Un tragico segno dei tempi

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· Di fronte alla pandemia una risposta che scaturisce dalla Rivelazione ·

23 marzo 2020

Oggi, nel pieno della emergenza sanitaria e umanitaria, è quanto mai necessaria la voce profetica della Chiesa, per dare un significato cristiano a quanto sta accadendo. Certo sono quanto mai apprezzabili tutte le iniziative di assistenza caritativa e di implorazione a Dio per il superamento della crisi, ma ancor più profondamente la gente, non solo i credenti, si interroga sul perché di questa tragedia. Da qui la necessità di una risposta che scaturisca direttamente dalla Rivelazione, che è la luce con cui interpretare la storia umana, che coincide con la storia della salvezza.

 

Orbene, se è chiaro, almeno per molti, che questo flagello non può essere attribuito a una sorta di vendetta di un Dio offeso dai nostri peccati, non è meno vero che esiste un insopprimibile legame tra il male morale e il male fisico. Ciò comporta una prima affermazione certa: avendo Dio creato il mondo come «cosa molto buona» (Gen 1, 31), ogni male che troviamo purtroppo nella storia umana, e dunque anche questa pandemia, non può essere assolutamente attribuito e tanto meno voluto da Dio. Ciò che all’origine della creazione del mondo ha sconvolto l’opera buona di Dio è stata la libera scelta dell’uomo di non fidarsi di Dio che gli aveva affidato la custodia del creato, per seguire un suo progetto alternativo. Così si è innescato nell’albero della creazione il virus del peccato con tutte le conseguenze di mali che culminano emblematicamente nella morte come segno della sconfitta del desiderio umano di immortalità.

Questo legame tra peccato e male fisico non significa affatto che chi soffre sia personalmente responsabile moralmente di ciò che gli accade, ma certamente ogni creatura umana è vittima della debolezza entrata nella natura umana decaduta. Gesù stesso ha chiarito questo legame, quando, a proposito di un fatto di cronaca che si riferiva a un crollo della torre di Siloe che aveva mietuto diciotto vittime, commentava così: «Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13, 4-5). Dunque, non c’è legame soggettivo tra male morale e male fisico, e tuttavia c’è un legame oggettivo: una volta che l’uomo ha scelto liberamente di inquinare la buona creazione di Dio, il processo di corruzione va avanti secondo le leggi della natura corrotta. E se Dio permette questo processo perché rispetta la libertà delle sue creature, tuttavia non rimane spettatore passivo, come aveva promesso proprio all’inizio della tragedia umana quando, dopo il peccato di Adamo ed Eva preannunciò la redenzione e la vittoria finale del bene sul male (Gen 3, 15).

E questa promessa si è realizzata in Cristo, il Verbo incarnato per la nostra salvezza che, prendendo su di sé i nostri peccati fino a dare la propria vita sulla Croce, ha dimostrato la potenza dell’amore di Dio con la sua risurrezione vincendo la morte e il peccato che ne era la causa. Così, ogni creatura che crede in Cristo e si converte dai suoi peccati diventa partecipe della stessa vittoria di Cristo e cambia significato alle sofferenze e alla stessa morte che diventa la porta di ingresso a quella vita eterna a cui aspira ogni cuore umano.

Da tutto ciò viene l’interpretazione anche della attuale tragedia. L’immagine migliore dell’atteggiamento di Dio in questa nostra situazione è quella di Gesù che contempla Gerusalemme che lo stava rifiutando e piange su di essa dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi» (Lc 19, 41).

Ecco come i credenti devono guardare a Dio in questi momenti tragici: un Dio che piange con noi perché l’umanità ha rifiutato il suo progetto e le terribili leggi della natura infieriscono contro gli uomini superando ogni progresso scientifico con una selezione che penalizza i più deboli. Ma, come allora fece Gesù, anche oggi Dio ci invita a unirci a Lui per combattere il male alle sue radici, che sono i nostri peccati specialmente il rifiuto di credere in Dio o, ancor peggio, di contraddire la fede che professiamo in Lui.

Ecco allora il «tempo favorevole» della Quaresima che capita non casualmente proprio per invitarci alla conversione, alla preghiera e alla penitenza. Ritorniamo a una comunione più stretta con Dio non tanto per convincere Dio ad aiutarci (Egli non aspetta altro!), quanto piuttosto per convincere noi stessi a combattere ogni male, e, dunque, a immettere in noi il vaccino dell’amore che vince il mondo. Questa emergenza può diventare occasione per risolvere non solo questa pandemia, ma anche tanti altri mali meno allarmanti e coinvolgenti, ma che travagliano molte povere creature in ogni parte del mondo, indipendentemente dal coronavirus. E possiamo così ubbidire alle attuali ristrettezze sociali che colpiscono anche i paesi più agiati non solo per doveroso senso civico e nel nostro stesso interesse personale, ma ancor più come segno di un cambiamento di stile di una vita più sobria, compatibile, solidale e sostenibile.

E le moltiplicate preghiere che salgono a Dio in questo tempo, seguendo una comprovata ed efficace tradizione cristiana, non pretendono certo interventi miracolosi da parte di Dio (anche se è giusto implorarli), quanto piuttosto varranno perché tutti, ma specialmente i responsabili dell’ordine sociale e gli operatori scientifici e sanitari, ricevano luce e forza da Dio misericordioso per scoprire e usare tutti gli strumenti necessari per curare efficacemente chi è colpito dal male e poterlo anche prevenire così da poter tornare a una vita umana, non più come prima, ma meglio di prima con maggior senso dei nostri limiti, consapevoli delle grandi potenzialità che Dio ci ha dato per una vita sociale segnata dalla logica dell’amore nella giustizia e nella pace.

di Giuseppe Versaldi
Cardinale prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica