondersi col sangue zampillante dalla duplice ferita.
Si fece intanto avanti il soldato trionfante, il protervo
cacciatore, a sé rivendicando il possesso della preda.
Ma fu dal comandante, da un suo gesto perentorio,
da un ordine sferzante — «Subsiste!, férmati!» — bloccato.

Accadde allora un fatto imprevedibile, fonte di stupore.
A fatica alzatasi da terra, la Madre Addolorata
si curvò fino a raccogliere, con trepida dolcezza,
la vittima di quello stolido, gratuito atto di violenza.
Configurò la mano a nido, a conca dove accolse
il minuto, bellissimo animale. Freddo lo sentì,
gelido di morte, irrigidito, eppure misteriosamente
ancora come palpitante di un residuo alito segreto.
Provava in quel momento la medesima impressione
di quando, più di trent’anni prima, con lo sposo
che lo reggeva in braccio, al vecchio profeta aveva
per il proprio rito di purificazione presentato il bimbo
di quaranta giorni. E in entrambe le mani aveva stretto
i due giovani colombi prescritti dalla legge di Mosè
come offerta per il primogenito al Signore d’Israele.
La stessa impalpabile, liscia consistenza ora avvertiva
della forma affusolata, del morbido piumaggio.

Un’ondata d’amore travolgente, traboccante per Gesù,
ritornato per un attimo bambino nel suo cuore,
le fece — mentre con il palmo copriva, avviluppava
l’esanime colomba, macchiandosi la mano del sangue
di ambedue le vittime come in un calice versato,
cui le sue ciglia aggiunsero perle di lacrime materne —
alzare gli occhi verso il Figlio ridotto in punto ormai
di morte, all’impulso obbedendo d’accarezzargli
per un’ultima volta, solo con lo sguardo, il volto amato.
«Padre» sentì che rauco sussurrava, quasi rantolando,
«nelle tue mani, Padre, ecco, il mio spirito consegno».
E detto questo, ed emesso infine un grido sovrumano,
il capo reclinò e più non diede segni visibili di vita.

Gridò anche Maria con tutta la pur debole forza
che in fondo alle viscere giaceva. Gridò il suo strazio,
lo sconvolgimento del corpo e dell’anima di madre.
Tacque solamente nell’istante in cui si accorse
che un evento inconcepibile stava per avere luogo.
Un movimento si manifestò, impercettibile dapprima,
poi gradatamente sempre più deciso, pronunciato,
dentro il nido di carne, la sua mano, che non poté
restare chiusa: inaudita, una potenza gliela spalancò.
E il volatile trafitto, la colomba fino allora inerte,
quasi l’avesse risanata il contatto con le dita amorose
della Madre del Cristo crocifisso, spiegate le sue ali
in tutta la possibile apertura, nuovamente libera
spiccò, pulsante di vitalità risorta, il volo verso il cielo.

di Marco Beck