La democrazia produce decisioni informate?

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

Per una democrazia inclusiva - 3

30 ottobre 2019

A molti la democrazia è parsa parente stretta del mercato. Come nell’uno i singoli operano sulla base della percezione del proprio interesse economico, così nell’altra mettono in campo l’idea di ciò che conviene loro come membri di una comunità politica.

L’analogia inganna. Il singolo che deve impiegare risorse scarse per realizzare un suo fine privato ha un forte incentivo a informarsi fino in fondo sulle diverse opzioni disponibili. Immaginiamo che dobbiate comprare un nuovo tablet per fare un regalo: a vostro figlio, alla vostra fidanzata, a un amico per un compleanno importante. Avrete, verosimilmente, un budget coerente con le vostre disponibilità. Tanto o poco che sia quello che potete spendere, vorrete farlo nel miglior modo possibile, per esempio comprando il dispositivo che vi garantisce piena interoperabilità con quelli in vostro possesso, quello più leggero perché vi stia nella borsetta o nella ventiquattrore, quello che dispone delle funzionalità a voi più gradite. A meno che non lavoriate in un negozio di telefonia, è improbabile che abbiate queste informazioni sulla punta delle dita. Tanto più un acquisto è importante, rispetto alle vostre disponibilità, e tanto maggiore è il tempo che verosimilmente investirete per essere sicuri di fare l’acquisto giusto. Per un panino all’ora di pranzo si può andare alla cieca, per una cena importante si compulseranno TripAdvisor e la Guida Michelin.

La democrazia non funziona così. Non funziona così per una ragione molto semplice: il costo della partecipazione è evidente (il tempo di recarsi al seggio, fare la fila, segnare la x), ma il beneficio lo è assai di meno. Perché votare il partito X, perché esprimersi per il partito Y? Siamo soliti biasimare il cosiddetto voto clientelare: schiere di persone che vengono mobilitate sulla base della possibilità, che in qualche modo subodorano, di tenere un vantaggio concreto, per sé e i propri cari, dalla vittoria di Tizio o di Caio. Per quanto odioso possa sembrare, il voto clientelare è un voto informato: i beneficiari sanno chi potrebbe essere il loro Babbo Natale e agiscono di conseguenza.

Il voto il più delle volte è invece una espressione della volontà svincolata da qualsiasi beneficio concreto. Si sceglie per simpatia: simpatia per un leader, più di rado per un’idea, ogni tanto per un candidato. Il beneficio atteso è risibile. Il trionfo dell’idea liberale, o dell’idea socialista, può darci soddisfazione in astratto, ma non ci è immediatamente chiaro che cosa cambierebbe nel concreto delle nostre vite.

La democrazia si afferma nell’ambito di una battaglia più ampia e più difficile, quella per limare le unghie al potere regio. Nel momento in cui la più terribile delle prerogative del sovrano è quella di dichiarare guerra usando il suo popolo come carne da cannone, fare di questi ultimi i “decisori” significa, verosimilmente, salvare loro la pelle. Non si faranno spedire in battaglia per una disputa dinastica, o per guadagnare al loro re l’ennesimo fazzoletto di terra.

Se si votasse sul dichiarare o meno guerra, questo sarebbe l’esito prevedibile. Ma oggi non si vota, se non assai di rado, per questioni di tal fatta. Si scelgono invece partiti, o più spesso leader, che dovrebbero incarnare una “sensibilità” affine a quella degli elettori su temi assai diversi. L’elettore è generalmente ignaro circa che cosa sia effettivamente l’oggetto del contendere. Quando l’intermediazione pubblica supera la metà del pil, come nel nostro Paese, c’è una sola parola che definisca efficacemente che cosa può fare lo Stato: tutto. E questo tutto non include solo la guerra e la pace, ma anche la regolazione dell’elettricità e la gestione dei trasporti, la sanità e la scuola, le strade e l’assistenza ai disabili, le regole d’accesso agli ordini professionali e le rette dell’università. Perché un elettore dovrebbe acquisire, su tutti questi temi, informazioni corrette? E perché dovrebbero essere sintetizzabili nella preferenza per un partito o per l’altro?

Non è sorprendente, allora, se non ci si divide sulla base delle informazioni di cui ciascuno dispone — ma sulla base dell’appartenenza. Il candidato X appartiene alla mia banda e pertanto me ne posso fidare. È un modo di scegliere come tanti altri. Il problema è che difficilmente può produrre decisioni di elevata qualità. Perché l’elettore sia informato deve, perlomeno, poterlo essere. La dilatazione infinita del campo della cosa pubblica lo rende impossibile.

di Alberto Mingardi
Ricercatore di Storia delle dottrine politiche, IULM Milano