Un ponte tra la torre civica e il campanile

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31 marzo 2020

Insieme nella cripta del duomo di Pavia. Insieme rivolti alla Madonna delle Grazie a Città di Castello. Insieme nella cattedrale ad Ascoli. Insieme in un video congiunto a Fano. Insieme per l’estremo saluto ai morti nei cimiteri di Siracusa, Terni, Mazara del Vallo svuotati in ossequio alla prudenza che il virus esige. Da tutta Italia arrivano testimonianze di preghiere congiunte: il vescovo della diocesi e il sindaco, o primi cittadini e parroci. Il video girato in collegamento ognuno dal proprio posto di lavoro da monsignor Armando Trasarti, vescovo di Fano, e dal sindaco della cittadina marchigiana Massimo Seri è stato pubblicato sul sito del Comune. Parole rivolte ai cittadini, un appello per rassicurare e rincuorare, ringraziare gli “angeli della salute” che combattono in prima linea, sostenere gli amministratori locali, a favore dei quali il vescovo Trasarti ha chiesto l’aiuto di Dio «perché illumini la vostra mente e sostenga la vostra coscienza nell’arduo compito di individuare e di scegliere tra contrastanti esigenze, per il bene della popolazione».

Nella provincia italiana l’emergenza fa riscoprire una comunanza di intenti che ha radici antiche. «La mia presenza qui — ha spiegato il sindaco di Città di Castello dopo la preghiera con il vescovo Domenico Cancian — si innesta in una tradizione plurisecolare che vede la Chiesa e il comune gestire insieme il culto alla Madonna delle Grazie. Fin da quando venne dipinta, nel 1456, l’immagine della Madonna fu concepita con un significato di protezione sulla città».

E oggi di nuovo la torre civica e il campanile si uniscono nella prova più dura che l’Italia si trovi ad affrontare dall’ultima guerra. La politica non c’entra, ma in quelle preghiere c’è la polis perché i primi cittadini intervengono a testimoniare per tutti gli altri concittadini. È una presenza civica che prescinde dalle appartenenze ideologiche. E a testimoniarlo c’è la trasversalità del fenomeno, che coinvolge amministrazioni comunali di tutti i colori politici. Nei cimiteri di tutta Italia, dove una malattia che colpisce anche lo spirito vieta perfino di piangere i propri cari, i sindaci diventano simbolo di tutta la popolazione che non può esserci, in ossequio al “lockdown”. Succede ovunque, senza polemiche e senza strumentalizzazioni. In fondo anche Peppone e Don Camillo sapevano collaborare nei momenti difficili, mettendo da parte diffidenze e differenze. Peppone andava in chiesa borbottando e Don Camillo ascoltava il buon senso del crocifisso, suo perenne interlocutore. E alla fine sindaco e parroco si incontravano e, sbuffando, allargavano le braccia. «Allargare le braccia, magari scuotendo la testa, per far spazio alle ragioni dell’altro — come ha scritto Paolo Pegoraro —. È il segno della loro conversione, è imitare le braccia infinitamente aperte di quel Crocifisso inchiodato alla sua eterna missione eppure sempre sorridente». Un simbolo capace di unire, mai di dividere, così attuale di fronte a un male che colpisce nel fisico chi ne viene contagiato e nello spirito chi cerca di sfuggirgli costringendosi a evitare il contatto con l’altro.

Giovannino Guareschi, aspramente anticomunista ma anche critico verso il fascismo, tanto da venire deportato nei campi di concentramento tedeschi dopo il rifiuto di aderire alla Repubblica di Salò, raccontava così, da spirito libero, il «Mondo piccolo» dell’Italia che usciva dalla Guerra, quella con la G maiuscola della Storia. Un Paese in cerca di pace, di riconciliazione, perfettamente simboleggiato dai protagonisti dei racconti di Guareschi. Il sindaco e il parroco eterni rivali, ma capaci di combattere insieme con generosità per il bene dei compaesani. Per raccontarlo ci voleva il coraggio di «uno scrittore scomodo, intelligente, antiretorico, consolatorio», come lo descrive la biografia di Guido Conti. Chissà che, finita l’emergenza, l’Italia che cercherà di ripartire dopo il lutto e il dolore non possa fare tesoro anche di questo coraggio e di questo anticonformismo.

di Giuseppe Marino