· Città del Vaticano ·

Hic sunt leones
Sull’Africa ricadono le conseguenze di divisioni e conflitti dell’intero pianeta

«Quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a soffrire»

Carcasses of a camel that died as a result of drought following failed rain seasons is seen at the ...
29 luglio 2022

Il complesso mosaico della presenza straniera in Africa è oggi la cartina al tornasole per comprendere gli effetti divisori di ciò che sta avvenendo a livello planetario, soprattutto a seguito della crisi ucraina. Tutti i grandi player internazionali, nelle loro dichiarazioni, sostengono di voler aiutare il continente nel far fronte ai suoi cronici mali, con particolare riferimento ai temi delle disuguaglianze, dei conflitti e delle vulnerabilità socio-economiche che condizionano pesantemente diverse macro aree. Naturalmente, le buone intenzioni, almeno da un punto di vista formale, non possono prescindere dagli interessi degli attori stranieri in campo che considerano l’Africa una grande opportunità per i propri mercati. Ecco che allora il teorema di clintoniana memoria, «trade not aid», rappresenta, alla prova dei fatti, l’unico vero punto di convergenza tra gli investitori stranieri.

È certamente significativo l’impegno del governo di Pechino che, dall’istituzione del Forum sulla cooperazione Cina-Africa, ha offerto un contributo rilevante attraverso le proprie aziende. Esse hanno costruito in Africa oltre 10.000 chilometri di ferrovia, fino a 100.000 chilometri di strade, circa un migliaio di ponti, altrettanti porti, e anche molti ospedali e scuole. A dichiararlo, proprio in questi giorni, è stato il portavoce del ministero degli esteri cinese Wang Wenbin, il quale ha precisato che sebbene alcuni abbiano denigrato la cooperazione Cina-Africa, criticando ad esempio la qualità degli interventi eseguiti in questi anni, sono i fatti a parlare. «I popoli africani — ha detto il portavoce — lo sanno più di chiunque altro. La Cina vede sempre l’Africa come un continente con un grande potenziale di cooperazione internazionale». Se da una parte è evidente che il focus di Pechino, almeno per ora, è tutto concentrato sulle commodity africane — prodotti agricoli e manufatti africani, oltre al petrolio, ai minerali preziosi e ai metalli rari — è sempre più chiaro che la Cina guarda con grande interesse all’industrializzazione del continente di cui ha estremo bisogno l’Africa Continental Free Trade Area (AfCFTA), l’area di libero scambio tra i Paesi africani avviata ufficialmente il 1° gennaio del 2021.

Secondo uno studio pubblicato il 19 luglio scorso dall’Inter Region Economic Network, un think tank con sede in Kenya, grazie ad un’inchiesta che ha coinvolto oltre un migliaio di decisori politici di 25 Paesi africani, i progetti infrastrutturali della Cina nel continente sarebbero meglio apprezzati dalle leadership locali rispetto a quelli dell’Unione Europea (Ue) in termini di velocità di completamento e affidabilità. C’è da considerare che gli effetti della guerra in corso nell’Europa orientale e le conseguenti scelte dei governi della Ue stanno acuendo notevolmente le critiche degli analisti africani. È il caso dell’anglonigeriana Nosmot Gbadamosi che, sul giornale online «Africa Brief», nella sezione di Foreign Policy, ha severamente denunciato la politica energetica dell’Europa messa in atto in questi mesi. «I ricchi paesi europei — ha scritto — quelli che hanno tentato di fermare il finanziamento di progetti di combustibili fossili in tutta l’Africa, si stanno ora affrettando per assicurarsi il petrolio e il gas del continente».

Ma andando al di là dell’attuale congiuntura, proprio qualche giorno prima dell’invasione russa in Ucraina, la Ue, in vista del vertice Unione Europea - Unione Africana del 17 febbraio scorso, ha promesso 150 miliardi di euro per investimenti in Africa, anche se i leader del continente speravano in qualcosa di più, comprese le deroghe ai brevetti sui vaccini e il reindirizzamento di miliardi di dollari di potenziali riserve del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) dalle nazioni più ricche a quelle più vulnerabili per aiutare la loro ripresa dalla pandemia di coronavirus.

La maggior parte dei 150 miliardi di euro andrà al Global Gateway, l’iniziativa dell’Europa per competere con il massiccio piano d’investimenti cinesi nel continente africano e sosterrà la salute, le infrastrutture e la lotta ai cambiamenti climatici nei prossimi sette anni. Come ha osservato il professor Michaël Tanchum associate senior policy fellow presso il Consiglio europeo per le relazioni estere (Ecfr), «per l’Europa, che da un decennio sta perdendo terreno rispetto alla Cina in Africa», si tratta di un test importante «per contrastare la Belt and Road Initiative (Bri) della Cina da un trilione di dollari, che ha riorientato il commercio globale intorno ai bisogni strategici di Pechino».

Ma la nuova posizione dell’Europa in Africa potrà realmente avere successo? «Pur migliorando le infrastrutture del continente — secondo Tanchum — gli investimenti cinesi per 47,4 miliardi di dollari in Africa non hanno creato un boom economico in stile cinese in nessun paese africano. L’Europa può ribaltare la situazione colmando il divario di investimenti nella produzione a valore aggiunto nell’Africa subsahariana. Per fare ciò, l’Europa dovrà andare oltre i suoi vecchi schemi di relazione cliente-cliente per creare partnership di joint venture con le parti interessate africane nella produzione locale che impiegano africani e si aggiungono al Pil africano».

Naturalmente, gli interessi stranieri in Africa sono molteplici e coinvolgono non poche nazioni. Basti pensare, tanto per citarne alcuni, alla Turchia, alla Russia, agli Emirati Arabi Uniti e all’India. Di particolare interesse è stato l’annuncio ufficiale del presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, di indire per il prossimo dicembre un vertice con tutti i leader africani. Come riportato sul sito della Casa Bianca, il summit si terrà a Washington dal 13 al 15 dicembre 2022. «Il vertice dimostrerà il costante impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Africa e sottolineerà l’importanza delle relazioni tra Stati Uniti e Africa e di una maggiore cooperazione sulle priorità globali condivise», ha annunciato il numero uno della Casa Bianca, che ha incentrato la propria agenda su «valori condivisi per promuovere un nuovo impegno economico, rafforzare l’impegno Usa-Africa per la democrazia e i diritti umani, mitigare l’impatto del covid-19 e di future pandemie, collaborare per rafforzare la salute regionale e globale, promuovere la sicurezza alimentare, promuovere la pace e la sicurezza, rispondere alla crisi climatica e amplificare i legami con le comunità di espatriati». L’obiettivo, stando agli osservatori internazionali, è contenere particolarmente l’espansione dell’influenza cinese e russa. Un alto funzionario della Casa Bianca, intervistato dall’agenzia Reuters, a condizione che fosse garantito l’anonimato, ha dichiarato tra l’altro: «Non stiamo chiedendo ai nostri partner africani di scegliere» tra noi e altri player internazionali. «Crediamo soltanto che gli Stati Uniti offrano un modello migliore».

Da quanto detto si evince che le posizioni, come anche le percezioni sugli effetti del proprio impegno in Africa, da parte degli attori internazionali, divergano rispondendo alla cinica legge della concorrenza. Quest’ultima, inserita come componente nell’equazione più complessa dello sviluppo integrale, non pare rispondere adeguatamente e necessariamente ai reali bisogni degli africani. E questo è un aspetto sul quale occorre riflettere se si vuole evitare, ammesso d’essere ancora in tempo, la parcellizzazione degli interessi stranieri in Africa. Tutto questo ragionamento si regge sulla consapevolezza, auspicata peraltro dalla Santa Sede in varie occasioni, che l’approccio multilaterale è oggi l’unica modalità per affrontare e risolvere in modo pacifico le molte sfide globali, anche quelle riguardanti la sicurezza e la pace globale. D’altronde, il presentimento di finire invischiati nelle contese tra i principali attori internazionali è una delle grandi preoccupazioni che assillano i decisori politici in diversi Paesi africani, tanto quanto in quelli dell’Indo Pacifico, o del Medio Oriente. Per dirla con le parole della saggezza ancestrale africana: «Quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a soffrire».

di Giulio Albanese