Ad Haiti si teme una catastrofe

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Un piano di risposta all’emergenza coronavirus da parte della Caritas in un Paese già stremato

06 aprile 2020

Nella piccola e sfortunata isola di Haiti il coronavirus diventerà l’ennesima drammatica catastrofe annunciata? È la domanda angosciata che si fanno in questi giorni gli operatori umanitari che vivono da anni nel Paese e hanno già visto di tutto: il terremoto del 2010 con oltre 200.000 morti, l’epidemia di colera, le proteste violente dello scorso anno.

Il 19 marzo scorso, il presidente haitiano, Jovenel Moïse, ha confermato i primi due casi di persone affette da coronavirus e per Haiti «è stata una doccia fredda, il virus era arrivato anche qui», racconta da Port-au-Prince Alessandro Cadorin, operatore di Caritas italiana ad Haiti.

Ieri si è registrata la prima vittima. Al 5 aprile, su 217 tamponi, risultano positivi 21 casi. Tra questi, più della metà (11) hanno un’età compresa tra i 20 e i 44 anni, in maggioranza donne. La maggior parte provengono dalla capitale Port-au-Prince. Si tratta, dunque, di giovani e donne, ossia dati in controtendenza rispetto a quelli registrati nel resto del mondo. Circa 200 persone sono state messe in quarantena e attendono i risultati dei test. Ad Haiti la malnutrizione è al 10 per cento (il dato più alto in tutta l’America Latina) e si teme che i bambini siano più esposti al contagio rispetto ad altri Paesi.

Appena saputa la notizia dei primi contagi, molti medici e infermieri dell’Ospedale generale di Port-au-Prince si sono rifiutati di lavorare per paura di essere contagiati. «Le strutture ospedaliere e di salute sono per lo più fatiscenti e mal equipaggiate — spiega Cadorin — e il personale medico non è formato per affrontare questa nuova malattia: i medici non sanno come comportarsi, come muoversi, cosa fare. È evidente che il Paese non ha le capacità ed è del tutto impreparato a fare fronte a una potenziale emergenza. Il numero dei test effettuati è molto ridotto».

L’Organizzazione mondiale della sanità e le maggiori agenzie della cooperazione internazionale stanno accompagnando il ministero haitiano della salute pubblica e della popolazione, ma le competenze e le risorse sono molto scarse per un sistema sanitario il cui budget già in tempi normali si regge per il 64 per cento sull’aiuto internazionale. 

Al momento, ci sono solo 124 posti letto in terapia intensiva e 64 respiratori per una popolazione di quasi 12 milioni di abitanti. Il governo ha subito approntato misure restrittive: coprifuoco alle 20, scuole e fabbriche chiuse e un limite di dieci persone per le riunioni. Sono stati chiusi porti, aeroporti e frontiere, ma le merci ancora transitano dalla vicina Repubblica Dominicana. Inoltre, gli haitiani passano illegalmente i 46 punti di frontiera informali (solo 4 sono quelli ufficiali e legali controllati dalla polizia).

La maggioranza degli haitiani vive in piccole abitazioni totalmente prive di servizi, in bidonville sovraffollate o in aree rurali sperdute. «È quindi impensabile l’isolamento e la quarantena a casa — prosegue Cadorin — considerando anche la difficoltà diffusa ad accedere ai beni essenziali. Una situazione potenzialmente esplosiva se si pensa che solo il 23 per cento della popolazione ha accesso ad acqua e sapone».

La disoccupazione è aumentata a causa della chiusura di alcune aziende, ma le persone devono comunque spostarsi per acquistare cibo al mercato e cercare di guadagnare qualche soldo tramite lavoretti informali.

Le Ong presenti nel Paese hanno paura che la tensione possa salire rapidamente: «Si teme per l’incolumità degli stranieri e dei malati di coronavirus che, già stigmatizzati, potrebbero diventare bersaglio di atti di violenza».

Fino a poco tempo fa, Haiti stava già affrontando un’escalation di criminalità. Oltre alle continue guerre tra gang, da dicembre si sono verificati numerosi rapimenti, terrorizzando indiscriminatamente tutti gli strati sociali, dai quartieri più popolari alle zone alte della capitale abitate dalla ricca borghesia. «Perfino dei bambini sono stati sequestrati all’uscita  di scuola e tenuti in ostaggio per poche migliaia di gourdes (la moneta locale) di riscatto», racconta Cadorin.

Presi dai loro mille problemi molti haitiani all’inizio percepivano il coronavirus come «un male distante e straniero», da associare alla vulnerabilità dei bianchi. «Sono un popolo giovane e resiliente — precisa l’operatore Caritas — abituato a piangere migliaia di morti. Resistente a povertà endemica e ripetute catastrofi. Un popolo temprato da una vita dura e spietata e sopravvissuto a molte altre epidemie».

Per altri, invece, questo nuovo pericolo costituisce «una minaccia spaventosa, oscura», capace di scatenare in loro «reazioni irrazionali e a volte violente e isteriche». 

Cadorin ricorda alcuni episodi eclatanti: l’11 marzo la presenza di una nave da crociera nel sud del Paese ha scatenato una manifestazione rabbiosa della popolazione locale per impedirne l’approdo. Nei giorni successivi, il 18 marzo,  l’ambulanza di un professore haitiano dell’Università di Limonade, sospetto ammalato di coronavirus di ritorno dagli Stati Uniti, è stata presa d’assalto da una folla inferocita armata di machete. Gli stranieri sono stati visti sempre più «come potenziali untori, mentre nei social network venivano diffuse le fake news più disparate».

I vescovi di Haiti avevano già inviato un messaggio il 4 marzo chiedendo al clero di sospendere le celebrazioni eucaristiche e liturgiche e tutte le attività pubbliche, mantenendo solo le celebrazioni funebri nella più stretta intimità familiare. La Caritas, dal canto suo, sta cercando di sensibilizzare la popolazione e distribuire kit d’igiene.

«Si cercano nuove strategie — afferma Cadorin — per adattare gli interventi in atto secondo le misure di sicurezza e nel contempo integrare nei progetti in corso anche attività di prevenzione».

Caritas Haiti sta preparando un piano di risposta  all’emergenza, mentre Caritas italiana è pronta a prestare il suo sostegno. «Si spera che lo scenario peggiore non si concretizzi — conclude — che effettivamente il clima caldo dei Caraibi possa avere davvero un effetto mitigante. Ma è appunto una speranza». I 1488 casi positivi e i 68 decessi della vicina Repubblica Dominicana non sono certo incoraggianti.

di Patrizia Caiffa