Compassione necessaria

Francesco Koeck «Il buon Samaritano» (1824)

Racconto - La parola dell'anno

30 aprile 2020

A colloquio con Marilynne Robinson


Nel Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali il Papa invita gli uomini a tornare alla buona abitudine di raccontare storie. Raccontare storie buone serve a non smarrirci, infatti Papa Francesco dice: «Abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita». A Marilynne Robinson, affermata scrittrice e tra i più acuti critici letterari, chiediamo perché sono così importanti le storie?

«L’esperienza più forte e pura che ho vissuto nella mia vita di storie e narrazione me l’hanno data i libri e le canzoni che mi leggeva e cantava mia madre. Di solito erano molto, molto tristi: bambini abbandonati, bambini che morivano e venivano pianti con amarezza e con dolcezza, bambini orfani. Mio fratello e io piangevamo sempre, e continuavamo a chiedere di poterli riascoltare. Sono stati, penso, un insegnamento profondo alla compassione, quella intensa e sana tristezza che i bambini provano, con grande generosità, per uno spazzacamino o per un cane smarrito o per un principe zoppo. Molto spesso ho sentito persone adulte elogiare un libro dicendo che le ha fatte piangere. Quindi tendo a pensare che un libro davvero buono possa affrontare la paura reale e il dolore reale, la colpa o la vergogna, e suscitare un’identificazione compassionevole nel lettore, che è tanto pregevole quanto l’offrirgli un mondo da godersi e un modello da emulare. Mi pare che la compassione, nel suo significato più ampio, sia la vita dell’anima, il corrispettivo umano della grazia divina. Se la durezza di una storia è compensata dal desiderio profondo del lettore che le cose possano essere diverse, il narratore e il lettore hanno creato una storia fra loro. Ovviamente, affinché ciò avvenga, anche lo scrittore deve avere una comprensione compassionevole e delicata del mondo che sta creando. Il filosofo americano Charles Sanders Peirce ha detto che Dio sarebbe più divino nell’amare coloro che gli assomigliano di meno. Penso che i testi più duri spesso cerchino, anche se spesso non ci riescono, di suscitare un abbraccio a coloro che solo Dio e lo scrittore riescono ad amare».

In che senso le storie devono essere “buone”? Per il contenuto? Per lo stile in cui sono scritte? Eppure le storie (i romanzi, i film, i giornali) raccontano per lo più storie piene di malvagità. Qual è il rapporto tra la necessità di raccontare storie buone e la presenza del male nella vita degli uomini?

Le buone storie giungono da un luogo così profondo della coscienza che la loro “bontà” nasce da elementi che si sono fusi e modificati reciprocamente e hanno coinvolto nuovi elementi attraverso l’associazione e la memoria culturale — tutto ciò ancor prima che lo scrittore sappia qualcosa in più oltre che un seme vivo di pensiero incarnato, un’idea, ha iniziato a germogliare. Quando sopraggiunge la realizzazione, lo scrittore deve essere molto attento alla natura della storia. Quale voce vi parlerà? Quale linguaggio le darà spessore? Una buona storia è la collaborazione feconda tra lo scrittore e la cosa che deve essere scritta. Tale qualità nell’opera è palpabile. Di nuovo, questa visione della questione non ha implicazioni ovvie per il valore della storia in termini morali, se non in un modo molto essenziale, per il suo essere un esempio della realtà che le nostre menti sono fatte in modo strano e meraviglioso. Possiamo immaginare e parlare ai limiti più estremi delle nostre parole e della nostra comprensione e, miracolo dei miracoli, essere compresi. Una buona storia esplicita un momento del funzionamento della mente, e coloro che l’ascoltano in qualche modo la riconoscono come propria.

Il Papa afferma che raccontare storie permette a ciascun uomo di mettere a fuoco la propria identità e aiuta a comprendere la realtà. La letteratura ha anche una funzione conoscitiva? A che serve la letteratura?

Ho riempito la mia testa di letteratura per così tanti anni, che difficilmente posso dare una testimonianza obiettiva sulla questione. Sono d’accordo che le narrative di ogni sorta — pubblicità, pettegolezzi, i bigliettini più trash — di fatto entrano nel nostro senso di noi stessi e degli altri. Le persone sono largamente forgiate dalle loro attese, dal modo in cui si aspettano che si svolga la trama della loro vita, e questo può renderle timorose o ostili, oppure egoiste, perfino prive di rispetto per le loro storie fortunate. I giovani scrittori spesso sentono di dover essere risolutamente fedeli a questa “realtà” che loro stessi non hanno mai vissuto se non come prodotto di consumo, su uno schermo televisivo o in un best-seller. D’altro canto, la buona letteratura è una testimonianza onesta, attenta all’esperienza complessa e confusa dello stare al mondo. Un insegnante una volta mi ha detto che la funzione della letteratura è di ridurre il caos a una complessità eloquente. La pazienza, la carità e una vera riluttanza a giudicare consentono al mondo di presentarsi con sufficiente pienezza da permettere al significato di emergere laddove forse non ce lo aspettiamo, e alla bellezza di sorprenderci. Nella misura in cui andiamo al di là del pregiudizio e della storia inventata, permettono alla verità di renderci liberi, o perlomeno di allentare le nostre catene.

Il Papa pensa che raccontare storie fa bene non solo al singolo uomo ma anche alla comunità. La comunità è un gruppo di persone, si potrebbe dire che è un “tessuto di storie”, quindi raccontare storie contribuisce a costruire una comunità. C’è una funzione sociale e politica nell’arte narrativa?

La storia dimostra in continuazione quanto le narrazioni siano importanti per le comunità. Le storie possono cullare e ospitare antagonismi e risentimenti, e alcuni scrittori, come anche alcuni politici, sono stati riccamente ricompensati per avere diffuso narrative distruttive. Nel secolo passato molti autori hanno notoriamente appoggiato il fascismo, e tuttavia sono stati riveriti lo stesso, come se in qualche modo fossero esenti dal giudizio morale in quanto scrittori. Non riesco a decidere se si tratta di riverenza o di disprezzo velato, o di qualche combinazione senza nome tra le due cose. Quanto è bizzarro agire come se un qualsiasi essere umano possa essere troppo alto per essere soggetto alle norme umane, o tanto marginale e insignificante da avere il tipo di immunità che concediamo ai bambini e agli incapaci. E questo status elevatissimo viene raggiunto scrivendo poesie e romanzi che, se hanno un qualche valore, dovrebbero essere prova di un’intelligenza funzionante. In tutta franchezza, ritengo che questa esenzione abbia svuotato e tolto vigore alla cultura intellettuale occidentale. Quando insegnavo ai giovani scrittori, io e i miei colleghi avevamo una sorta di motto: primo, non fare danno. Intendevamo con questo che chiunque veniva da noi, doveva lasciarci con la stessa capacità di scrivere bene che aveva quando l’avevamo ammesso. Questo tipo di insegnamento è un compito delicato e si può sbagliare molto. Ma quel vecchio adagio si presta a un’applicazione molto ampia. Il danno si diffonde come una pandemia. È un esercizio valido e bello onorare le persone che ci circondano e la fede che professiamo con grande e generosa responsabilità.

di Andrea Monda