Il Bardo e il morbo

William Dyce, «King Lear and the Fool in the Storm» (1851)

06 aprile 2020

Nel primo decennio del regno di re Giacomo i teatri di Londra rimasero chiusi più a lungo di quanto non fossero aperti a causa della peste. La compagnia del Bardo, The King’s Man, dovette dunque affidarsi alle donazioni per sostituire gli incassi, spesso assai lauti. Confinato entro quattro mura, mentre all’esterno infuriava il morbo, il genio di William Shakespeare non si sentì né condizionato né penalizzato, visto che produsse alcuni dei suoi capolavori, tra cui il Re Lear. Tra il 1603 e il 1616 il Globe di Shakespeare e gli altri spazi londinesi dedicati al teatro subirono chiusure durate settantotto mesi. In questi casi intere compagnie erano costrette a partire alla ricerca di località risparmiate dal contagio. Nell’estate del 1606 l’ennesima epidemia aveva portato alla chiusura di tutti i teatri londinesi. Proprio in quell’anno Shakespeare scrisse il Re Lear, tragedia in cui la parola plague (“peste”) non a caso compare più volte. In uno dei passi dell’opera si legge: «Cordelia mia... T’ho ritrovata. Chi vorrà dividerci dovrà carpire al cielo un tizzone ardente e, come volpi, scacciarci col fuoco. Tergiti gli occhi, li divorerà la peste, carne e pelli, questi, prima di farci piangere». Nel maledire poi la figlia Regan e suo marito Cornwall, il sovrano invoca su di loro «vendetta, peste, morte». E definisce Regan a plague-sore, una piaga propria della peste. Non solo nel Re Lear compare il riferimento a una pestilenza: si riscontra anche in Romeo e Giulietta, scritto subito dopo la fine dell’epidemia nel 1593. Al frate che deve avvertire Romeo del fatto che Giulietta in realtà non è morta viene impedito di consegnare il messaggio perché messo in quarantena con un altro sacerdote che aiuta i malati. «Sospettando che entrambi fossimo in una casa dove regnava la pestilenza contagiosa, chiusero le porte e non ci fecero uscire». Nel poema narrativo Venere e Adone, la dea chiede al bel giovane di darle un bacio «per scacciare la peste da un anno pericoloso», perché il morbo «si può scacciare con il respiro». In questo caso Shakespeare — rileva la rivista culturale «Atlantic» — dà della pestilenza una lettura «romantica» e «disimpegnata», pensando che l’amore sia sufficiente a sconfiggere il letale morbo. Mentre un approccio alla minaccia della peste ben più serio e cupo si riscontra nell’Antonio e Cleopatra, dove un soldato romano — che si dice fiero di sé e sprezzante del pericolo non temendo né il nemico né gli strali velenosi della sorte — trema al pensiero di una pestilenza, perché essa significa «morte sicura». Durante l’età elisabettiana le epidemie erano ricorrenti. Nel 1654 — Shakespeare erano nato da pochi mesi — la sua città natale, Stratford-upon-Avon, fu colpita da una terribile pestilenza. Nel registro che attesta il suo battesimo, avvenuto nella Holy Trinity Church, si legge una significativa frase vergata proprio in quei giorni: Hic incipit pestis. Allora, come riferiscono le cronache del tempo, non si pensava che a scatenare il propagarsi di un morbo fossero cause naturali (documenti fanno riferimento in particolare a pulci e a topi) ma il “peccato” di cui gli uomini si sarebbero macchiati. E quel peccato — identificato nel riso, nell’irriverenza, nell’assenza di timore verso una entità soprannaturale — si riteneva trovasse campo fertile, per attecchire e poi dilagare, nelle commedie. Di conseguenza — come scrive uno dei massimi studiosi del Bardo, James Shapiro, nel libro The Year of Lear: Shakespeare in 1606 — i primi a esseri chiusi, affinché il “peccato” non innescasse un contagio dalle devastanti conseguenze, erano proprio i teatri.

di Gabriele Nicolò