Sedotto dallo stupore

Maciej Cieśla, «Stadt, Nacht und Musik».jpg

Quattro pagine - approfondimenti di cultura, società, scienze e arte

27 marzo 2020

Incontro con Nicola Piovani

Un viso da ragazzo sotto una cascata di riccioli morbidi come i fiori di giacinto di omerica memoria. Due mani forti che fanno pensare alla vita, ma che quando si muovono, leggere e rapide come un volo di farfalle, fanno pensare alla musica. Nicola Piovani, musicista tra i più conosciuti e amati in tutto il mondo, ha legato il suo nome a registi quali Monicelli, Fellini, Moretti, i Taviani, Tornatore, Benigni con il quale nel 1999 ha vinto l’Oscar per la musica del film La vita è bella. Una vita ricca di incontri d’eccezione — Vincenzo Cerami, Gigi Magni, Ennio Morricone, Manos Hadjidakis solo per fare qualche nome — e di amicizie cresciute sotto il segno della musica e nella quale Nicola Piovani ha saputo mantenere un singolare equilibrio tra creatività e concretezza, tra arte e impegno. Raffinatissimo musicista apprezza il tremolo di un virtuosistico violino o il suono di un impeccabile pianoforte, ma è capace di emozionarsi ai suoni delle bande di paese e alle serenate campagnole quando nelle notti stellate una voce sale accompagnata da una chitarra, da un flauto, da un organetto. Un riflesso forse di quell’amore per una civiltà paesana e solidale e una musica capace di far battere il cuore ereditato da suo padre, musicista dilettante, che suonava nella banda del paese natale. Innamorato del suo pianoforte, non ne ha quella cura ossessiva di tanti musicisti, piuttosto lo sente come un compagno nell’avventura del comporre, la carta pentagrammata sul leggio, una matita tra le labbra, la gomma da cancellare poggiata sulla tastiera.

Una vita nella e per la musica che non lo ha allontanato dal mondo, al contrario ha contribuito a radicare in lui un senso forte della coscienza civile e politica. Il desiderio che la musica sia accessibile a tutti e non resti linguaggio per pochi; la convinzione che la cultura maschilista abbia fatto tanto male alle donne ma altrettanto agli uomini; la ricerca della dignità dell’esistenza, il rispetto per il prossimo; pensare in piccolo, ma fare comunque qualcosa per cambiare il mondo. E naturalmente la passione perché l’arte, dice Piovani, «è come l’erba che nasce in mezzo alle quadrelle di cemento, si fa strada comunque».

Il primo ricordo della tua vita?

Della sala parto non ricordo proprio niente. Scherzo naturalmente. Una delle prime immagini legate alla mia infanzia è lo “squaglio di cioccolato” un goloso bicchiere pieno di panna appena montata e di cioccolato bollente che era il premio quando a scuola prendevo un bel voto. La gioia non era solo berlo, ma l’attesa nel breve tratto di strada da casa nostra alla latteria, mano nella mano di mia madre, e poi cominciare a divorarlo con gli occhi mentre aspettavo che si raffreddasse.

Nella tua casa hai respirato musica fin dall’infanzia. Quanto ha contato questa confidenza precoce con i suoni e con gli strumenti?

I miei genitori non erano musicisti, erano appassionati di musica. Probabilmente se fossi cresciuto in una famiglia di musicologi, avrei imparato qualcosa di più quanto a erudizione, ma ne saprei di meno dell’aspetto comunicativo, carnale, diretto.

Spiegaci meglio questo rapporto diretto con la musica.

Mio padre era un musicista dilettante che aveva suonato nella banda di Corchiano, il suo paese natale nel viterbese. Io a tre anni suonavo la fisarmonica. In casa la musica che si ascoltava era quella cosiddetta “leggera” che veniva trasmessa dalla radio. Claudio Villa, Nilla Pizzi, Domenico Modugno erano i cantanti prediletti da mia madre. Poi due circostanze cambiarono la situazione. Mio fratello maggiore Tonino, di dieci anni più grande di me, acquistò una fonovaligia Lesaphon Perla, un grammofono trasportabile, con l’altoparlante nel coperchio e il giradischi nella base, un oggetto allora desiderato e invidiato da tutti i ragazzi. Nello stesso periodo, avevo 12 anni e studiavo pianoforte, una zia, venuta in visita, mi regalò tre vinili: due contenevano le sonate di Beethoven, tra cui l’opera 111 che sarebbe diventata una delle mie predilette e il terzo le Variazioni Golderg di Bach eseguite da Glenn Gould. Mio fratello usava la fonovaligia il fine settimana nelle feste da ballo che i suoi coetanei organizzavano, per il resto la utilizzavo io insieme a Nino, l’altro mio fratello. Ascoltare infinite volte e con entusiasmo crescente quelle musiche divine fu una straordinaria esperienza: prima di diventare un musicista divenni “ascoltatore” e lo sono rimasto per sempre, un’attività che ha accompagnato tutto il mio percorso spirituale. Vorrei aggiungere che l’ascolto puro attraverso il disco è utilissimo, ma è pur sempre un surrogato dell’ascolto in una sala da concerto. Negli anni della mia giovinezza frequentare i teatri e le sale da musica era un privilegio della borghesia, agli altri tutt’al più erano riservati i loggioni, uno spazio lontano confortato dal luogo comune che l’acustica fosse migliore. Ancora oggi è così: i prezzi della platea e dei palchi sono proibitivi per studenti e lavoratori. I cittadini comuni non possono permettersi 125 euro per una poltrona all’opera, che resta così esclusiva per convegni elitari con quel tanto di mondanità che è sempre più noiosa. Avremmo bisogno di una seria bonifica culturale in materia da parte dei politici. Ma per difendere la cultura bisogna averla, e soprattutto amarla. Quando immagino e desidero teatri d’opera e sale da concerto organizzati a prezzi accessibili, mi dicono che sono un utopista. Forse è così, quello che è certo è che vorrei che tanti potessero godere quello che di prezioso la musica possiede. Si entra in una sala da concerto, l’orchestra si sistema, calano le luci, entra il direttore e per un’ora o poco più, mentre nell’aria si dipana un pensiero musicale, ecco che viene a crearsi una sintonia, per me sempre magica, fra chi suona e chi ascolta.

Usi spesso un’espressione molto bella «ascoltare con innocenza» che vale per la musica ma non solo. È un privilegio dell’infanzia e di chi non sa o può essere un modo consapevole di lasciarsi rapire dalla bellezza delle creazioni umane?

La frase è riferita alla perdita d’innocenza dell’ascoltatore critico, eccessivamente analitico. E allora la cultura prende il sopravvento sull’arte. Al nostro tempo succede spesso nel pensiero dominante. La parola cultura nei nostri decenni si usa spesso, troppo spesso, e la parola arte troppo poco.

Quali sono i tuoi luoghi del cuore e la tua personale geografia di Roma, città dove sei nato e dove vivi?

I luoghi belli, magnifici di Roma li conosciamo tutti. Io sono affezionato a certi tragitti che ho ripetuto negli anni. Da bambino abitavo a via Sebastiano Veniero nel quartiere Trionfale e tante mattine andavo a scuola a piedi, la Pio IX che non era lontana. Il tragitto da viale Vaticano, passando per piazza Risorgimento fino a Porta Angelica e poi San Pietro e la Conciliazione lo facevo due volte al giorno. Pensa che mi fermavo a bere alla fontana delle Tiare a largo del Colonnato!

Da buon romano hai ricordato una delle tante fontane che fanno di Roma una città d’acqua. In questo caso una delle dieci fontanelle che, pur essendo solo novecentesche, hanno tutte una straordinaria grazia.

Tre piccole vasche a forma di conchiglia che raccolgono l’acqua da altrettante cannelle accanto alle chiavi di San Pietro e con tre tiare papali sormontate da un’altra posta a corona. Una fontanella evocativa del rione Borgo costruito a ridosso del Vaticano. Un altro tragitto che mi è molto caro è quello che per anni ho fatto in macchina per andare da casa, a Monteverde vecchio, fino a Cinecittà, passando per l’Appia Antica, l’Appia Pignatelli, Capannelle...

Il dentro e il fuori: la casa dove comporre e il mondo dove suonare. Sei più un viaggiatore o un sedentario?

Come natura mi sento più stanziale, mi piace viaggiare con la testa, con le opere d’arte. Forse perché per il mio lavoro sono obbligato a viaggiare molto e faticosamente allora, quando posso scegliere, preferisco la mia casa, il mio quartiere, la mia gatta.

Ci puoi descrivere la tua “bottega” creativa?

È presto detto: una stanza non grande, un tavolo, un pianoforte — anche verticale — una poltroncina; carta pentagrammata e molte matite 2b (anche molte gomme per cancellare). E un buon impianto stereo per ascoltare musica.

Pianista, compositore per cinema e teatro, di musica da camera e sinfonica, di canzoni, arrangiatore, direttore d’orchestra. Non c’è territorio musicale che tu non abbia esplorato. Curiosità, passione per l’avventura o più semplicemente amore per la musica senza alcun pregiudizio?

Non riesco a scegliere un territorio e fermarmi lì: se mi chiedessero di scrivere musica per un circo o per una parata pubblica sarei probabilmente tentato di cimentarmi con la musica in una zona da me imbattuta. Forse presto scriverò un inno per una manifestazione sportiva.

Tra i tanti incontri che hai avuto, professionalmente credo tutti importanti, quali sul piano umano hanno contato di più?

Gli incontri nella vita ti segnano e ti lasciano anche secondo la tua capacità di recepire l’altro da te. Ho preso molto dai tanti artisti per i quali ho lavorato. Con alcuni è rimasta un’amicizia solida.

E i maestri?

Ho avuto la fortuna di eccellenti maestri che sono stati fondamentali nella mia vita, come il greco Manos Hadjidakis. A Roma in quegli anni vivevano tanti profughi fuggiti dalla Grecia dei colonnelli, la dittatura militare che aveva preso il potere nel 1967. Uno di loro mi presentò Hadjidakis che allora stava componendo musiche per un film hollywoodiano e aveva bisogno di un aiutante orchestratore. Lavorare per lui significò ricevere il dono di tanti insegnamenti. In particolare ricordo queste parole, che accolsi come uno di quei meravigliosi segreti capaci di coniugare la filosofia musicale con i dettagli tecnici: «Quando componi musica per il cinema cerca di evitare la banalità; però non avere neanche paura di usare l’arpa sulle immagini delle onde marine sulla spiaggia, perché quando ci vuole, ci vuole».

Che rapporto hai con la memoria? La senti una compagna, ti lasci volentieri sorprendere dal passato che a volte torna o temi la commozione dei ricordi?

La memoria è un tema centrale in questo periodo per me. Senza memoria non c’è esistenza. Comunque, superata la giovinezza, la memoria fa anche scherzi balordi: vedo amici che hanno ricordi del passato improbabili, ricostruiti secondo il capriccio della memoria, alcuni ricostruiti dal proprio Narciso. Forse capita anche a me, ma tanto non me ne accorgo. La nostalgia invece è un sentimento che mi infastidisce, da sempre. La commozione dei ricordi è vigliacca, lavora ai fianchi e, se non si fa attenzione, si finisce per sprofondare nella nostalgia del rimpianto. Perché l’amore antico per certi cieli, per certi profumi, per certe voci non è un amore adulto e critico, è un amore creaturale e illogico. Fulminante come una cotta, solido come il travertino dei palazzi romani.

Una parola che ami?

Stupore. È un sentimento per me fondamentale e ancora oggi la sola musica che mi seduce è quella che sa sorprendermi. Ricordo che una mattina in macchina ascoltai un brano pianistico che non conoscevo e che mi rapì. Dovetti scendere prima che annunciassero il nome dell’artista, ma quella musica mi era rimasta nella mente e nel cuore e con qualche ricerca riuscii a rintracciarlo. Da allora quella sonata del tedesco Kalkbrenner risuona quotidianamente nella mia stanza.

Una parola importante?

Tempo, parola importante per la musica e per la vita. C’è il tempo semplice in quattro quarti, il tempo composto in sei ottavi, il tempo dispari in sette ottavi e così via. C’è il tempo rubato delle interpretazioni chopiniane e c’è il tempo largo, calmo, quello che spesso ci sembra di aver sprecato nella quotidianità. C’è anche il tempo perso, che a volte mi sembra l’unico tempo veramente guadagnato della vita. C’è un tempo per tutto sotto il sole, ammonisce l’Ecclesiaste. L’importante è non sbagliare i tempi altrimenti si finisce a suonare la chitarra sulla spiaggia in frac e a dirigere un’orchestra sinfonica con le infradito!

«La poesia — diceva il poeta Leonardo Sinisgalli — è una compagna esigente, non ti dà nessuna sicurezza... sempre pronta a fuggire». C’è per il musicista il timore del silenzio come per lo scrittore della pagina bianca?

La poesia — come la musica, l’arte, l’amore — non è mai rassicurante. L’amore vivo è come la scoperta di una nuova sorprendente musica, è vitalità sempre in bilico. Poi c’è l’amore coniugale che somiglia all’abbonamento fisso a teatro, stessa poltrona da dieci anni, a volte senza conoscere i titoli in cartellone...

Tu ami le note, ma ami anche le parole. Penso non solo alle partiture accompagnate da testi, ma al tuo bel libro «La musica è pericolosa». Che esperienza è stata la scrittura?

Era il mio primo libro, probabilmente l’ultimo. L’ho scritto tenendo conto degli equilibri volumetrici degli argomenti. Come fosse una partitura.

«Spesso nella storia le conquiste concrete sono precedute dal canto dei poeti» come a dire i sogni possono farsi realtà. Sono parole tue che confortano in tempi come i nostri che sembrano aver smarrito il senso dell’umana solidarietà. La scelta, all’alba del nuovo millennio, di rappresentare «La pietà», una preghiera laica come è stata definita, a Betlemme e a Tel Aviv, cioè in territorio palestinese e israeliano, rientra in questa fiducia?

Sì, sono fiducioso, perché non mi sembra di vivere momenti particolarmente bui: basta leggere un po’ di storia e vedere quanto l’Europa del secolo passato vivesse in gran parte di guerre. Guerre: cioè morti, feriti, prigionieri, stupri, vessazioni, torture, prevaricazioni. Tutto ciò non è certo finito, ma non mi sembra sia aggravato: la civiltà fa passi avanti, grazie anche al sacrificio degli eroi, la scienza dei filosofi e l’intuizione dei poeti.

Sei autore di tante canzoni e nel 2013, in occasione dell’uscita del tuo disco «Cantabile», pubblicasti su un quotidiano un interessante articolo su questo genere musicale la cui essenza resta quasi inafferrabile.

La canzone all’apparenza è una forma di composizione semplice, tanto è vero che viene definita musica «debole» o «leggera» in opposizione a quella «forte» cioè la classica. Il discorso è certamente molto più complesso. Le canzoni vivono nell’aria, vengono respirate anche da chi non ci fa attenzione. E quasi ognuno di noi ha un episodio importante della propria vita legato a un refrain, a un titolo, a un disco a cui associa una persona cara, un clima di famiglia, un amore infantile. Le canzoni attraversano sornionamente la vita dei nostri giorni, delle nostre città, delle nostre intimità e ne scandiscono i passaggi. Normalmente diffido degli aneddoti che sento raccontare, del resto spesso improbabili, ma qualche volta, come in questo caso, una storiella può aiutare a capire più di tante parole. Conoscevo un musicologo serissimo che ascoltava solo Bach, Schönberg, Frescobaldi... e altezzosamente giudicava popolaresco Verdi, triviale Mascagni e insignificante Gershwin. Questo musicologo però — non proprio un adone — aveva vissuto anni dietro una storia d’amore infelice e quando sentiva le note di Una rotonda sul mare di Fred Bongusto, gli si riempivano gli occhi di lacrime.

«Quanto t’ho amato» è il titolo di una tua bellissima canzone. Vale per la musica naturalmente, ma anche per...

La vita che mi circonda.

di Francesca Romana de’ Angelis