Il magistero

07 ottobre 2021

Venerdì 1 ottobre

Nessuno resti senza i mezzi necessari
per una vita
dignitosa

I giovani di tutto il mondo stanno coltivando la loro creatività e la loro energia per affrontare le cause strutturali dell’attuale crisi alimentare, dai prolungati conflitti armati agli effetti devastanti del cambiamento climatico.

Il loro dono per noi consiste nel coraggio di non lasciarsi limitare da un pensiero miope che si rifiuta di cambiare.

Chiedo a tutti i giovani riuniti nel Forum Mondiale sull’Alimentazione di essere intrepidi e decisi.

Chiedo di restare uniti e saldi. Di non essere meschini nei loro sogni, di lottare e di trasformare questi aneliti in azioni concrete. Di lasciarsi alle spalle le routine e i falsi miraggi e di rigenerare questo mondo scosso dalla pandemia.

Questo diventerà realtà se semineranno solidarietà, creatività, nobiltà di animo.

Spetta a quanti devono adempiere agli impegni non deludere. Guardate gli occhi dei giovani, ascoltate le loro preoccupazioni e ispiratevi alla loro visione, perché il nostro presente definirà il loro futuro. Nessuno resti senza i mezzi necessari per condurre una vita dignitosa.

(Messaggio pontificio firmato e letto dal cardinale Parolin al forum mondiale sull’alimentazione svoltosi nella sede della Fao a Roma)

Sabato 2

Quando
la fragilità
diventa
profezia

Sono passati cinquant’anni da quel pellegrinaggio a Lourdes a cui erano state invitate persone con disabilità mentale, i loro familiari e molti amici. Da quel momento, sotto lo sguardo amorevole di Maria, è iniziata l’esperienza di Foi et Lumière.

Lo Spirito Santo ha suggerito qualcosa che nessuno aveva previsto. La luce e la forza del risorto hanno donato speranza a tante persone che si sentivano rifiutate.

Sono nate molte comunità “Fede e Luce” portando un messaggio di amore e accoglienza. Questo è il cuore del Vangelo! Ogni persona, anche e soprattutto la più fragile, è amata da Dio e ha un suo posto nella Chiesa e nel mondo.

È il “vangelo della piccolezza”, come ricorda San Paolo (1 Cor 1, 26-29).

La presenza di Foi et Lumière è una profezia, perché spesso le persone più fragili sono scartate, considerate inutili.

Combattere la cultura dello scarto e ricordare che la diversità è una ricchezza e mai motivo di discriminazione.

Nelle vostre comunità si incontrano persone di confessioni cristiane diverse: un segno di comunione, un seme di unità.

Le persone più fragili che diventano sorgente di riconciliazione.

Ancora oggi tanti nella piccolezza e nella fragilità sono dimenticati ed esclusi. Perciò incoraggio a portare avanti, con forza, la vostra presenza accogliente.

Le vostre comunità siano sempre luoghi di incontro, di promozione umana e di festa per tutti coloro che ancora si sentono emarginati e abbandonati.

Per le famiglie che vivono l’esperienza di un figlio con disabilità, possiate essere segno di speranza, perché nessuno si chiuda nella tristezza e nella disperazione.

All’interno delle comunità cristiane vi invito ad avere lo stile evangelico del lievito: non isolarsi, ma partecipare alla vita della Chiesa nelle parrocchie e nei quartieri, portare la vostra esperienza.

Lo spirito di comunione e di amicizia, parte del vostro carisma, vi renda strumenti di riconciliazione e di pace, dove ci sono conflitti e divisioni.

Il vostro “logo”, è una barca sul mare agitato, mentre il sole rispunta dalle nubi.

Durante questa pandemia ho più volte ricordato, pensando all’episodio evangelico dei discepoli nella tempesta, che siamo tutti sulla stessa barca.

Vi confermo in questo vostro impegno: essere una piccola barca su cui tutti possano trovare posto.

Il sole della fede e della speranza, che spunta dalle nubi delle nostre paure e delle nostre insicurezze, vi accompagni.

(Discorso ai membri del movimento “Foi et lumière international” ricevuti nella sala Clementina)

San Michele antidoto
alle divisioni

Perché la gente litiga? La distruzione della nostra armonia la fa il diavolo. E da lì possiamo pensare a tante inimicizie, tante guerre.

“Ma padre, non sia ingenuo il diavolo ha le sue cose da fare, non si immischia”. No. Questa è la “missione” del diavolo: distruggere la bellezza che Dio ha fatto.

Per questo è venuto Gesù, a dare la propria vita per risolvere questo problema e vincere il diavolo sulla croce.

Nella vita quotidiana, pensiamo a quante volte abbiamo inquietudini, problemi, perdiamo l’equilibrio, la pace, l’armonia.

Quante volte la gente “si sgrida”, ci si sgrida l’un l’altro e si perde la pace. La gente non ascolta.

Chi è che semina questo? Il diavolo. Le guerre sono frutto del diavolo.

Qualcuno potrà dire: “Ma questo, padre, è troppo antiquato!”. No, è la verità. È sempre stato così. Il nemico della natura umana.

Il Signore ci dà gli Angeli che ci accompagnano, anche per difenderci da questa “politica” del diavolo.

Ci ha salvato Gesù. E per difenderci Dio ci ha dato gli Angeli. E il “capo” degli Angeli è San Michele... colui che nel Libro dell’Apocalisse combatte l’ultima battaglia contro il diavolo; quello che fa cadere definitivamente il diavolo.

Michele è lottatore e insegna a lottare contro il maligno, che sempre crea insidie.

Ognuno di noi ha un compagno di viaggio, un Angelo. Non bisogna dimenticarsi di pregarli.

Pensiamo alla lotta nostra di ogni giorno. Perché non è facile vivere la vita cristiana: sempre ci sono difficoltà... la famiglia, i figli, i compagni di lavoro, la suocera.

Per questo preghiamo San Michele, che vinca sempre il diavolo, che è quello che fa la divisione, che semina l’invidia.

Il Signore dia a tutti noi la grazia di capire bene che la vita è una lotta: i morti non lottano; i vivi lottano sempre. E ci dia la grazia che nella lotta non siamo soli.

(Messa per il Corpo della gendarmeria alla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani)

Domenica 3

Contro
l’indifferenza serve
un movimento globale
ispirato dalle beatitudini

Oggi c’imbattiamo in un paradigma diffuso dal “pensiero unico”, che confonde l’utilità con la felicità, il divertirsi con il vivere bene e pretende di diventare l’unico criterio valido di discernimento. Una forma sottile di colonialismo ideologico: imporre l’ideologia secondo la quale la felicità consisterebbe solo nell’utile, nelle cose e nei beni, nell’abbondanza di cose, di fama e di denaro.

Vediamo che il mondo non è mai stato tanto ricco, eppure la povertà e la disuguaglianza persistono e crescono.

Lo spirito di povertà è quel punto di svolta che ci apre il cammino verso la felicità mediante un ribaltamento completo di paradigma.

Questo, mentre ci spoglia dello spirito mondano, ci porta a usare le nostre ricchezze e tecnologie, beni e talenti a favore dello sviluppo umano integrale, del bene comune, della giustizia sociale e della cura e protezione della Casa Comune.

La povertà come privazione del necessario — ossia la miseria — è socialmente, come hanno visto chiaramente L. Bloy e Péguy, una specie d’inferno, perché indebolisce la libertà umana e pone quanti soffrono nella condizione di essere vittime delle nuove schiavitù (lavoro forzato, prostituzione, traffico di organi e altre ancora) per poter sopravvivere.

Sono condizioni criminali che devono essere denunciate e combattute.

Sebbene la globalizzazione dell’indifferenza sembri essere la voce imperante, durante tutto questo tempo di pandemia abbiamo visto come la globalizzazione della solidarietà si è potuta imporre con la sua discrezione caratteristica nei vari angoli delle nostre città.

Dobbiamo dunque spogliarci della mondanità affinché lo spirito delle beatitudini e, nel nostro caso, la povertà di spirito, prenda forma tra noi e tra i popoli.

Siamo chiamati a realizzare un movimento globale contro l’indifferenza che crea o ricrea istituzioni sociali ispirate alle beatitudini e che ci spingano a cercare la civiltà dell’amore.

Un movimento che ponga limiti a tutte quelle attività e istituzioni che per propria inclinazione tendono solo al lucro, specialmente a quelle che san Giovanni Paolo ii ha chiamato “strutture del peccato”.

(Messaggio ai partecipanti a un incontro
della Pontificia Accademia delle scienze sociali
)

Gesù è
tenerissimo con i piccoli

Nel Vangelo vediamo una reazione di Gesù piuttosto insolita: si indigna. E sorprende che la sua indignazione è causata dai discepoli che, per proteggerlo dalla ressa, rimproverano alcuni bambini.

Il Signore non si sdegna con chi discute con Lui, ma con chi, per sollevarlo dalla fatica, allontana da Lui i bambini.

Gesù, compiendo il gesto di abbracciare un bambino, si era identificato con i piccoli: aveva insegnato che i piccoli, cioè coloro che dipendono dagli altri, che hanno bisogno e non possono restituire, vanno serviti per primi.

Chi cerca Dio lo trova nei piccoli, nei bisognosi non solo di beni, ma di cura e di conforto, come i malati, gli umiliati, i prigionieri, gli immigrati, i carcerati. E ogni affronto a un piccolo, a un povero, a un bambino, a un indifeso, è fatto a Lui.

Oggi il Signore riprende questo insegnamento e lo completa: il discepolo non deve solo servire i piccoli, ma riconoscersi lui stesso piccolo.

Sapersi piccoli, bisognosi di salvezza, è indispensabile. Spesso, però, ce ne dimentichiamo. Nella prosperità, nel benessere, abbiamo l’illusione di essere autosufficienti, di non aver bisogno di Dio.

Questo è un inganno, perché ognuno è un essere bisognoso. Dobbiamo cercare la nostra piccolezza. E lì troveremo Gesù.

Riconoscersi piccoli è un punto di partenza per diventare grandi. Cresciamo non in base ai successi e alle cose che abbiamo, ma soprattutto nei momenti di lotta e di fragilità. Nel bisogno, maturiamo.

Quando ci sentiamo piccoli di fronte a un problema, a una croce, a una malattia, quando proviamo fatica e solitudine, non scoraggiamoci. Sta cadendo la maschera della superficialità e sta riemergendo la nostra radicale fragilità.

Nella fragilità scopriamo quanto Dio si prende cura di noi. Le contrarietà, le situazioni che rivelano la nostra fragilità sono occasioni privilegiate per fare esperienza del suo amore.

Lo sa bene chi prega con perseveranza: nei momenti bui o di solitudine... la tenerezza di Dio la sentiamo di più.

Questa tenerezza ci dà pace, tenerezza ci fa crescere, perché Dio si avvicina.

Nella preghiera il Signore ci stringe, come un papà col suo bambino. Così diventiamo grandi: nella fortezza di riporre nel Padre ogni speranza.

In un
penitenziario dell’Ecuador

Mi ha molto addolorato quanto è avvenuto nel carcere di Guayaquil. Una terribile esplosione di violenza tra detenuti appartenenti a bande rivali ha provocato più di cento morti e numerosi feriti.

Dio ci aiuti a sanare le piaghe del crimine che schiavizza i più poveri. E aiuti quanti lavorano per rendere più umana la vita nelle carceri.

Pace per
il Myanmar

Desidero nuovamente implorare il dono della pace per l’amato Myanmar: perché le mani di quanti lo abitano non debbano più asciugare lacrime di dolore e di morte, ma possano stringersi per superare le difficoltà e lavorare insieme per la pace.

Beate
in Calabria

Oggi a Catanzaro vengono beatificate Maria Antonia Samà e Gaetana Tolomeo, due donne costrette all’immobilità fisica. Abbracciarono la croce della loro infermità, trasformando il dolore in una lode al Signore. Il loro letto divenne punto di riferimento spirituale e luogo di preghiera e di crescita cristiana per tanta gente che vi trovava conforto e speranza.

Pompei

In questa prima domenica di ottobre, il pensiero va ai fedeli radunati presso il Santuario di Pompei per la recita della Supplica alla Vergine.

Abbattere
le barriere

Oggi in Italia ricorre la Giornata per l’abbattimento delle barriere architettoniche: ognuno può dare una mano per una società dove nessuno si senta escluso.

(Angelus in piazza San Pietro)

Martedì 5

Per
un’educazione al servizio
della
fratellanza
universale

Oggi, nella Giornata Mondiale degli Insegnanti istituita dall’UNESCO, come Rappresentanti delle Religioni vogliamo manifestare loro vicinanza e gratitudine.

Due anni fa — il 12 settembre 2019 — ho rivolto un appello a tutti coloro che a vario titolo operano nel campo dell’educazione per un Patto Educativo Globale.

Se vogliamo un mondo più fraterno, dobbiamo educare le nuove generazioni. Il principio fondamentale del “conosci te stesso” ha sempre orientato l’educazione, ma è necessario non tralasciare altri principi: “conosci il tuo fratello”, per educare all’accoglienza; “conosci il creato”, per educare alla cura della casa comune e “conosci il Trascendente”, per educare al grande mistero della vita.

Non possiamo tacere alle nuove generazioni le verità che danno senso alla vita.

Da sempre le religioni hanno avuto stretto rapporto con l’educazione, accompagnando attività scolastiche e accademiche. Così anche oggi, con la saggezza e l’umanità delle nostre tradizioni, vogliamo essere di stimolo per una rinnovata azione educativa che possa far crescere nel mondo la fratellanza universale.

Se nel passato le differenze ci hanno messo in contrasto, oggi vediamo in esse la ricchezza di vie diverse per arrivare a Dio e per educare alla convivenza pacifica nel rispetto reciproco.

Se nel passato, anche in nome della religione, si sono discriminate le minoranze etniche, culturali, politiche e di altro tipo, oggi noi vogliamo essere difensori dell’identità e dignità di ogni persona.

Se nel passato i diritti delle donne, dei minori, dei più deboli non sono stati sempre rispettati, oggi ci impegniamo a difendere con fermezza tali diritti e insegnare alle nuove generazioni a essere voce dei senza voce.

Voce
della natura che grida per la sua sopravvivenza

Se nel passato abbiamo tollerato lo sfruttamento e il saccheggio della nostra casa comune, oggi, più consapevoli del nostro ruolo di custodi del creato affidatoci da Dio, vogliamo essere voce della natura che grida per la sua sopravvivenza e formare noi stessi e le nuove generazioni a uno stile di vita più sobrio ed ecosostenibile.

Mi ha colpito la testimonianza di uno degli scienziati che ha ha detto: “La mia nipotina, appena nata, entro 50 anni dovrà abitare in un mondo inabitabile, se le cose sono così”.

Vogliamo dichiarare che le nostre tradizioni religiose, da sempre protagoniste dell’alfabetizzazione fino all’istruzione superiore, rafforzano la loro missione di educare ogni persona nella sua integralità, cioè testa, mani, cuore e anima.

(Saluto ai partecipanti all’Incontro sul Patto educativo globale “religioni ed educazione”
nella sala Clementina
)

Mercoledì 6

Cristo
ci ha liberati

Oggi ci soffermeremo su questo tema: la libertà cristiana... un tesoro che si apprezza realmente solo quando la si perde.

Per molti, abituati a vivere nella libertà, spesso appare più come un diritto acquisito che come un dono da custodire.

Quanti fraintendimenti intorno al tema della libertà, e quante visioni differenti si sono scontrate nel corso dei secoli!

Nel caso dei Galati, l’Apostolo non poteva sopportare che quei cristiani, dopo avere conosciuto la verità di Cristo, si lasciassero attirare da proposte ingannevoli, passando dalla libertà alle schiavitù: dalla presenza liberante di Gesù alla schiavitù del peccato, del legalismo.

Anche oggi il legalismo è un problema di tanti cristiani che si rifugiano nella casistica. Paolo invita a rimanere saldi nella libertà che hanno ricevuto col battesimo.

Geloso della libertà, è consapevole che alcuni «falsi fratelli» si sono insinuati nella comunità per spiare.

Una predicazione che dovesse precludere la libertà in Cristo non sarebbe evangelica: sarebbe pelagiana o giansenista.

Non si può mai forzare, non si può rendere nessuno schiavo in nome di Gesù.

Ma l’insegnamento di San Paolo sulla libertà è soprattutto positivo. Il richiamo è quello di rimanere in Gesù, fonte della verità che ci fa liberi.

La libertà cristiana si fonda su due pilastri: la grazia del Signore e la verità che Cristo ci svela.

L’Apostolo concentra tutta la sua predicazione su Cristo, che lo ha liberato dai legami con la sua vita passata: solo da Lui scaturiscono i frutti della vita nuova.

Dove Gesù si è lasciato inchiodare, si è fatto schiavo, Dio ha posto la sorgente della liberazione dell’uomo.

Non cessa di stupirci: che il luogo dove siamo spogliati di ogni libertà, cioè la morte, possa diventare fonte della libertà.

Questo è il mistero dell’amore di Dio: non lo si capisce facilmente, lo si vive. Gesù stesso lo aveva annunciato e attua la sua piena libertà nel consegnarsi alla morte.

Il secondo pilastro è la verità. Anche in questo caso è necessario ricordare che la verità della fede non è una teoria astratta.

Cammino
faticoso

Quanta gente che non ha studiato, neppure sa leggere e scrivere ma ha capito bene il messaggio di Cristo, ha questa saggezza... entrata tramite lo Spirito con il battesimo.

Quanta gente vive la vita di Cristo più dei grandi teologi, offrendo una testimonianza grande del Vangelo.

La libertà rende liberi nella misura in cui trasforma la vita di una persona e la orienta verso il bene.

La verità ci deve inquietare. Ci sono cristiani che mai si inquietano: vivono sempre uguali, non c’è movimento nel loro cuore. L’inquietudine è il segnale che sta lavorando lo Spirito Santo dentro e la libertà è attiva, suscitata dalla grazia.

Per questo la libertà ci deve inquietare, ci deve porre continuamente delle domande, affinché possiamo andare sempre più al fondo di ciò che realmente siamo.

Quello della verità e della libertà è un cammino faticoso che dura tutta la vita; ma non è impossibile.

(Udienza generale nell’Aula Paolo vi )