Accompagnare (non subire) le sfide del presente

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· Il Signore che passa nel tempo del coronavirus - 1 ·

23 marzo 2020

Molte volte si è ripetuta la frase di Agostino Timeo Dominum transeuntem, temo il Signore che passa, aggiungendo il motivo di questa apprensione, et non revertentem, e che poi non ritorni. Si tratta della paura di non riconoscerlo, di non saper vedere i segni che ci lancia, di perdere l’occasione propizia, di non saper cogliere, ora, l’evidente kairologia di questo tempo.

 

Un tempo questo, la cui densità è difficile da misurare e stabilizzare, dentro e fuori di noi. Un virus, invisibile e pervasivo, sta trasfigurando la quotidianità, minando le sicurezze, stravolgendo le relazioni, disvelando la fragilità dei sistemi, ponendo di fronte a noi un’urgenza che invoca lo sguardo di tutti, per intercettare il passaggio del Signore, per reinterpretare e riprogettare la vita. Cominciando subito. Attendere sarebbe un errore. Diventeremo più poveri, e mentre dovremo imparare o reimparare ad abitare virtuosamente questa condizione difficile e liberante allo stesso tempo, sarà necessario riconoscere che abbiamo bisogno di tutti in un mondo in cui l’interconnessione è una realtà, e dunque verificarne operativamente le conseguenze è una necessità. Bisognerà fin da ora mettere insieme le risorse sapienti e scientifiche, le scienze umane, la spiritualità e la teologia. È necessario perché quanto sta avvenendo non accada semplicemente, non sia subìto, ma accompagnato, se non prefigurato. Il profilo dell’umano si sta trasformando nella misteriosa tessitura di vita e morte, di speranza e lutto, di responsabilità e paura, nel disincanto dell’onnipotenza e prendendo dolorosa confidenza con i limiti della creaturalità. Ci saranno fenomeni da prevedere e guidare, dovuti al sovraccarico di emozioni e istinti solo temporaneamente domati (il senso di claustrofobia e le violenze reattive, familiari e sociali). Così come si dovrà ripensare l’opportunità di un solidale rifondante il valore di quanto è civile, comune, superiore all’individuale e alle declinazioni del possesso. Provare a ricostruire la comunità, e ripensare l’essenziale riscrittura dell’esistere secondo la trama del noi, riconciliando le generazioni, i generi, le narrazioni, le idee, le verità, gli interessi, tutte le forme in cui la sovranità si è compresa esclusiva. Proporre al cuore la precedenza del perdono, congedandosi dall’illusione che la memoria renda giustizia alla verità nel rancore che discrimina, taglia, rigetta. L’etimologia di questo nemico della riconciliazione ci fa sentire che olezzo disperde in noi: rancorem, deriva da “rancēre”, l’odore di un modo guasto di pensare e agire.

Di grande sta avvenendo qualcosa che alla fede non deve sfuggire, e che, nell’esperienza cristiana, rivela una sacramentalità che non dipende esclusivamente dai sacramenti, mentre molte chiese sono chiuse, e le celebrazioni eucaristiche vincolano all’isolamento il presbiterio. C’è una vita liturgica feriale e festiva che incorpora Dio nella lettura individuale e familiare della Parola di Dio, nella preghiera, negli sguardi, nei gesti che le zone rosse ci impediscono, ma che alimentano, nell’intangibile, la nostalgia di quel contatto che poco fa si era sottomesso a irragionevoli e non cristiane diffidenze. A fronte delle recenti polemiche sul sacerdozio ordinato, emerge il popolo sacerdotale, che è quello che si forma alla scuola della caritas e del donum, i nomi dello Spirito Santo che non smette di generare e riformare la communio, inventore di una prossimità autentica, delicata, intima, discreta, riconciliante, generosa, da cui ripartire. Quanto necessario diventa tornare a credere che sia possibile vivere da credenti, ed è questo il tempo, avendo «un cuor solo e un’anima sola», liberati dalle rapacità che ci fanno divorare gli uni gli altri, felici di non dire mia proprietà quello che ho (Atti 4, 32).

di Giuseppe Bonfrate