Don Abbondio e «la casa devastata»

La peste che alla fine del 1629 imperversò nel ducato di Milano in una stampa dell’epoca.jpg

Il racconto dell'epidemia nei secoli

27 marzo 2020

La peste a Milano ne «I Promessi Sposi»

Nessuno pensava che a provocare la peste a Milano sul finire del 1629 potessero essere state cause naturali, tanto semplici quanto devastanti. Fu dunque spietata la caccia all’untore che — nel segno della massima di Hobbes, homo homini lupus — divenne amara espressione del disprezzo indiscriminato dell’uomo verso i suoi simili, non presunti innocenti, ma colpevoli secondo i riti di un processo sommario. Nell’evocare questo scenario ne I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni — pur coscienziosamente attingendo alle fonti e ai documenti dell’epoca — non si limita a una descrizione cronachistica degli avvenimenti. Da essi cerca di trarre una lezione di vita, modulando in tal senso una riflessione che investe alla radice il rapporto tra il bene e il male, il cui fulcro poggia sulla coscienza dell’uomo.

Per certi versi giornalista ante litteram, Manzoni procede per immagini, affidando loro il compito di esprimere, nel modo più incisivo possibile, gli effetti sortiti dall’imperversare del flagello. E una di queste immagini è data dalla «casa devastata» di don Abbondio, saccheggiata dai cosiddetti “avvoltoi”, cinici nel cercare di approfittare dei tumulti seguiti alle violenze legate alla guerra divampata nel Ducato di Milano, dalla quale poi deriverà la peste (il paziente zero sembra essere stato un soldato italiano).

Quel saccheggio ha infranto, in un attimo, le false sicurezze sulle quali, fino a quel momento, aveva fatto conto don Abbondio. E con lui Perpetua. Entrati in casa, «senza aiuto di chiavi», padrone e serva sono costretti ad avanzare in punta di piedi per scansare «la porcheria che copre il pavimento». Il loro sguardo poi si fissa sui muri, imbrattati dai ceffi che hanno fatto irruzione.

Da quei muri emana un muto appello, colmo di una nostalgica eloquenza, a ricordare «gli avanzi e frammenti di quel che c’era stato». Quel «bracciolo di seggiola», che si riconosce ancora tra «il rimasuglio di tizzi e tizzoni spenti» nel focolare richiama il seggiolone di don Abbondio, da lui tanto vagheggiato nei primi capitoli del romanzo. E quel «piede di tavola» rievoca l’immagine della tavola apparecchiata all’inizio dell’opera. La peste è venuta dunque a scuotere prepotentemente l’esistenza di un curato regolata da comodità tanto fragili quanto fittizie. E Manzoni, per significare ciò, sottolinea, con somma maestria, che «quei fogli de’ calendari di don Abbondio» sparsi sul pavimento in seguito all’improvvisa ondata di violenza, stanno a simboleggiare il disordine intervenuto nella vita di «un uomo di Dio» che calibrava lo stile della sua vita sulla consapevolezza, venata di viltà, che uno il coraggio, se non l’ha, non se lo può dare. E il saccheggio lascia tracce anche sulla psiche di Perpetua: «le piume e penne» delle sue galline sono anch’esse sparpagliate, a indicare, come per i fogli del calendario, che l’ordine fasullo del passato è stato irrimediabilmente minato. Don Abbondio, come reazione, si rinchiuderà, con un’ostinazione ancora più acuta, nella sua casa: ma ciò non serve a placare la sua «inquietudine» alimentata dal «sentire che giornalmente continuavano a passar soldati alla spicciolata» davanti al suo uscio. E nell’annunciare l’arrivo della peste, Manzoni, quasi a prendersi gioco del suo personaggio, dice che è venuta l’ora di lasciare da parte «il pover’uomo» e le sue «apprensioni private»: ben altri disastri, infatti, incombevano.

«La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto — scrive Manzoni all’inizio del capitolo XXXI —. Ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia». In questa frase si specchia la nota polemica ingaggiata dallo scrittore con la Historia illustre, rea di dare conto solo dei fatti apparentemente più importanti e trascurando le vicende di chi non ha voce. In tal caso Manzoni tiene a precisare che l’epidemia investì non solo Milano ma anche le campagne e quindi i contadini e gli umili e onesti lavoratori. «E in questo racconto — evidenzia — il nostro fine non è, per dir la verità, soltanto di rappresentar lo stato delle cose nel quale verranno a trovarsi i nostri personaggi; ma di far conoscere insieme, per quanto si può in ristretto, e per quanto si può da noi, un tratto di storia patria più famoso che conosciuto».

Di fronte all’epidemia l’impotenza dell’uomo sedicente sovrano delle cose terrene, è palese e patetica. Nonostante fosse stato avvertito circa i prodromi del morbo, il tribunale della sanità rimane inerte. Ma il male avanza e opporvi l’incredulità, sembra suggerire Manzoni, non è una tattica saggia. Come se non bastasse, il governatore, lungi dal raccomandare la social distancing, come diremmo oggi, incurante del pericolo ordina pubbliche feste per la nascita del primogenito di Filippo iv. Al rischio letale del contagio non ci pensa proprio. Non gli è da meno la popolazione milanese: anch’essa non crede all’esistenza della peste nel contado. «Chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo», scrive Manzoni. E così la peste entra a Milano, agevolata in questo dall’«imperfezion degli editti», dalla «trascuratezza nell’eseguirli», nonché dalla «destrezza nell’eluderli». Lo scrittore non fa sconti nel biasimare la cecità dell’uomo di fronte al male venuto, a suo modo, per far giustizia di torti e soprusi (sarà don Rodrigo, tra gli altri, a pagare le conseguenze delle sue malefatte e a finire i suoi giorni nel lazzaretto): ecco allora che s’impongono le figure di due medici i quali cercano di stornare il flagello. Verranno tacciati come “nemici della patria”, pro patriae hostibus. L’etica manzoniana — fondata sul senso dell’armonia tra gli uomini, sullo spirito di solidarietà, come pure sul valore di una ragione lucida, che sappia discernere ciò che è puro da ciò che è malvagio — è fortemente scossa dal fenomeno della peste. Essa infatti mette a nudo le bassezze che corrompono la natura umana. E come a voler rigirare il coltello nella piaga, Manzoni evidenzia come in uno scenario così torbido e meschino riusciva comunque a lingueggiare qua e là la fiamma del «buon senso» di chi aveva capito realmente come stavano le cose e come bisognava agire per risolvere la situazione. Ma quel buon senso «se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

di Gabriele Nicolò