La settimana del Papa

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02 settembre 2021

Domenica 29 agosto

Riportare
la fede al suo centro

Il Vangelo della Liturgia di oggi mostra alcuni scribi e farisei stupiti dall’atteggiamento di Gesù.

Sono scandalizzati perché i suoi discepoli prendono cibo senza compiere prima le tradizionali abluzioni rituali. Pensano tra sé: “Questo modo di fare è contrario alla pratica religiosa” (cfr. Mc 7, 2-5).

Anche noi potremmo chiederci: perché Gesù e i suoi discepoli trascurano queste tradizioni?

In fondo non sono cose cattive, ma buone abitudini rituali, semplici lavaggi prima di prendere cibo. Perché Gesù non ci bada?

Perché per Lui è importante riportare la fede al suo centro.

Nel Vangelo lo vediamo continuamente: questo riportare la fede al centro.

Ed evitare un rischio, che vale per quegli scribi come per noi: osservare formalità esterne mettendo in secondo piano il cuore della fede.

Anche noi tante volte ci “trucchiamo” l’anima.

La formalità esterna e non il cuore della fede: questo è un rischio.

È il rischio di una religiosità dell’apparenza: apparire per bene fuori, trascurando di purificare il cuore.

C’è sempre la tentazione di “sistemare Dio” con qualche devozione esteriore, ma Gesù non si accontenta di questo culto.

Gesù non vuole esteriorità, vuole una fede che arrivi al cuore.

Infatti, subito dopo, richiama la folla per dire una grande verità: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro» (v. 15).

Invece, è «dal di dentro, dal cuore» (v. 21) che nascono le cose cattive.

Queste parole sono rivoluzionarie, perché nella mentalità di allora si pensava che certi cibi o contatti esterni rendessero impuri.

Gesù ribalta la prospettiva: non fa male quello che viene da fuori, ma quello che nasce da dentro.

Cari fratelli e sorelle, questo riguarda anche noi.

Spesso pensiamo che il male provenga soprattutto da fuori: dai comportamenti altrui, da chi pensa male di noi, dalla società.

Quante volte incolpiamo gli altri, la società, il mondo, per tutto quello che ci accade!

È sempre colpa degli “altri”: è colpa della gente, di chi governa, della sfortuna, e così via.

Sembra che i problemi arrivino sempre da fuori.

E passiamo il tempo a distribuire colpe; ma passare il tempo a incolpare gli altri è perdere tempo.

Si diventa arrabbiati, acidi e si tiene Dio lontano dal cuore.

Come quelle persone del Vangelo, che si lamentano, si scandalizzano, fanno polemica e non accolgono Gesù.

Non si può essere veramente religiosi nella lamentela: la lamentela avvelena, ti porta alla rabbia, al risentimento e alla tristezza, quella del cuore, che chiude le porte a Dio.

Chiediamo oggi al Signore che ci liberi dal colpevolizzare gli altri — come i bambini: “No, io non sono stato! È l’altro, è l’altro...” —.

Domandiamo nella preghiera la grazia di non sprecare tempo a inquinare il mondo di lamentele, perché questo non è cristiano.

Gesù ci invita piuttosto a guardare la vita e il mondo a partire dal nostro cuore.

Se ci guardiamo dentro, troveremo quasi tutto quello che detestiamo fuori.

E se, con sincerità, chiederemo a Dio di purificarci il cuore, allora sì che cominceremo a rendere più pulito il mondo.

Perché c’è un modo infallibile per vincere il male: iniziare a sconfiggerlo dentro di sé.

I primi Padri della Chiesa, i monaci, quando si domandava loro: “Qual è la strada della santità? Come devo incominciare?”, il primo passo, dicevano, era accusare sé stessi: accusa te stesso. L’accusa di noi stessi.

Quanti di noi, nella giornata, in un momento della giornata o in un momento della settimana, sono capaci di accusare sé stessi dentro?

“Sì, questo mi ha fatto questo, quell’altro... quello una barbarità...”. Ma io? Io faccio lo stesso, o io lo faccio così...

È una saggezza: imparare ad accusare sé stessi. Provate a farlo, vi farà bene.

A me fa bene, quando riesco a farlo, ma fa bene, a tutti farà bene.

La Vergine Maria, che ha cambiato la storia attraverso la purezza del suo cuore, ci aiuti a purificare il nostro, superando anzitutto il vizio di colpevolizzare gli altri e di lamentarci di tutto.

Per la
popolazione di Mérida

Sono vicino alla popolazione dello Stato venezuelano di Mérida, colpita nei giorni scorsi da inondazioni e frane. Prego per i defunti e i loro familiari e per quanti soffrono a causa di questa calamità.

Il grido
della Terra e dei poveri

Rivolgo un cordiale saluto ai membri del Movimento Laudato si’. Grazie per il vostro impegno per la nostra casa comune, particolarmente in  occasione della  Giornata Mondiale di Preghiera per il Creato e  del  successivo Tempo del Creato.

Il grido della Terra e il grido dei poveri  stanno diventando sempre più gravi e allarmanti, e richiedono un’azione decisiva e urgente per trasformare questa crisi in una opportunità.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi. In particolare, saluto il gruppo di novizi salesiani e la comunità del Seminario Vescovile di Caltanissetta. Saluto i fedeli di Zagabria e quelli del Veneto; il gruppo di alunni, genitori e insegnanti della Lituania; i ragazzi della Cresima di Osio Sotto; i giovani di Malta che compiono un itinerario vocazionale, quelli che hanno fatto un cammino francescano da Gubbio a Roma e quelli che iniziano una Via lucis con i poveri nelle stazioni ferroviarie.

Incoronata
la Madonna Nera a Oropa

Un saluto speciale rivolgo ai fedeli radunati presso il Santuario di Oropa per la festa dell’incoronazione dell’effige della Madonna Nera. La Vergine Santa accompagni il cammino del popolo di Dio sulla via della santità.

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

(Angelus dalla finestra dello Studio privato
del Palazzo apostolico vaticano con i fedeli presenti in piazza San Pietro)

Mercoledì 1° settembre

La gratuità della salvezza di Cristo ci dà una nuova dignità

Continueremo la spiegazione della Lettera di San Paolo ai Galati. Questa non è una cosa nuova, questa spiegazione, una cosa mia: questo che stiamo studiando è quello che dice San Paolo in un conflitto molto serio con i Galati.

Ed è anche Parola di Dio, perché è entrata nella Bibbia. Non sono cose che qualcuno si inventa: no. È cosa che è successa in quel tempo e che può ripetersi. E di fatto abbiamo visto che nella Storia si è ripetuto, questo.

Questa semplicemente è una catechesi sulla Parola di Dio espressa nella Lettera di Paolo ai Galati: non è un’altra cosa. Bisogna tenere sempre presente questo.

E nelle catechesi precedenti abbiamo visto come l’apostolo Paolo mostra ai primi cristiani della Galazia quanto sia pericoloso lasciare la strada che hanno iniziato a percorrere accogliendo il Vangelo.

Il rischio infatti è quello di cadere nel formalismo, che è una delle tentazioni che ci porta all’ipocrisia, della quale abbiamo parlato l’altra volta.

Cadere nel formalismo e rinnegare la nuova dignità che essi hanno ricevuto: la dignità di redenti da Cristo.

Il brano che abbiamo appena ascoltato dà inizio alla seconda parte della Lettera. Fino a qui, Paolo ha parlato della sua vita e della sua vocazione: di come la grazia di Dio ha trasformato la sua esistenza, mettendola completamente a servizio dell’evangelizzazione.

A questo punto, interpella direttamente i Galati: li pone davanti alle scelte che hanno compiuto e alla loro condizione attuale, che potrebbe vanificare l’esperienza di grazia vissuta.

E i termini con cui l’Apostolo si rivolge ai Galati non sono certo di cortesia: l’abbiamo sentito.

Nelle altre Lettere è facile trovare l’espressione “fratelli” oppure “carissimi”, qui no. Perché è arrabbiato.

Dice in modo generico “Galati” e per ben due volte li chiama “stolti”, che non è un termine di cortesia.

Stolti, insensati e tante cose può dire... Lo fa non perché non siano intelligenti, ma perché, quasi senza accorgersene, rischiano di perdere la fede in Cristo che hanno accolto con tanto entusiasmo.

Sono stolti perché non si rendono conto che il pericolo è quello di perdere il tesoro prezioso, la bellezza della novità di Cristo.

La meraviglia e la tristezza dell’Apostolo sono evidenti.

Non senza amarezza, egli provoca quei cristiani a ricordare il primo annuncio da lui compiuto, con il quale ha offerto loro la possibilità di acquisire una libertà fino a quel momento insperata.

L’Apostolo rivolge ai Galati delle domande, nell’intento di scuotere le loro coscienze: per questo è così forte.

Si tratta di interrogativi retorici, perché i Galati sanno benissimo che la loro venuta alla fede in Cristo è frutto della grazia ricevuta con la predicazione del Vangelo.

Li porta all’inizio della vocazione cristiana.

La parola che avevano ascoltato da Paolo si concentrava sull’amore di Dio, manifestatosi pienamente nella morte e risurrezione di Gesù.

Paolo non poteva trovare espressione più convincente di quella che probabilmente aveva ripetuto loro più volte nella sua predicazione: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2, 20).

Paolo non voleva sapere altro che Cristo crocifisso (cfr. 1 Cor 2, 2).

Senza lasciarsi distogliere

I Galati devono guardare a questo evento, senza lasciarsi distogliere da altri annunci.

Insomma, l’intento di Paolo è di mettere alle strette i cristiani perché si rendano conto della posta in gioco e non si lascino incantare dalla voce delle sirene che vogliono portarli a una religiosità basata unicamente sull’osservanza scrupolosa di precetti.

Perché loro, questi predicatori nuovi che sono arrivati lì in Galazia, li hanno convinti che dovevano andare indietro e prendere anche i precetti che si osservavano e che portavano alla perfezione prima della venuta di Cristo, che è la gratuità della salvezza.

I Galati, d’altronde, comprendevano molto bene ciò a cui l’Apostolo faceva riferimento.

Avevano fatto certamente esperienza dell’azione dello Spirito Santo nelle comunità: come nelle altre Chiese, così anche tra loro si erano manifestati la carità e vari altri carismi.

Messi alle strette, devono per forza rispondere che quanto hanno vissuto era frutto della novità dello Spirito.

All’inizio del loro venire alla fede, pertanto, c’era l’iniziativa di Dio, non degli uomini.

Lo Spirito Santo era stato il protagonista della loro esperienza; metterlo ora in secondo piano per dare il primato alle proprie opere — cioè al compimento dei precetti della Legge — sarebbe stato da insensati.

La santità
viene dallo Spirito Santo

La santità viene dallo Spirito Santo ed è la gratuità della redenzione di Gesù: questo ci giustifica.

In questo modo, San Paolo invita anche noi a riflettere: come viviamo la fede?

L’amore di Cristo crocifisso e risorto rimane al centro della nostra vita quotidiana come fonte di salvezza, oppure ci accontentiamo di qualche formalità religiosa per metterci la coscienza a posto?

Come viviamo la fede, noi? Siamo attaccati al tesoro prezioso, alla bellezza della novità di Cristo, oppure gli preferiamo qualcosa che al momento ci attira ma poi ci lascia il vuoto dentro?

L’effimero bussa spesso alla porta delle nostre giornate, ma è una triste illusione, che ci fa cadere nella superficialità e impedisce di discernere su cosa valga veramente la pena vivere.

Fratelli e sorelle, manteniamo comunque ferma la certezza che, anche quando siamo tentati di allontanarci, Dio continua ancora a elargire i suoi doni.

Sempre nella storia, anche oggi, succedono cose che assomigliano a quello che è successo ai Galati.

La rigidità
toglie libertà

Anche oggi alcuni ci vengono a riscaldare le orecchie dicendo: “No, la santità è in questi precetti, in queste cose, dovete fare questo e questo”, e ci propongono una religiosità rigida, la rigidità che ci toglie quella libertà nello Spirito che ci dà la redenzione di Cristo.

State attenti davanti alle rigidità che vi propongono: state attenti. Perché dietro ogni rigidità c’è qualche cosa brutta, non c’è lo Spirito di Dio.

E per questo, questa Lettera ci aiuterà a non ascoltare queste proposte un po’ fondamentaliste che ci portano indietro nella nostra vita spirituale, e ci aiuterà ad andare avanti nella vocazione pasquale di Gesù.

È quanto l’Apostolo ribadisce ai Galati ricordando che il Padre «dona con abbondanza lo Spirito e opera miracoli in mezzo a voi» (3, 5).

Parla al presente, non dice “il Padre ha donato lo Spirito con abbondanza”, capitolo 3, versetto 5, no: dice “dona”; non dice “ha operato”, no: “opera”.

Perché, nonostante tutte le difficoltà che noi possiamo porre alla sua azione, anche nonostante i nostri peccati, Dio non ci abbandona ma rimane con noi col suo amore misericordioso.

Dio sempre è vicino a noi con la sua bontà. È come quel padre che tutti i giorni saliva sul terrazzo per vedere se tornava il figlio: l’amore del Padre non si stanca di noi.

Domandiamo la saggezza di accorgerci sempre di questa realtà e di mandare via i fondamentalisti che ci propongono una vita di ascesi artificiale, lontana dalla risurrezione di Cristo.

L’ascesi è necessaria, ma l’ascesi saggia, non artificiale.

(Udienza generale nell’Aula Paolo vi )