Hic sunt leones

Il Mediterraneo e la geopolitica africana

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24 settembre 2021

A oltre dieci anni dalle Primavere arabe, la situazione geopolitica della composita regione mediterranea rimane ancora molto fluida. Il Mare Nostrum è infatti una distesa d’acqua dai confini indefiniti, che unisce e separa popoli quasi fosse il sottofondo di un mosaico costituito da una molteplicità di interessi, da tessere che compongono in dissolvenza scenari sempre più inediti. E se da una parte le storie odierne parlano di un’Europa divisa sulla gestione del fenomeno migratorio, dall’altra, guardando soprattutto al continente africano, si evidenziano macroaree pesantemente segnate da instabilità politica, disuguaglianze, conflitti e vulnerabilità socio-economiche.

Se alcuni Paesi, come la Libia, presentano un grado di incertezza ancora elevato nei loro processi di transizione, lungo la costa africana vi è un inevitabile forte riverbero delle crisi che attanagliano la fascia saheliana e lo scacchiere nordorientale del continente; per non parlare poi di quanto avviene più a meridione, nel cuore dell’Africa subsahariana.

Solitamente, la grande stampa internazionale mette in evidenza le turbolenze che provengono dal Medio Oriente, ma l’Africa non è da meno. È indubbio, ad esempio, che i flussi energetici e in termini generali quelli delle materie prime, tra i Paesi produttori, localizzati sul versante africano del Mediterraneo, e i Paesi consumatori disseminati a livello planetario, hanno riflessi geopolitici di grande rilievo. D’altronde, il Mediterraneo non può essere inteso semplicisticamente quasi fosse un piccolo mare a sé stante, quanto piuttosto come connettore fra i due grandi Oceani: Atlantico e Indiano. Ecco che allora lungo le 2.319 miglia nautiche che congiungono Gibilterra a Suez si gioca una partita commerciale non indifferente. Questo segmento lineare, geograficamente parlando, rappresenta più di metà della distanza tra Norfolk e le Colonne d’Ercole. Stante la correlazione, è evidente che più passerà il tempo e più vedremo flotte di vari Paesi impegnate in operazioni di libera navigazione, gergo con cui il diritto internazionale consuetudinario affina la minaccia di tagliare le rotte antagoniste.

La verità è che la competizione fra i porti del Mediterraneo, impegnati a contendersi quote di traffico mercantile ha generato alleanze fra compagnie di trasporto marittimo che fanno da sfondo a nuovi percorsi, come quello della via della seta. Se a ciò aggiungiamo i traffici illeciti, come quello degli stupefacenti, le preoccupazioni sono più che giustificate.

Per quanto concerne la questione demografica è opportuno evidenziare che il Mediterraneo risulta attraversato da dinamiche che sembrano condurre a profonde trasformazioni. Infatti, le società dei Paesi della sponda settentrionale presentano un andamento demografico negativo, peraltro associato a un invecchiamento progressivo della popolazione dovuto al basso numero di nascite ed all’allungamento della durata della vita media; mentre i Paesi della sponda meridionale africana stanno vivendo una vera e propria esplosione demografica con classi d’età giovanili particolarmente ampie. L’Africa, è bene rammentarlo, nel 1960 contava 284 milioni di abitanti, divenuti oggi un miliardo e 300 milioni. Nel 2050 si prevede saranno circa due miliardi e mezzo. Se l’Italia avesse vissuto una crescita demografica analoga adesso avrebbe quasi duecento milioni di abitanti.

Come rileva pertinentemente Raffaele Umana in un interessante articolo su Geopolitica e Geostrategia del Mediterraneo, «visti i rapporti e le frizioni fra la parte settentrionale e quella meridionale, il Mediterraneo allargato può considerarsi come l’area ove con maggiore evidenza emergono le linee di frattura planetarie indicate da Samuel Huntington nelle sue riflessioni in tema di scontro fra civiltà. Infatti, l’analisi geopolitica e geostrategica del Mediterraneo tende a descrivere morfologicamente il bacino piuttosto come un “insieme”, collegato solo dalla contiguità geografica, che non come un “sistema” politico-culturale coerente». Sta di fatto che il fenomeno del jihadismo rappresenta una minaccia per lo stato di diritto e un fattore destabilizzante non solo per l’Occidente, ma anche per quei Paesi dove i terroristi hanno insediato le loro basi, come il Mali, il Niger o il Burkina Faso, per non parlare della Nigeria settentrionale, della Somalia o del Mozambico settentrionale.

Se a tutto ciò aggiungiamo la crisi che attanaglia l’Etiopia, in guerra aperta con la regione del Tigray, vi è l’evidente rischio di una regionalizzazione del conflitto, con un conseguente impatto negativo sull’area mediterranea. Le rivendicazioni del governo di Addis Abeba sullo sfruttamento prioritario delle acque del Nilo Azzurro rappresentano, da diversi anni, motivo di marcata tensione nelle relazioni con il Sudan e l’Egitto, le cui fonti primarie idriche ed energetiche sono legate al grande fiume. A questo proposito, è scottante la questione relativa alla costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd), cioè la Grande Diga del Rinascimento, il mega sbarramento in fase di ultimazione nella parte occidentale dell’Etiopia, circa 15 chilometri a est rispetto al confine con il Sudan. La diga, con una potenza installata di 6,45 Gigawatt, una volta completata, sarà la più imponente centrale idroelettrica in Africa, nonché la settima più grande al mondo. Da rilevare che l’Egitto trae dal Nilo il 90 per cento del suo approvvigionamento idrico, che risulta essere già oggi inferiore al proprio fabbisogno. Se la portata del fiume dovesse ridursi per colpa di un afflusso ridotto dal Nilo Azzurro, per questo Paese, che si affaccia sul Mediterraneo, sarebbe la crisi.

Simili sono le preoccupazioni del governo di Khartoum, che nel corso degli anni — anche in ragione delle mutate condizioni di gestione del potere interno — ha sostenuto prima le ragioni di Addis Abeba e poi quelle del Cairo. C’è da augurarsi che a seguito della recente accorata esortazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu si raggiunga quanto prima un accordo vincolante tra Egitto, Sudan ed Etiopia, sulla gestione delle acque e sulle norme che possono dirimere eventuali diatribe. È facile, dunque, intuire come l’acqua, soprattutto alla luce delle dinamiche di crescita della domanda e di riduzione delle risorse disponibili a seguito dei cambiamenti climatici, sia destinata a divenire uno dei fattori di maggiore instabilità tra i Paesi dei quadranti africani, cioè quelli più esposti alla scarsità di acqua, ma anche tra i Paesi del Nord e del Sud del mondo, proprio per la stridente differenza in termini di disponibilità idriche.

Stanti gli scenari di medio-lungo periodo, appare probabile che il Mediterraneo continuerà nei prossimi anni ad essere una frontiera critica caratterizzata da fluidità e tensione. Peraltro, l’attuale pandemia covid-19 ha acuito la divaricazione tra la sponda europea e quella africana, non solo dal punto di vista medico-sanitario, ma anche per quanto concerne l’agognata sostenibilità. Questo significa che si sono acuite le differenze interregionali nell’andamento demografico; nei tassi di crescita e nella distribuzione del reddito nazionale; nella configurazione politico-istituzionale; e nell’incidenza della globalizzazione a livello socio-culturale ed economico-finanziario. Pertanto, cristianamente parlando, non è lecito stare alla finestra a guardare. Anche perché — è il buon senso a indicarlo — il superamento delle linee di frattura e l’avvio di un processo di sviluppo socio-politico ed economico omogeneo nell’intero Mediterraneo è interesse di tutti.

Come ha scritto pertinentemente Papa Francesco nella sua ultima Enciclica Fratelli tutti: «Abbiamo bisogno che un ordinamento mondiale giuridico, politico ed economico incrementi e orienti la collaborazione internazionale verso lo sviluppo solidale di tutti i popoli. Questo alla fine andrà a vantaggio di tutto il pianeta, perché l’aiuto allo sviluppo dei Paesi poveri implica creazione di ricchezza per tutti».

di Giulio Albanese