La pace di ieri e la gioia di oggi: speranze per il domani

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05 settembre 2019

La pace e la gioia. Questi i due temi principali dei due discorsi del Santo Padre nella prima giornata del lungo viaggio in Africa orientale tra Mozambico, Madagascar e isole Mauritius. La pace è il tema affrontato nel primo discorso rivolto alle autorità e al corpo diplomatico nel palazzo presidenziale della capitale del Mozambico, Maputo.

Il Papa ha ricordato le tappe di questo percorso di pace, l’accordo generale siglato a Roma nel 1992 e il più recente dell’agosto scorso firmato nella Serra della Gongorosa e ha parlato del coraggio della pace, citando il Messaggio di Paolo VIper la Giornata Mondiale della Pace del 1973 che esortava alla ricerca instancabile del bene comune per «non lasciare» ha detto Francesco «che il modo di scrivere la storia sia la lotta fratricida, bensì la capacità di riconoscersi come fratelli, figli di una stessa terra, amministratori di un destino comune». Il Papa ha poi ricordato che la pace non è solo assenza di guerra ma si basa sul riconoscere e garantire concretamente la dignità dei nostri fratelli «perché possano sentirsi protagonisti del destino della propria nazione», un tema ripreso anche nel secondo discorso dedicato ai giovani. Già nel primo discorso si era soffermato sulle nuove generazioni «che costituiscono gran parte della popolazione. Essi sono non solo la speranza di questa terra, sono il presente che interpella, ricerca e ha bisogno di trovare strade dignitose che consentano loro di sviluppare tutti i loro talenti», in aiuto dei giovani è però «essenziale mantenere viva la memoria, quale via che apre al futuro».

È un paese giovane il Mozambico, che conosce da poco l’indipendenza, dalla metà degli anni ’70, da ancora meno la pace, e che stimola, per questo suo essere giovane, cioè aperto al futuro, la riflessione del Papa che si sofferma a lungo, nel secondo incontro, a dialogare con i tanti e festanti giovani raccolti nello stadio Maxaquene. E lo fa prendendo spunto da un “eroe” di questo stadio, Eusebio, il grande calciatore degli anni ’60, la “pantera nera”, formidabile attaccante poi anche in Europa nella squadra portoghese del Benfica; il Papa lo cita, tra gli applausi scroscianti della folla, come esempio di chi «ha imparato a non rassegnarsi […] la sua passione per il calcio lo ha fatto perseverare, sognare e andare avanti». Francesco ne approfitta per approfondire la metafora del gioco del calcio, gioco di squadra dove «non tutti sono uguali, non fanno tutti le stesse cose né pensano tutti allo stesso modo». È importante avere il sogno e la voglia di giocare, ha ricordato il Papa, ma è altrettanto importante «trovare con chi giocare». Da qui la fondamentale importanza, per la costruzione dell’amicizia sociale, della cultura dell’incontro, tema caro al Santo Padre che lo aveva già proposto nel discorso alle autorità. Cultura dell’incontro che significa: «riconoscere l’altro, stringere legami, gettare ponti».

Due discorsi quindi con due pubblici molto differenti ma con diversi punti in comune, in particolare l’insistenza sulla forza dirompente e positivamente inquietante dei giovani che sono «il presente che interpella» e sono, come ha precisato nel secondo discorso con una bella espressione, «la gioia di oggi» che diventa «speranza del domani». «Voi siete il presente» ha affermato con decisione il Papa, «con tutto ciò che siete e fate, state già contribuendo al presente con il meglio che oggi potete dare. Senza il vostro entusiasmo, le vostre canzoni, la vostra gioia di vivere, che sarebbe di questa terra?». E, forse con il cuore pesante rivolto ad altri paesi, Bergoglio ha proseguito sottolineando il valore della «gioia condivisa e celebrata che riconcilia e diventa il miglior antidoto per smentire tutti quelli che vogliono dividere, frammentare o contrapporre. Come si sente, in alcune regioni del mondo, la mancanza della vostra gioia di vivere!».

Pace e gioia quindi, unite in un circolo virtuoso che trova il suo punto di inizio, la fonte sorgiva, nell’amore di Dio per il quale nessun uomo è insignificante, tutti siamo sue creature. Dopo un intero discorso accompagnato dagli applausi e dalle grida di entusiasmo dei giovani, da quel “chiasso” sempre così amato dal Papa, ecco che il successore di Pietro, negli ultimissimi minuti, ha richiesto e ottenuto il silenzio, citando un brano della Christus vivit (115): «Dio ti ama. Cerca di rimanere un momento in silenzio lasciandoti amare da Lui. Cerca di mettere a tacere tutte le voci e le grida interiori e rimani un momento nel suo abbraccio d’amore» e ha concluso confidando la sua certezza ricca di speranza: «So che voi credete in questo amore che rende possibile la riconciliazione».

Una prima mattina del lungo viaggio dunque già molto impegnativa, per il Papa senz’altro, ma anche per chi lo ha incontrato e si è messo in ascolto delle sue parole in questa terra giovane, finalmente libera e in pace del Mozambico.

Andrea Monda