I fili intrecciati di un arazzo lacerato

Sant’Agostino in un dipinto del Settecento

Racconto - La parola dell'anno

02 aprile 2020

La narrazione come strumento per recuperare la propria identità


Un biglietto del treno ritrovato per caso nella tasca di una giacca, il contratto del primo lavoro sepolto nel fondo del cassetto e tornato alla luce durante un trasloco, la foto del matrimonio che ti soffermi a guardare mentre spolveri il sabato mattina... sono frammenti di una storia a cui continuamente cerchiamo di dare un senso. Proviamo a tenere insieme i fili dell’arazzo della nostra vita, quei fili che ogni tanto si lacerano, si impigliano in un chiodo, perdono colore o si macchiano con le lacrime del dolore. Quando qualcuno ci chiede chi siamo, difficilmente rispondiamo tirando fuori la nostra carta d’identità. Se desideriamo consegnare qualcosa di noi, proviamo di solito a raccontare una storia. E ogni volta la storia è un po’ diversa, perché quei frammenti vengono messi insieme con lo sguardo dell’oggi.

Quando ci raccontiamo, scopriamo anche qualcosa in più di noi. Lo ha intuito per primo sant’Agostino, che scrive le sue Confessioni per rispondere a quella grande domanda che sentiva di essere diventata anche per se stesso: sono un enigma, un abisso, e per provare a comprendere qualcosa di me, cerco di raccontarmi. La narrazione può diventare infatti il luogo in cui riconosciamo la nostra identità. Il protagonista della storia raccontata da Agostino, a ben guardare, non è però il narratore, ma Dio, di cui egli confessa la lode. Lodando Dio, l’Eterno, Agostino si comprende come creatura, che vive nel tempo. Le parole di quella lode che incornicia il racconto della vita di Agostino sono sempre prese dalla Sacra Scrittura, non sono cioè parole sue, ma parole che egli ha ricevuto come dono. Come quelle parole, Agostino si riconosce donato a se stesso. Ecco perché quella narrazione permette ad Agostino finalmente di comprendersi, proprio quando cerca la risposta a quella domanda non più in se stesso, ma in un Altro.

Attraverso il suo racconto, Agostino fonda anche la possibilità di questo tipo di narrazione: occorre tornare nell’interiorità, nella memoria. Uno spazio meraviglioso che, per la prima volta nella storia, viene presentato nelle Confessioni come uno spazio tridimensionale, dove è possibile tornare e muoversi, cercando quello che sembra perduto, come quella donna che, nel Vangelo di Luca, spazza la casa alla ricerca della moneta che non trova più.

Ci sono dunque frammenti ovvero attimi di vita, eventi, incontri e relazioni che non sono mai perduti. È il nostro vissuto. Quando raccontiamo, torniamo sempre là, alla vita. Recuperiamo questi frammenti e proviamo a metterli insieme, operando quella che Ricoeur chiamava una configurazione della realtà. Il mito, cioè l’intreccio, proprio come la trama di un vestito, imita la realtà guardata come punto di partenza. E nel modo in cui mettiamo insieme i frammenti, assegniamo al racconto un senso piuttosto che un altro. Lo sanno bene coloro che lavorano al montaggio di un film, di un documentario o di un’intervista: nel modo in cui decidiamo di cucire insieme i pezzi, forniamo un’interpretazione a quello che vogliamo dire. E sappiamo bene come l’onestà, la coerenza e la verità entrino in gioco proprio in questo momento della narrazione.

Ogni volta che raccontiamo, abbiamo sempre in mente un ascoltatore o un lettore o uno spettatore. Se non c’è fisicamente, abbiamo comunque in mente un interlocutore implicito. Scriviamo o parliamo sempre per qualcuno. Vogliamo che il nostro racconto sia letto in un certo modo. Muoviamo i fili affinché si veda quello che vogliamo mostrare. E anche in questo caso non è difficile immaginare la manipolazione che talvolta possiamo operare per indurre chi ascolta o vede o legge a formarsi una certa idea delle cose.

Le storie dunque ci coinvolgono sempre, perché hanno un inevitabile effetto catartico, ci permettono di tirar fuori quello che ci abita senza sentirci giudicati. Proprio perché una storia parte dal vissuto reale, tocca inevitabilmente qualcosa di noi. Proprio in questa dinamica, già Aristotele riconosceva l’efficacia della tragedia: lo spettatore si rivedeva nelle virtù dell’eroe o nelle vicende dolorose del destino. In questo modo poteva tirar fuori, in maniera protetta, le pulsioni che accompagnavano quelle scene. La tragedia parlava di ciascun ateniese senza attribuire quei comportamenti a nessuno in particolare. È quello che succede anche al Re Davide dopo il suo peccato con Betsabea, quando il profeta Natan gli racconta una storia: quella storia non parla di Davide, parla di un uomo ricco che aveva un gregge numeroso e che porta via l’unica pecorella di un uomo povero. Davide riconosce il male di quell’azione e Natan lo aiuta a rivedersi in quella storia, come in uno specchio. In fondo tutta la Sacra Scrittura mette in moto questa dinamica: racconta le dinamiche profonde del cuore umano, affinché ciascuno, senza sentirsi direttamente giudicato, possa rivedersi e ricominciare.

L’identità che emerge attraverso la narrazione non è solo quella individuale, ma è anche l’identità di un popolo, di una cultura, di una coppia... Proprio per questo motivo, la narrazione può costituire un percorso di riconciliazione: quando le parti sono in conflitto, raccontano una storia parziale, da un certo punto di vista. Un percorso di riconciliazione può attivare invece un processo che permette di costruire insieme la narrazione, in modo che non sia più parziale, ma sia il racconto in cui noi rivediamo la nostra storia. Oggi, ci rendiamo conto invece che le narrazioni vengo usate in maniera inversa, servono a costruire visioni antagoniste che accrescono i conflitti e le contrapposizioni.

I racconti hanno evidentemente un potere enorme perché riescono a creare realtà che non esistono: creiamo personaggi, eroi o vittime solo perché è molto difficile distinguere tra la narrazione e la realtà. Soprattutto se non abbiamo un accesso diretto a come stanno le cose, ci affidiamo a quello che ci viene detto. Il discernimento, come Papa Francesco ricorda nel messaggio per le comunicazioni sociali del 202, rimane l’unico antidoto possibile per non lasciarsi ingannare. In 1984 Orwell raccontava come il Ministero della Verità aveva esattamente lo scopo di creare, attraverso la produzione di documenti o l’alterazione della memoria, una realtà che non era mai esistita. I media oggi operano spesso in questo modo, creando, attraverso la narrazione, eroi che non sono mai esistiti, oppure possono distruggere una persona con il semplice obiettivo di creare un nemico di cui parlare e contro cui catalizzare le pulsioni dei lettori.

I racconti sono potenti perché, come ha affermato Agamben ne Il fuoco e il racconto, ci permettono di abitare là dove non possiamo più essere. Anche la fede ebraica e quella cristiana si fondano su un evento a cui è possibile tornare attraverso la memoria di un racconto: l’ultima cena in Egitto e l’ultima cena di Gesù. È il memoriale mediante il quale siamo presenti a quell’evento non fisicamente, ma realmente.

Forse sarebbe molto proficuo tornare a dare spazio ai racconti, imparare a raccontare e a leggere una storia. Al contrario, la perdita di questo dono potrebbe pian piano diventare incapacità di riconoscere chi siamo.

di Gaetano Piccolo