Città che ne contiene infinite altre

Le Chiese gemelle di Piazza del Popolo in un dipinto di Tano Festa

Incontro con Nicola Longo

17 aprile 2020

Alto, sottile, un incedere elegante come i suoi modi, di una naturale garbata compostezza. Studioso di grande tempra nasconde le mille cose che sa dietro una straordinaria semplicità, così come protegge le sue passioni — la famiglia, le amicizie, la letteratura e Roma — dietro un fare discreto e riservato. Docente scrupoloso e rispettosissimo del mestiere che ha scelto, è sempre stato molto apprezzato dai suoi allievi. Un episodio di tanti anni fa lo racconta bene. Aula piccola di Italianistica alla Sapienza dove teneva un seminario sulla Retorica antica. A quel tempo io, appena laureata, ero lì per aiutarlo a condurre quel seminario, in realtà in quei due anni non feci che imparare da lui, come un’allieva che si aggiungeva agli allievi. Più della ricchezza della sua preparazione a colpirmi fu l’impegno che metteva a trasformare un argomento difficile in qualcosa di trascinante per i ragazzi. Lezioni bellissime le sue, dove una figura retorica fioriva come un albero al primo sole di primavera e si portava a cascata citazioni, aneddoti e il richiamo all’immancabile Dante. Una predilezione così scoperta e appassionata che un giorno uno studente si alzò e gli chiese: «Professore mi scusi, parlo a nome di tutti. Per una volta invece delle figure retoriche ci può parlare di Dante?». Un accenno di sorpresa, un sorriso di felicità e poi «d’accordo» disse Nicola a precipizio, forse nel timore che i ragazzi potessero cambiare idea. Non ci fu neanche bisogno di un testo della Commedia, perché di versi ne ricordava tanti a memoria. Quell’episodio mi è rimasto nel cuore e nel tempo è diventato il simbolo di una magia che qualche volta avviene in un’aula: maestro e allievi che stanno dalla stessa parte, legati da una passione largamente condivisa.

Il primo ricordo della tua vita?

Il mio primo ricordo è una coperta rossa da culla con cui mi coprivo tutto, anche la testa. E questo accadeva prima che Schulz inventasse la coperta azzurra di Linus! Per il resto ho tanti ricordi dell’infanzia. Sono nato ad Alberobello e la nostra casa era in Corso Vittorio Emanuele. Conservo ogni dettaglio di quella che era la strada principale, del palazzo — la facciata, le due colonne che sostenevano un balcone e l’emporio che era accanto al portone — e della casa dove abitavamo.

Chi ha contato di più nella tua infanzia?

Sono cresciuto come un figlio unico pur avendo una sorella più grande. Avevo tutta per me mia madre Jacovina, una donna molto bella, dalla carnagione chiarissima e dai capelli castani. E poi era dolce, affettuosa. Una presenza dominante nella mia vita che mi portò, una volta arrivata la giovinezza, ad affrontare una rispettosa ma necessaria lotta di liberazione per diventare adulto. Di nove anni più grande di mio padre rimase tutta la vita perdutamente innamorata. Lui, che pure l’aveva amata e sposata, sfidando il pregiudizio della differenza d’età e l’affetto geloso dei sei fratelli, con il tempo si era intiepidito. Lei non disse mai niente, ma dovette soffrirne molto. Mio padre Giuseppe era anche lui un bell’uomo, elegantissimo e capace di spendere molti soldi in abiti. A differenza di mia madre aveva pochissimo senso dell’infanzia e non mi trattò mai come un bambino. Ricordo che per le nozze di una sua sorella, la zia Lina, mi fece confezionare un abito di vigogna grigio a doppio petto con 4 bottoni invece di 6 perché allora, avevo sette anni, ero piccolissimo: un adulto in miniatura. Oltre i genitori sono stati importanti zio Santillo che mi portava a caccia, zio Pasqualino, fratello di mio padre e poi mia sorella. Quando nel 1951 ci trasferimmo nella casa paterna di mia madre, zio Pasqualino con il dono di una magnifica bicicletta color argento mi regalò la libertà di andare in giro per il paese senza controllo.

Poi ci fu il trasferimento a Roma.

Il 7 novembre del 1957, nell’anniversario della Rivoluzione russa, lasciammo Alberobello per la capitale. Una coincidenza naturalmente, anche se per noi fu davvero una rivoluzione. Mio padre, che era avvocato, all’età di 44 anni aveva deciso di inventarsi una nuova vita a Roma. Non mi turbò l’idea di partire e la città mi piacque subito. Ricordo che il giorno stesso dell’arrivo mio padre mi prese per mano e da via Sabotino, dove era la nostra nuova casa romana, attraversammo tutto il quartiere Prati passeggiando. Arrivati da via Marcantonio Colonna a via Cola di Rienzo, girato l’angolo sulla destra, mi indicò una signora che usciva da una profumeria. Riconoscere Silvana Pampanini, un’attrice allora molto nota che avevo visto sulle copertine delle riviste o sui manifesti dei film, mi colpì molto, come se Roma fosse la città delle mille sorprese e delle mille opportunità.

Cominciò allora il tuo amore per Roma?

Cominciò allora. Mio padre aveva lo studio di avvocato in via della Colonna Antonina e io spesso a fine pomeriggio lo raggiungevo. Ogni volta facevo un percorso diverso, senza preoccuparmi di allungare il tragitto. Nel 1958, da viale Marconi dove ci eravamo trasferiti, prendevo la linea celere L, scendevo a via Veneto e andavo alla scoperta di un altro quartiere di Roma. Volevo conoscere tutto di quella città che mi aveva rapito il cuore e di cui sentivo di dovermi impadronire. Del tutto diverso il discorso per la scuola. Mi ci vollero tempo, fatica e qualche delusione per adattarmi a un mondo al quale non ero abituato.

Raccontaci

Le mie difficoltà derivarono da due problemi diversi. Ad Alberobello avevo frequentato la i e la ii media in un istituto parificato che era stato aperto da poco per iniziativa del sindaco e su suggerimento di mia madre. Un ambiente familiare, accogliente, tranquillo, dove ci si conosceva tutti. La III media a Roma la frequentai al Belli e per la prima volta sperimentai una severità e una freddezza che mi disorientarono. Ma non era solo colpa dell’ambiente diverso e in qualche modo avverso o della difficoltà ad adattarmi. Venivo da una preparazione sommaria e in più avevo un accento forte di cui mi vergognavo e che rendeva il mio italiano molto imperfetto. Non dovevo solo imparare cose nuove, dovevo impadronirmi di un’altra cultura. Fu al liceo Orazio che trovai chi mi fece uno dei più bei regali che ho ricevuto nella vita. La professoressa Maria Cisternino in qualche modo mi salvò. Avrebbe potuto respingermi ma non lo fece e mi rimandò solo in latino e greco. «Lasciamolo crescere» disse, accordandomi una fiducia che pochi mi avrebbero concesso. Tutta l’estate del 1960, quella delle Olimpiadi a Roma, la trascorsi a studiare. Superai brillantemente gli esami di riparazione e quando iniziò l’anno nuovo cambiò tutto. Il mio v ginnasio lo ricordo come l’anno delle scoperte.

Eri cresciuto in un’estate, come aveva sperato la tua insegnante?

Sì, a volte nella vita è così, per capire basta un lampo di luce che ti lascia vedere il mondo. C’è un’immagine che riassume tutto il cambiamento che avvenne quell’anno nella mia vita. Primo giorno di scuola, mi avvio verso l’ultimo banco — da piccolissimo che ero a un tratto avevo iniziato a crescere e in poco tempo ero diventato alto — e nel posto accanto trovo un ragazzo che stava disegnando su un blocco a spirale. Era Marco che sarebbe rimasto il mio migliore amico. Mentre cresceva l’intesa iniziò una collaborazione artistica fra noi: lui disegnava e io illustravo con dei versi quelle immagini. Facemmo anche una mostra in un locale sotterraneo delle case popolari di Monte Sacro grazie a padre Enrico, il nostro insegnante di religione, che aveva creato un centro culturale, uno spazio di incontro per i ragazzi del quartiere. L’estate di quell’anno, promosso a pieni voti, tornai per le vacanze ad Alberobello. Per me è rimasto l’anno delle pere, perché con i miei compagni d’infanzia ritrovati non facemmo altro che mangiare quei frutti che dovevano essere particolarmente abbondanti.

E al liceo continuò questo rapporto felice con la scuola?

Non solo continuò ma addirittura migliorò, anche se fu preceduto da un colpo di scena che si sarebbe rivelato un’altra delle fortune della mia vita. Frequentavamo la i b e ci trovammo con docenti di una ferocia inusuale e di un livello altissimo al quale noi allievi non eravamo adeguati. L’anno finì con 18 bocciati, tra i quali compatto il nostro gruppo di amici. L’anno dopo il preside ebbe l’intelligenza di salvaguardare noi compagni e ci inserì tutti nella i d, una classe di geni, ragazzi che nella vita avrebbero mantenuto tutto quanto allora promettevano. La sua preoccupazione non fu rovinare un’ottima classe con quel gran numero di bocciati, ma recuperare degli allievi offrendo loro un’altra occasione fra compagni davvero trainanti. Cosa che regolarmente avvenne. In più in quella classe entrarono cinque ragazze: tra loro c’era Lea, la donna che avrei sposato, il grande amore della mia vita. Il nostro gruppo non solo rinsaldò i legami, ma si aprì ad accogliere altri compagni. Ci si ritrovava a casa di Marco, una casa grande e sempre accogliente dove si parlava, si discuteva, i grandi facevano interminabili partite a canasta, si commentavano le rappresentazioni teatrali che andavamo a vedere grazie a un compagno di classe che ci procurava i biglietti per la claque all’Eliseo e al Quirino. Marco era la fantasia: oltre a suonare a orecchio pianoforte, armonica e, più tardi, la chitarra, inventava giochi, come il celebre Tic-Tac con 11 lattine di birra per squadra e una pallina di sughero.

Nacque allora la passione della letteratura

Negli anni del liceo, grazie a due straordinari docenti: Eugenio Falcone prima e poi Francesco Zambrano, un uomo piccolo, all’apparenza insignificante, che indossava sempre un impermeabile chiaro stazzonato ma capace di fare delle lezioni meravigliose. A loro due, che mi avevano iniziato alla lettura della Commedia, dedicai il mio primo libro dantesco. Dedicai un libro anche alla professoressa Maria Cisternino che mi aveva regalato tempo per crescere. L’insegnamento di Zambrano fu così determinante che in nove scegliemmo Lettere. Salire per la prima volta le scale della facoltà alla Sapienza fu una grande emozione; essere in tanti e così amici un conforto di cui ricordo ancora oggi la dolcezza.

Roma e la letteratura, quando queste due passioni hanno cominciato a coincidere?

Negli anni dell’università mi attraeva la civiltà quattro-cinquecentesca, dalle invenzioni dell’Umanesimo e del Rinascimento fino alla estenuata esasperazione del Manierismo. Dopo la laurea del 1970 e il matrimonio del 1972, sono nati Alessandro (attento nel saper ascoltare gli altri) e Francesco (per il quale la letteratura è una cosa molto seria) che ci hanno regalato tre nipoti speciali. Poi la vita accademica mi portò in luoghi diversi — dopo Roma, Mogadiscio, Potenza, Chieti e ancora Roma — e a percorrere altri secoli e altri autori. Ricordo l’esperienza di docente in Somalia da dove ricavai due insegnamenti: che la letteratura filtra la vita per cui ad esempio sistemare la biblioteca era importante quanto tenere i corsi e che, come suonava un detto popolare, «quando c’è sole cammina in fretta, ma quando vedi un’ombra fermati». Più che un accorgimento pratico, un insegnamento di vita! Nel 2000 mi venne affidata la voce Roma per il Dizionario dei temi letterari della Utet. Fu l’occasione che mi fece scoprire quella che da allora sarebbe stata la strada maestra nei miei studi, Roma e la letteratura, come a dire due grandi passioni raccontate insieme. Con Dante naturalmente, poeta sublime per me accanto a Leopardi.

Un tuo volume di prossima uscita si intitola «Roma nei classici italiani. Da Dante a Palazzeschi», una sorta di compendio di tanti anni di lavoro dedicato a questo tema.

L’idea fin dall’inizio è sempre stata questa: le parole, si dice, sono pietre, a Roma vale il contrario, le pietre diventano parole. La letteratura trasforma la città perché ogni scrittore finisce nelle sue pagine con il creare una città diversa. La spiegazione si trova già in un antichissimo elogio di Roma. Siamo nel ii secolo. e, cogliendo l’essenza della città, il retore greco Elio Aristide la definisce un laboratorio comune perché dentro le sue mura confluiscono «quanto è prodotto e generato dalla terra» e quanto viene creato dall’ingegno umano, quello che di meglio c’è al mondo: Roma ha tutto e quindi è tutto. È questa esuberante ricchezza che permette una straordinaria libertà di sguardo e di sentimenti.

Bella questa idea di Roma come una città che ne contiene infinite altre.

È proprio questo il segreto delle tante, personalissime letture. Ho iniziato a indagare il rapporto letteratura/Roma con il padre della nostra letteratura che collega la Roma augustea celebrata da Virgilio con la sacralità della Roma di Pietro, avviando così la distinzione tra passato e presente, indispensabile a una corretta prospettiva storica. Per gli umanisti Roma è «parte del cielo» per le caratteristiche uniche e preziose, quasi divine che ne fanno la città eterna per antonomasia e il luogo dell’ideologia classicista. Alla fine del Settecento, in pieno clima neoclassico, Roma diventa una tappa fondamentale per i giovani europei colti che affrontano il Grand Tour. È la premessa per l’entusiasmo degli scrittori romantici. I due secoli successivi vedono la città protagonista di tante opere letterarie. Prevale il riferimento al contesto urbano nella rappresentazione di una Roma meno monumentale e più quotidiana, anche se il mito dell’antico, la sacralità, la leggendaria bellezza dei panorami e del clima, la preziosità delle testimonianze del passato continuano a riempire le pagine dei cantori innamorati della città. Naturalmente esistono anche prese di distanza, sguardi accusatori e voci di denuncia.

Un altro modo di raccontare Roma

Tra gli scrittori che non subiscono il fascino della città possiamo ricordare Alfieri che attraversa Roma senza vedere nulla di quello che dai più viene celebrato come magnifico e Leopardi che vede tutto e disprezza tutto, a partire dalla grandezza della città «tanti spazi gittati fra gli uomini in vece d’essere spazi che contengano uomini».

E la tua Roma del cuore?

Tutta, ma la Roma che amo di più non è quella della magnificenza che rapisce gli occhi, ma la città degli angoli segreti che senza presunzione si accontentano di una bellezza semplice, appena suggerita, scorci che si nascondono più che apparire e non si vantano delle emozioni che suscitano. Un’unica eccezione: piazza del Popolo, con le sue meravigliose chiese gemelle, che ti abbraccia sotto un cielo che cattura tutti i colori. Per me è la bellezza, ma non solo. È Roma al tramonto che trattiene l’oro del sole quando, mano nella mano di mio padre, tornavamo a casa: in piazza sostavano le carrozzelle e s’incontrava solo qualche raro passante.

di Francesca Romana de’ Angelis