Realismo dello Spirito

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Il Signore che passa nel tempo del coronavirus - 2

25 marzo 2020

La storia della cultura ci mostra che è attività umana e umanizzante trasformare (con tutta la fatica che questo comporta) il chronos in kairos. Il Vangelo ci dice che riconoscere il kairos e coglierlo e accoglierlo è opera di grazia e salvezza, con tutta la fatica che comporta.

Si può infatti lasciare semplicemente che il tempo sia solo il suo svolgersi, tentando di galleggiare sulle cose (e spesso sulle persone), perché “tanto passerà”, attrezzarsi a trovare soluzioni per i problemi che mano a mano si presentano: come possiamo continuare a fare quasi tutto quello che facevamo prima? Come creare le condizioni per poter farlo ancora?

È la logica che potremmo chiamare “sostitutiva” tipica del chronos: le lezioni si fanno on line, le messe in streaming, la spesa si fa consegnare a domicilio, si compra un tapis roulant per camminare in casa. Si sostituisce, per non cambiare, per rassicurarci che il paesaggio urbano e umano che abbiamo costruito è solo momentaneamente ristretto e nel caso può essere appunto sostituito. La tecnologia ci aiuta, perché non usarla per questo?

C’è un’inerzia che fa resistenza al cambiamento, difficile da vincere perché va ben oltre il razionale, l’esplicito, il consapevole. È una specie di rassegnazione che si nutre del bisogno, umanissimo, di sicurezza, di calore, di consuetudine dei corpi.

Ma come possiamo aiutarci a non rassegnarci, aiutarci a umanizzarci e riconoscere e condividere grazia e salvezza se non abbandonando una logica sostitutiva per cogliere la potente forza di un kairos, del Signore che passa e non smette di farci misericordia?

I cristiani lo sanno da secoli, e lo hanno sempre vissuto nel sensus fidei fidelium nei tempi di crisi e difficoltà: è l’esercizio della vita secondo lo Spirito che consente di elaborare il chronos in kairos, una vita spirituale, dove l’aggettivo si è progressivamente trasformato nel corso della storia in sostantivo (spiritualità) e si è perso la res a cui si riferiva, la vita degli uomini e delle donne.

Questa condizione che stiamo vivendo in modo drammatico ci ha tolto molti dei segni, dei gesti e delle pratiche, della spiritualità a cui eravamo abituati e anche affezionati: ma in questo ci costringe a cercare di nuovo la res di cui tutto ciò era segno. Siamo chiamati ad un grande esercizio di realismo nello Spirito (il che nell’uso comune rischia di suonare come un ossimoro alle nostre orecchie): ritrovare quella vita, e quella grazia che la abita per noi e prima di noi, come discepoli del Signore riconoscerla, raccoglierla, condividerla, custodirla e nutrirla.

Siamo capaci di immaginare una vita nello Spirito, un ritmo, uno stile, una forma, che raccogliendo pratiche antiche o inventando gesti nuovi sia capace di sostenere la difficile elaborazione necessaria che chiede occhi aperti, mani aperte, orecchie aperte?

Saremo capaci di ascoltare la Parola di Dio non alla ricerca di soluzioni (sostitutive?), ma come lampada per i passi e per la mente? Di reinventare una preghiera che non sia fatta solo di “preghiere”? Di consolare e farci consolare, nutrire e farci nutrire, comprendere e farci comprendere dalla e nella realtà?

È una sfida vera ad abitudini mentali e del cuore, a posture e affetti corporei che performano l’intelligenza e la comprensione stesse: ma non possiamo perdere questa occasione propizia per riconoscere lo spessore spirituale dei gesti, delle cose, delle persone.

Il contatto che oggi ci è precluso, ad esempio, quale “con tatto” richiede, quale garbo contiene, quale senso di misure? La logica della presenza quale forza dell’assenza veicola e mostra? L’interiorità concepita come un “profondamente dentro/privato/nascosto/narcisista” quanto potrebbe essere ripensata come una pelle invece, il luogo dove interno-io e esterno-tutto il resto si incontrano, si carezzano, ma anche si feriscono e si urtano?

Abbiamo bisogno di un nuovo realismo dello e nello Spirito, che ci insegni un nuovo lessico, nuovi gesti, nuovi corpi, nuove simboliche.

È inquietante pensare all’immagine dello Spirito come un soffio, che soffia dove vuole e non si sa da dove viene, né dove va, in un tempo in cui un invisibile virus, che non si sa da dove viene né dove va ci costringe alle mascherine che bloccano il soffio: inquietante, ma insieme radicale, poiché né l’uno né l’altro sono in nostro potere. Se saremo capaci di assumere i gesti corporei che sono nella realtà, allora un Soffio ci guarirà, e non solo dal virus.

di Stella Morra