Uno sguardo geopolitico sulle radici e i possibili sviluppi delle difficoltà economiche del Paese

Colombo cerca di guardare al futuro

People queue up to buy kerosene oil for domestic use at a supply station in Colombo on June 7, 2022. ...
09 giugno 2022

Nonostante il blocco della mozione di sfiducia presentata il 17 maggio dall’opposizione contro il presidente dello Sri Lanka Gotabaya Rajapaksa, l’attuale posizione del governo appare tutt’altro che stabile.

Sotto le critiche provenienti sia dalle forze politiche rivali che dalla popolazione locale, l’esecutivo si trova infatti a fronteggiare la peggiore crisi economica che il paese abbia mai attraversato dalla sua indipendenza nel 1948. Con un debito esterno di oltre 51 milioni di dollari e un’inflazione vicina al 20%, lo Sri Lanka è entrato ufficialmente in default, fatto che si traduce nella scarsità di beni essenziali quali cibo, medicinali e carburante.

Molteplici fattori hanno concorso a portare la “lacrima dell’India” al preoccupante scenario attuale. Innanzitutto, l’isola è stata per oltre 25 anni teatro di una sanguinosa guerra civile fra il governo e i separatisti delle Tigri per la liberazione della patria Tamil.

Il conflitto, conclusosi solo nel 2009, ha causato oltre 80.000 vittime e rallentato notevolmente lo sviluppo economico del paese. Dopo dieci anni di maggiore crescita, trainata principalmente dal turismo e dall’esportazione di tè, del quale lo Sri Lanka è il secondo produttore al mondo, il paese ha poi subito duramente l’impatto della pandemia covid—19.

Le finanze statali hanno infine sofferto ulteriori perdite in seguito a due manovre intraprese dal governo di Rajapaksa: la riduzione delle tasse, che è stato stimato abbia diminuito del 25% le entrate annuali dello stato, e la messa al bando dei fertilizzanti chimici, che molti ritengono causa del drastico calo della produzione agricola.

Questa situazione ha determinato un aumento delle importazioni, aggravando il già netto passivo della bilancia dei pagamenti e prosciugando quasi completamente le riserve di valuta estera del Paese (attualmente sotto il milione di dollari dai 7,5 miliardi stimati nel novembre 2019).

Le conseguenze di questa drammatica crisi hanno colpito direttamente la popolazione, che si è trovata a corto di beni di prima necessità ed esposta a frequenti blackout, arrivati a durare anche otto ore. Il malcontento popolare è poi esploso lo scorso 8 maggio, quando il primo ministro Mahinda Rajapaksa, fratello del presidente, è stato aggredito durante la sua visita allo storico tempio buddista di Anuradhapura. L’episodio è stato seguito da una serie di dimostrazioni in tutto il paese, durante le quali i cittadini in protesta si sono scontrati con i sostenitori di Rajapaksa e con le forze dell’ordine. In tutto vi sono state nove vittime, incluso un parlamentare, e oltre 300 feriti, mentre le abitazioni di alcuni esponenti del partito di governo Sri Lanka Podujana Peramuna sono state incendiate. Il presidente ha dunque dichiarato lo stato di emergenza, mentre il primo ministro ha rassegnato le dimissioni ed è stato sostituito da Ranil Wickremesinghe, proveniente dalle file dell’opposizione.

Wickremesinghe è poi apparso in pubblico chiedendo ai cittadini di prepararsi ai mesi «più difficili delle nostre vite», ma assicurando allo stesso tempo che «non ci sarà alcuna crisi alimentare». Sono poi state presentate misure di emergenza che includono l’emissione di nuova moneta per pagare i funzionari pubblici e la possibile privatizzazione della compagnia aerea di bandiera SriLankan Airlines. Infine, il governo è attualmente in trattativa per ottenere prestiti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi), oltre che dai vicini Cina e India.

Numerosi osservatori ritengono inoltre che il caso dello Sri Lanka possa non essere isolato: secondo il presidente della Banca Mondiale David Malpass, i recenti aumenti nel costo del cibo e dell’energia e dei tassi di interesse potrebbero infatti impattare sull’economia di numerosi paesi a medio e basso reddito.

Un recente report della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) ha affermato che al momento ben 107 paesi in tutto il mondo stanno fronteggiando almeno uno scenario fra l’aumento dei prezzi alimentari, l’aumento dei prezzi energetici e le inasprite condizioni monetarie.

di Giovanni Benedetti